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Storia e Storie

Amalfitano si racconta: «Quella volta nello studio di Niemeyer»

Scritto da Secondo Amalfitano (Redazione), giovedì 15 dicembre 2011 09:29:32

Ultimo aggiornamento sabato 17 dicembre 2011 09:06:58

di Secondo Amalfitano - Fondamentalmente sono due le cose che oggi mi ripagano di trentacinque anni di impegno amministrativo donati al mio paese natio: la consapevolezza di aver dato il meglio di me per la crescita e lo sviluppo di Ravello e dei Ravellesi, la opportunità che ho avuto grazie a Ravello di incontrare e conoscere persone di assoluto valore mondiale.

Dalla oramai lontana notte del 2 luglio 2000, allorquando Roberto Davila si offrì di richiedere in regalo al suo amico fraterno Oscar Niemeyer il progetto di un auditorium per Ravello, incominciai a sperare di poter incontrare quel grande architetto, mito mondiale dell'architettura moderna.

Il sogno si avverò nel 2003! Entrai molto emozionato e teso in quello studio prospiciente il litorale di Copacabana a Rio, avvertivo sensazioni strane ed un'energia particolare che avvolgeva l'aria. Stavo per conoscere un grande della terra, un mito, una persona unanimemente riconosciuta come il numero uno dell'architettura contemporanea. Invasato come ero dagli stereotipi nostrani della Grandezza, fui letteralmente frustato dall'ambiente spartano e semplice e dall'esilità di quella figura che mi veniva incontro per tendermi la mano.

Pochi attimi di imbarazzo indicibile, poi la genuinità e il candore di quell'uomo, due occhi limpidi e profondi più adatti ad un bambino che ad un novantaseienne, presero il sopravvento e iniziò un'esperienza che ha profondamente segnato la mia vita. Capii che la grandezza di un uomo non può essere misurata dal lusso che lo circonda, che il carisma non richiede un fisico possente o un'oratoria forbita, in poche ore ho rivisto finanche le mie conoscenze sul magnetismo: secondo me l'uomo Niemeyer è ancora più grande e meraviglioso dell'architetto.

Dialogò a lungo con me, con Bassolino, con i giornalisti e reporter che da Napoli erano venuti con noi, tutti giovanissimi quasi imberbi, fece omaggio a tutti di suoi disegni, autografandoli e personalizzandoli con garbo e gentilezza unica, sopportò domande, a volte anche banali, sulla sua vita, il tutto con tanta umiltà a pazienza che piano piano apparve ai miei occhi come un gigante enorme, una calamita potente, una persona quasi da venerare.

Quando Roberto Davila ci comunicò che Oscar aveva piacere di averci a cena la sera, non capii più nulla. Non mi sembrava vero che, dopo tutto quello che aveva fatto per noi regalandoci la sua opera, ci facesse dono anche della sua ospitalità.

La cena fu il suggello a fuoco al pacco dono, Bassolino a capotavola, Niemeyer alla sua destra ed io alla sua sinistra, un'atmosfera di risate in un contesto quasi goliardico, racconti e battute si alternavano fra il serio ed il faceto. Verso la fine della cena Roberto Davila rivolgendosi a Niemeyer esclamò: "Oscar lo sai che il Sindaco di Ravello canta meravigliosamente?" Oscar senza battere ciglio mi guardò e disse: " e allora canta". Era l'ultima delle cose che pensavo di dover fare, ma quell'invito garbato e deciso non mi lasciò alternativa.

Partii intonando "O sole mio" e, sperando di aver preso la tonalità giusta per reggere l'acuto finale, guardavo quegli occhi di fronte che diventavano ancora più luminosi, quasi commossi. Bassolino dopo l'imbarazzo iniziale incominciò a sorridere ed a gonfiare il petto in nome della Napoletanità all'ennesima potenza. Alla fine della canzone Oscar applaudì compiaciuto, sembrava sinceramente grato e ammirato, lì per lì pensai che la sua ospitalità fosse veramente infinita.

Capii invece che tutto era genuino e sincero un anno dopo, quando ritornai nel suo studio, gli andai incontro per salutarlo ed abbracciandolo gli dissi :"Ciao amico mio, come stai?", senza rispondere alla mia domanda, le prime parole che pronunciò furono: "Ma tu stasera a cena canti?". Descrivere quale fosse la mia felicità in quel momento è veramente difficile, mi sentivo al settimo cielo, potevo fare un piccolo gesto per compiacere un uomo che senza conoscere me, il mio paese, i miei concittadini, non aveva esitato a regalarci qualche cosa che intere generazioni potranno ammirare e che solo Dio sa quanta ricchezza potrà aggiungere a noi, ai nostri figli, e alla progenie ravellese.

Ma ritorniamo alla prima cena. Il giorno dopo avremmo incontrato il Presidente del Brasile Lula che avrebbe consegnato ufficialmente a Bassolino il progetto dell'auditorium; ci lasciammo quella sera con un arrivederci al giorno seguente e tutti felici come una Pasqua. Nessuno immaginava quello che sarebbe potuto succedere. Lula nel pomeriggio aveva un incontro importantissimo con tutti i responsabili del Brasile sulla riforma delle pensioni, l'incontro con noi era stato concordato in coda a quella assemblea che si svolgeva in un albergo a pochi metri dallo studio di Niemeyer.

La mattina mi recai a casa di Roberto Davila per concordare gli ultimi dettagli, Bassolino mi telefonava in continuazione per conoscere il da farsi e le modalità di dettaglio dell'incontro.

Io puntualmente giravo le questioni a Roberto il quale, fra il serio ed il semiserio, mi rispondeva in modo evasivo con allusioni all'imprevedibilità dei Brasiliani. Solo nel pomeriggio realizzai che, poiché i lavori di Lula prendevano più tempo del previsto, lo staff del Presidente aveva annullato l'incontro. Fortunatamente quando Roberto mi svelò l'arcano della mattinata il problema era risolto: Lula, saputo dell'annullamento che il suo staff aveva deciso, aveva reagito affermando che non poteva venir meno ad un impegno preso non tanto con la delegazione italiana, ma con Oscar Niemeyer. Ancora una volta il grandissimo Oscar lasciava il suo segno!

L'anno successivo, grazie a Ravello, potetti fare quello che ho definito "il viaggio più bello della mia vita" . Ritornai in Brasile ospite ufficiale del Governatore dello stato di Santa Catarina Luiz Enrique da Silveira. Altro incontro con il mitico Oscar e altra cantata. Questa volta il novantasettenne mi regalò anche il suo accompagnamento battendo le mani al ritmo di "Tricca tricca e lariulà", ma soprattutto mi regalò una serie infinita di racconti, dalla costruzione di Brasilia alla visita in quello stesso studio di Fidel Castro, tutti con una lucidità spaventosa. Nel bel mezzo della discussione il suo strutturista Josè Carlos Sussekind mi rivolse la fatidica domanda: "Ma il nostro auditorium di Ravello si farà o non si farà ?"

Io cercai di essere rassicurante e convincente: " Si farà, si farà, solo se dovessi morire, ma se vivo si farà!" . Oscar intervenne e, ancora una volta, mi sorprese, con un candore convinto mi disse: "Non ti preoccupare, se non dovesse farsi non ti preoccupare, mi basta la vostra amicizia". Tutto questo è conservato in una ripresa audio-video che feci con la mia telecamera, un filmato che custodisco gelosamente e che spesso rivedo.

Ma il ricordo ancora più bello, più vivo, più netto, non è quello affidato ad un CD e ad un hard disk, è quello che mi porto dentro e che spero di aver saputo trasmettere almeno in parte a quanti hanno partecipato alla realizzazione di un'opera straordinaria che forse Ravello non ha ancora apprezzato a pieno. Sicuramente lo faranno di più e meglio i nostri figli che sapranno sintonizzarsi con il mondo nel riconoscere la straordinarietà dell'opera e del suo autore.
Grazie Oscar, grazie per il tuo dono, ma, ancora di più, grazie per i tuoi insegnamenti di vita.

Secondo Amalfitano
Un piccolo uomo di questo mondo che ha avuto la fortuna di conoscerti e di abbracciarti, che ti è grato e prega affinché la tua vita possa avvicinarsi il più possibile a quella eternità che il tuo nome e la tua arte hanno già, strameritatamente, conquistato.

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