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Storia e Storie

Amalfi, storia di una potenza marinara

Scritto da Giuseppe Gargano (Redazione), domenica 7 giugno 2015 11:30:27

Ultimo aggiornamento sabato 1 giugno 2019 11:01:19

di Giuseppe Gargano

Amalfi nasce, dal punto di vista urbano, come castrum bizantino tra il 568 e il 591 lungo i confini meridionali del giovane ducato di Napoli e in funzione anti-longobarda. Forse sin dal V secolo esisteva un villaggio chiamato Amalfia, il cui toponimo derivava dalla gens romana imperiale Amarfia, residente a Benevento, la quale avrebbe edificato una villa nel sito dove poi sarebbe sorta la città marinara. Intorno a questo villaggio, abitato da romanici, alcuni dei quali erano i discendenti degli abitanti delle ville patrizie dei secoli precedenti, mentre altri erano profughi dalle città classiche campane in fuga dalle invasioni germaniche, i bizantini organizzarono una sorta di villaggio fortificato, il κάστρων Άμάλφης, la cui esistenza viene accertata da Giorgio di Cipro intorno al 591; una lettera di Gregorio Magno del 596 attesta che quel castrum era diventato una civitas per la presenza del vescovo.

Una seconda ondata di militari bizantini, forse avvenuta allo scorrere di quel secolo, avrebbe determinato la fondazione di Atranum, il cui toponimo derivava dalla sua conformazione orografica, simile ad un antro racchiuso sul mare. Così anche Atrani assumeva una configurazione simile ad Amalfi, con una roccaforte sul promontorio sud-orientale che si prolunga nel mare, un arsenale seguito dal rione Arsina, a sua volta collegato al rione Campo e con un'arteria principale porticata e fiancheggiante il fiume sul versante di levante, la Via de li Pili. Anche Atrani fu civitas; ai soli abitanti di Amalfi e di Atrani era riservata l'elezione dei capi della repubblica autonoma sin dal I settembre 839, coincidente con l'inizio dell'anno fiscale e giuridico nei territorio dell'impero d'Oriente e nelle sue autonomie periferiche. L'usanza bizantina fu ripresa con l'avvento degli angioini (1266) e applicata nell'elezione dei sindaci e delle amministrazioni delle Università, perdurando sino all'età borbonica.

Nell'Alto Medioevo,mentre tutti gli abitanti della repubblica marinara, la cui giurisdizione andava dal fiume di Cetara al territorio stabiano e all'isola di Capri, delimitata dalla catena dei Lattari, erano detti Amalfitani, quelli di Atrani si definivano Atranienses. Questa sorta di distinzione faceva capire che si trattava di una diversa etnìa, giunta sul posto con prerogative di emergenza sociale e politica. Così sin dalle origini Amalfi e Atrani furono le due uniche civitates del ducato amalfitano, almeno sino alla seconda metà dell'XI secolo, quando emersero pure Scala e Ravello quali città-episcopali.

L'afflusso di gente proveniente da Bisanzio verso Amalfi e Atrani continuò ancora per il X e l'XI secolo: le fonti documentarie attestano la presenza di personaggi ragguardevoli che si firmavano in lettere e lingua greca oppure in caratteri greci ma in lingua latina. Uno di questi, Niceta protospatario, fu il padrino di nozze del duca Giovanni I soprannominato "Petrella" e della nobile longobarda salernitana Regale nel 981.

Un altro, Στεφάν Κριτής, era giudice della corte ducale di Amalfi. La stirpe dei Cammardella (oggi Gambardella) era di sicura origine bizantina; essa viveva a Scala e ad Amalfi sin dal X secolo. Persino gli autoctoni che navigavano per motivi mercantili verso le città dell'impero di Costantinopoli battezzarono i propri figli mediante onomastici orientali: Pantaleone, Stefano, Teodoro, Bisanzio, Bisanzia, Antiochia, Mira. Il nome di battesimo più diffuso nel territorio amalfitano e a Bisanzio era Giovanni.

Nel 984 monaci greci gestivano la chiesa di S. Trofimena di Minori, destinata a diventare tre anni dopo cattedrale suffraganea di Amalfi. Nel contempo eremiti greci dell'Italia meridionale si rifugiavano nel territorio amalfitano, dove andavano a vivere in grotte. Uno di questi, S. Saba da Collesano, riscattò nel 990 il rampollo del duca di Amalfi Mansone I tenuto in ostaggio dall'imperatore germanico, dopo che il dinasta amalfitano aveva occupato Salerno. Nel 987 alcuni di questi monaci orientali fondarono il monastero di Santa Maria de Olearia nel territorio di Maiori.
Una colonia bizantina esisteva ad Amalfi nel rione Vallenula, il cui toponimo è di chiara origine greca, designando un luogo fortificato dal quale si potevano lanciare dardi e pietre (βαλλω=scagliare), in questo caso a difesa dell'area portuale di Amalfi. La parte bassa era protetta da un promacus (προμαχέον=propugnacolo). Nel rione Vallenula esisteva la chiesa di S. Nicola de Grecis, donata a Montecassino dai nobili di Amalfi nel 1039, e lì viveva la stirpe dei Galatolo, il cui cognome richiamava una tipica nave bizantina, la galatia.
Qualche nobile di origine bizantina amava anteporre al proprio nome il termine aristocratico greco κΰριος in vece del latino dominus.
Il territorio amalfitano è decisamente una facies latina; comunque in esso sono altresì evidenti toponimi di origine greco-bizantina. Oltre al già nominato Vallenula, occorre segnalare Platamone di Atrani, il quale designava una spiaggia rocciosa (πλαταμων), oppure Pelagianum (da πέλαγος=mare aperto), che per rotazione consonantica è diventato Plagianum, Prahianum, Praiano.
I rapporti di Amalfi con Bisanzio furono sin dalle origini della città marinara sempre stretti e proficui. Agli inizi del X secolo il prefetto di Amalfi si diede molto da fare per il riscatto dei cristiani prigionieri degli arabi, per cui il patriarca di Costantinopoli lo gratificò con grandi quantità d'argento e l'imperatore lo designò del titolo aulico di patrizio imperiale. Tra X e XI secolo persino vari esponenti della nobiltà comitale amalfitano-atranese furono insigniti di titolo onorifici dalla corte bizantina per i servigi di carattere politico offerti; addirittura il mediocre di Tramonti Giovanni Greco detto "Rabella" nel 1099 si fregiava dell'onorificenza di patrizio, a lui concessa per la missione politica svolta in Puglia in funzione filo-bizantina e anti-normanna.

Il duca Mansone I (957-1004) alla fine del X secolo era il capo di Stato italico che possedeva i più elevati titoli aulici bizantini, superiore al duca di Napoli e al doge di Venezia, tanto era tenuta in conto Amalfi a quel tempo da Bisanzio.

Nella capitale dell'impero d'Oriente sin dagli anni '90 del X secolo era attiva una fiorente "colonia viruale" amalfitana, che si amministrava con proprie leggi e aveva propri giudici e consoli. Essa occupava un'area del Corno d'Oro, dove poi sorse la moschea Voljdekani, di fronte a Galata. In essa erano presenti due monasteri, intitolati al San Salvatore e a Santa Maria Latina, nonché la chiesa di Sant'Irene; inoltre vi era un molo per il carico e lo scarico delle merci.

In quella colonia visse un ramo della potente stirpe amalfitana dei de Comite Maurone, che vi si insediarono a partire dagli inizi dell'XI secolo con Lupino. Quindi il suo discendente Mauro, che possedeva un giro d'affari commerciali a dimensione mediterranea, nonché enormi capitali, divenne ypathos, cioè console dell'impero, mentre suo figlio Pantaleone ottenne la magistratura di disypathos (bisconsul) e diresse le operazioni militari che nel 1087, in una specie di prova generale per la crociata, favorì l'espugnazione di al-Madhia, un percoloso covo di pirati lungo le coste della Tunisia. Mauro de Comite Maurone fu a capo di un'organizzazione mercantile e marinara assai potente ed ebbe una tale influenza nella politica del ducato marinaro da sostenerlo insieme al figlio dall'esterno, procurando alleanze militari al fine di liberarlo dalle mire di conquista dei normanni.

Dai mercati della Romania, così era allora chiamato l'impero d'Oriente, molti mercanti-navigatori amalfitani importavano stoffe pregiate, oggetti di oreficeria, sete finissime che rivendevano in tutta Italia, spingendosi persino a Ravenna e da lì, navigando il Po, fino a Pavia. Dalle officine di Bisanzio Mauro e suo figlio Pantaleone fecero realizzare le porte bronzee per la cattedrale di Amalfi (1057), la basilica di Montecassino (1066), S. Paolo fuori le mura di Roma (1070), San Michele Arcangelo sul Gargano (1076), nonché la cassetta-reliquiario eburnea destinata al monastero cassinese ed ora a Farfa nell'alta Sabina. Intanto il mercante atranese Pantaleone Viaretta nel 1087 donava ad una chiesa della sua città, dedicata a S. Sebastiano, altre valve bronzee, esposte da secoli all'ingresso del S. Salvatore de Birecto, la cappella palatina del ducato.
Dai mercati di Costantinopoli giungevano le "cortine di palazzo", le facciole gricisce, candelabri e croci processionali d'argento e d'oro.

Il sistema legislativo della repubblica marinara era fondato sul Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, in particolare sul Digesto o Pandette, di cui esisteva ad Amalfi una copia autentica in scrittura onciale del VI secolo, poi trafugata dai pisani nel 1135 ed ora esposta alla Biblioteca Laurenziana di Firenze.

Ma, mentre un occhio degli amalfitani era rivolto ad Oriente verso Bisanzio, l'altro puntava a meridione e ad occidente verso il mondo arabo. Gli amalfitani dell'Alto Medioevo seppero ben coniugare il filellenismo all'arabofilia, due contrastanti tendenze mediterranee che, intrecciandosi e non autoescludendosi, costituirono la fortuna della città marinara, facendo diventare i suoi figli i più abili mediatori del Mediterraneo. Mentre una loro flotta aiutava i bizantini nella riconquista della Siria (968-969), un'altra sosteneva i Fatimidi nella conquista del califfato d'Egitto (971), ottenendo in cambio l'esenzione in tutti i porti egiziani e l'autorizzazione a coniare i tarì d'oro.

Così Amalfi, almeno sin dal 1057, cominciava a coniare propri tarì che, oltre all'originale iscrizione cufica, avevano capite et cruce, cioè da una parte la testa del duca e dall'altra la croce ottagona, simbolo delle Beatitudini di San Matteo e della Rosa dei venti e poi dell'Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, il primo ordine monastico-cavalleresco della storia, fondato nell'omonimo ospedale gerosolimitano dal priore fra' Gerardo Sasso di Scala.
Così il duca Mansone I usava un sigillo plumbeo per la ceralacca pendente dai suoi diplomi pubblici con l'iscrizione greca: "Signore, proteggi il tuo servo" (ora simbolo del Centro di Cultura e Storia Amalfitana).
Case a volte estradossate, disseminate lungo la costa, volte a crociera ed archi acuti, presenti nell'arsenale e nei palazzi amalfitani, archi intrecciati e raffigurazioni musive, in evidenza nei chiostri dei cenobi e sulla facciata della cattedrale, costituiscono oggi la prova dell'influenza araba; mentre numerosi affreschi, conservati in chiese e monasteri, insediamenti rupestri eremitici, chiese a pianta centrale, sculture e incisioni di bronzo, marmo e avorio, sono gli elementi bizantini ancora esistenti in Amalfi.

La Chiesa di Amalfi offrì notevoli contributi diplomatici per la pace tra i cristiani d'Occidente e quelli d'Oriente. In occasione dello Scisma d'Oriente Amalfi dimostrò la sua equidistanza tra Costantinopoli e Roma, raffigurando sulla porta della sua cattedrale S. Pietro protettore della Chiesa Latina e S. Andrea protettore di Amalfi e della Chiesa d'Oriente. In quella circostanza il monastero benedettino amalfitano del Monte Athos in Grecia, racchiuso in un'enclave di cenobi orientali, svolse una rilevante opera di mediazione, riuscendo a salvare molte vite umane. Laycus, il maestro dei chierici della cattedrale di Amalfi, definiva in quel tempo (1071) la Chiesa Romana come "lo specchio di tutte le altre chiese", ma nel contempo riteneva i monaci orientali "padri molto religiosi, molto saggi e molto eruditi".

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