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Storia e Storie

Amalfi e la tradizione della pizza nel giorno dei Defunti

Scritto da (redazione), martedì 1 novembre 2016 20:27:27

Ultimo aggiornamento domenica 1 novembre 2020 21:53:47

di Sigismondo Nastri

"Il ricordo è l'unico paradiso dal quale non possiamo venir cacciati" è il motto del mio blog (mondosigi), preso in prestito da Jean Paul (pseudonimo di Johann Paul Friedrich Richter, scrittore e pedagogista tedesco: Wunsiedel, 21 marzo 1763 - Bayreuth, 14 novembre 1825).

Il ricordo è sempre riferito a qualcosa che ha segnato il mio percorso di vita in modo indelebile e che, perciò, riaffiora prepotentemente, con la sua carica di nostalgia e di rimpianto, in determinate situazioni.

Da ragazzo - l'ho già scritto, ma mi piace tornarci su - abitavo ad Amalfi nel cuore della Valle dei Mulini (dove sono nato e cresciuto, e poi ci ho lavorato per molti anni, fino al pensionamento). La mia casa era all'ultimo piano del palazzo Anastasio, là dove una lunga scalinata - un migliaio di gradini o forse più - s'impenna per arrivare a Scala, passando per Pontone e Minuta. Non ho dimenticato i nomi, oggi desueti (come la stessa strada, frequentata solo dagli amanti del trekking, per lo più stranieri), che caratterizzavano certi luoghi: Sott' ‘e grotte, ‘Ncopp' 'o purteciello, Fòre ‘o tuoro, ‘A pónta ‘e priéce, San Giuvanne, San Felippo, Sant'Eustachio.

Compravamo il pane da Gennarino Muoio, che aveva il forno - subito dopo il largo Spirito Santo e il supportico San Giuseppe dalle belle pareti affrescate (demolito negli anni sessanta per lasciare spazio alla strada rotabile) - all'angolo tra quelle che allora si chiamavano via Fiume e salita Lauro, dirimpetto alla "ghiacciera" di don Nicola Milano, che occupava il lato opposto del torrente Canneto, dove poi s'è costruito l'edificio scolastico, raggiungibile attraverso un esile ponticello. Il negozio di vendita, gestito dalla moglie Rosa - Gennarino e Rosa formavano una coppia collaudata: avevano messo al mondo dieci o dodici figli - era in via Pietro Capuano, accanto al cortile dove parcheggiava il camion ‘O Pollidro (detto così, il puledro, per la capacità che aveva di correre alla guida del grosso automezzo sulla stretta e dissestata strada della costiera).

Il pane era eccellente, sia per la farina adoperata, sia per la cottura, sia per l'abilità del panettiere. Il forno trovava alimento in profumate fascine di lecci e di castagni, portate giù a spalla - ed era per lo più compito delle donne -, con una fatica incredibile, dalle montagne di Scala.

Ogni anno, il 2 novembre, Gennarino ci regalava la pizza: grande, condita con pomodorini del piénnolo, aglio, acciughe, origano. A pranzo consumavamo quella e ci bastava. Parlo dei tempi duri della guerra e dell'immediato dopoguerra. Soltanto la domenica si riusciva a mettere a tavola un secondo piatto.

Da allora, il 2 novembre, ho continuato a mangiare la pizza. Lo farò pure quest'anno. Ovviamente, essa non è più quella di Gennarino Muoio che resta (certamente lo era), nel mio immaginario, di una bontà assoluta, inimitabile.

L'accostamento tra la pietanza e la commemorazione dei morti nessuno me lo ha mai spiegato. Penso che, evitando di applicarsi ai fornelli, le nostre mamme e, prima ancora, le nostre nonne potevano dedicare più tempo al culto dei cari defunti. Ad Amalfi la visita al cimitero era (ed è) faticosa, perché impone l'arrampicata su una montagna di scalini. Dell'ascensore, già realizzato, dopo un iter durato decenni, ma sempre in attesa di essere attivato, non parlo. Aspetto che qualcuno me ne dia notizia.

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