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Storia e Storie

Amalfi e Bisanzio: storia del binomio tra la "Nuova Roma" e la piccola città marinara

Scritto da Giuseppe Gargano (Redazione), lunedì 4 luglio 2011 18:19:27

Ultimo aggiornamento domenica 18 giugno 2017 12:52:35

di Giuseppe Gargano

Amalfia et Byzantium: un binomio collegato dal cordone ombelicale tra la grande madre, la "Nuova Roma" che Costantino edificò sul Bosforo, e la piccola figlia, arroccata tra i monti e il mare, ma doviziosa e potente sulle acque del Mediterraneo.

Il parto storico di Amalfi dalla lontana madre Costantinopoli è segnato sulle pagine della tradizione cronachistica, ma è anche ricostruibile attraverso la puntuale ed acribica lettura delle sporadiche fonti documentarie. Ne deriva, pertanto, la fondazione del Κάστρων Άμάλφης entro il 591 nel quadro del consolidamento delle postazioni rivierasche bizantine a seguito dell'invasione longobardica in Italia. Così i militari provenienti da Bisanzio si unirono alla già esistente popolazione romanica autoctona, per formare l'etnìa amalfitana, destinata ben presto a trasformarsi in autentica nazione.

Gli Amalfitani nell'Impero bizantino è il titolo della relazione di apertura degli atti del convegno internazionale inerente all'VIII centenario della traslazione delle reliquie dell'Apostolo Andrea da Costantinopoli ad Amalfi, tenutosi a Roma nel 2008. L'autrice, una nostra vecchia conoscenza, Vera von Falkenhausen, qualificata esperta del mondo bizantino medievale, ha ripercorso per grosse linee i rapporti della repubblica marinara con l'impero d'Oriente.

Sin dalla più celebre leggenda di fondazione, riportata sia nel Chronicon Salernitanum, scritto negli anni '70 del secolo X, sia nel Chronicon Amalfitanum, copia elaborata tutt'al più agli inizi del XIV secolo di un testo ben più antico, viene chiaramente manifestata un'ideologia bizantina da parte degli amalfitani dell'Alto Medioevo. La loro presenza nella capitale dell'impero risale alla prima parte del X secolo, quando la loro "colonia virtuale" era già attiva insieme a quella dei veneziani. Fu forse proprio allora che gli amalfitani dovettero acquistare ivi la copia delle Pandette del codice giustinianeo, conservata nella città campana sino al saccheggio dei pisani del 1135 ed ora custodita a Firenze: le note marginali in scrittura beneventana sembrano provare che il testo fu effettivamente per qualche tempo nel Meridione d'Italia. In aggiunta, alcuni documenti amalfitani altomedievali fanno esplicito riferimento a quel corpus giuridico.

Nel corso del X secolo i capi della città marinara s'impegnavano per il riscatto degli schiavi cristiani dalle mani degli arabi o partecipavano con le loro flotte militari alla riconquista della Siria nel 968: da qui i titoli aulici attribuiti dalla corte imperiale a nobili amalfitani quali un certo Sergio, nipote di un comes della repubblica, o un Niceta, di chiara origine greca, compatre della coppia ducale Giovanni I - Regale.

Nell'ultimo quarto del secolo X Amalfi era diventata la referente principale per Bisanzio in Italia: infatti, il suo duca Mansone I era insignito dei massimi titoli aulici, superando i suoi colleghi di Napoli e di Venezia.

La fitta rete di relazioni mercantili tra Amalfi e l'Oriente lasciò segni indelebili nell'onomastica della popolazione amalfitana: un buon numero di personaggi assunse i nomi di Anthiocia , di Bisantius o Bisantia, di Gerosolima, a testimonianza della memoria dei lauti affari compiuti dai loro genitori in quelle città.

Amalfi dovette lasciare il passo a Venezia per quanto riguarda i rapporti privilegiati con la corte bizantina a seguito della Guerra Adriatica (1080-1085), combattuta da Roberto il Guiscardo per impadronirsi del seggio imperiale. In quella circostanza Amalfi pagò lo scotto della dipendenza dai normanni.

Ad ogni modo le relazioni con Bisanzio furono nuovamente intensificate con la rivolta amalfitana del 1096, quando il duca Marino, che si fregiava dei titoli di sebastos pansebastos, guidava la città marinara contro i normanni, mentre l'atranese di Salerno Landolfo Butrumile, protosebastos e comandante della flotta imperiale, sosteneva la revanche greca nel Meridione e donava alla cattedrale salernitana le famose porte di bronzo orientali.

L'amicizia con Bisanzio continuava ancora agli inizi del XII secolo: l'arcivescovo amalfitano Mauro de Monte, che era stato in precedenza abate del monastero benedettino del S. Salvatore a Costantinopoli, insieme al giudice Musco fungeva da garante per l'istituzione della colonia pisana nella capitale d'Oriente, la quale si sviluppava accanto a quella amalfitana.

I continui contatti col mondo bizantino favorirono l'introduzione nell'ambito del ducato di Amalfi di culti e di reliquie di Santi venerati particolarmente in Oriente. La religiosità di due comunità amalfitane medievali, appartenenti a due civitates episcopales, fu caratterizzata da ben definite influenze: Scala fu chiaramente segnata dalla presenza di culti occidentali e africani; Ravello, al contrario, fu interessata da culti di provenienza orientale.

La spiegazione inerente a questa specializzazione cultuale la si trova nel fatto che gli scalesi operavano in Sicilia, dove gestivano, sin dall'età normanna, attività economiche ed occupavano ruoli di primo piano nell'amministrazione marinara, giuridica e fiscale; invece i ravellesi dominavano, nel contempo, praticamente l'intera Puglia ed erano, pertanto, direttamente influenzati dalla religiosità bizantina. Nel 1087 tra i marinai che trasportarono le reliquie di S. Nicola da Mira a Bari vi erano alcuni ravellesi.

Nel 1099 l'amalfitano Giovanni Rabella di Tramonti, patrizio imperiale, donava tutti i suoi beni alla chiesa barese intitolata al Santo vescovo.Padre Constantin Simon concentra la sua relazione sulla venerazione di S. Pantaleone di Nicomedia in Oriente come in Occidente, in riferimento speciale alla repubblica di Amalfi. In primo luogo risulta evidente che ben tre Santi di Nicomedia, Pantaleone, Giuliana e Barbara, erano venerati nel territorio amalfitano medievale, in particolare a Ravello.

Il medico santo divenne poi il protettore di quella città amalfitana. Il suo culto giunse ivi sicuramente tramite i ravellesi residenti in Puglia e proiettati dal punto di vista commerciale verso l'impero d'Oriente. Pantaleone era associato agli altri medici Cosma e Damiano, già sottotutelari della cattedrale di Amalfi e poi venerati a Ravello, dove ancora oggi si trova un santuario a loro dedicato. Altro culto connesso con i due precedenti era quello per i Santi Ciro e Giovanni, ai quali sin dal 964 era intitolata una chiesa a Maiori.

Pantaleone viene presentato come un medico che si serve più della religione che della medicina per compiere guarigioni miracolose. E fu proprio la guarigione di un ragazzo morto a causa del morso di una vipera, avvenuta mediante la resurrezione, che convinse definitivamente Pantaleone a convertirsi e a seguire anche dal punto di vista spirituale il suo maestro Ermolao. Cominciò, così, ad essere il medico dei poveri.

L'autore sostiene che furono i veneziani a trasportare in Occidente le reliquie di S. Pantaleone, prendendole a Costantinopoli. Possiamo intravedere subito un possibile logico collegamento: i ravellesi erano in rapporto con i veneziani nelle terre di Puglia e, inoltre, trasportavano grano nella città lagunare per conto del governo della Serenissima.

Gli Acta Sanctorum riferiscono, a proposito della leggenda della traslazione del sangue del Santo a Ravello, che una nave, la quale trasportava la santa reliquia, fu sorpresa da una possente tempesta; non potendo proseguire, i marinai colsero il segno indicato dal Santo, per cui lasciarono l'ampolla col divino liquore nella chiesa della città presso la quale stavano navigando, cioè Ravello.

Sembra che questo sangue miracoloso, che in parte si scioglie ogni 27 luglio, data di ricorrenza del martirio, sia apparso per la prima volta nella cattedrale ravellese nel 1112, data in cui compare nelle fonti la chiesa di S. Pantaleone, situata nella Platea S. Adiutorii, in un luogo posto più a settentrione della chiesa madre. In quegli anni qualche cittadino ravellese era insignito del titolo di patrizio, a testimonianza delle proficue relazioni con l'impero. La reliquia del sangue è stata recentemente studiata dal medico ravellese Ulisse di Palma, che ha spiegato la sua complessa conformazione e ha evidenziato il nucleo fondamentale del segno miracoloso.
Molti Santi venerati lungo la Costa d'Amalfi sono giunti dal mare, sia sotto forma di reliquie che di icone artistiche.

Il Santo per eccellenza, protettore non solo della città di Amalfi, ma pure dell'intero arcivescovado, arrivato dal mare è l'Apostolo Andrea. La Sua venuta non è stata casuale, bensì il frutto di una pia fraus, come la definisce Werner Maleczek, il massimo studioso del cardinale amalfitano Pietro Capuano, congegnata a Costantinopoli nel corso degli eventi della IV Crociata dal suddetto porporato, che nella circostanza era il legato pontificio. Così il corpo dell'Apostolo, prelevato dalla chiesa dei Santi Apostoli, fu trasportato su di un buctius amalfitano nella città costiera ed introdotto nella cripta della cattedrale l'Otto Maggio 1208.

Ernst Christoph Suttner passa in rassegna la peregrinatio di tali reliquie tra Patrasso, Costantinopoli, Amalfi e Roma.

Egli chiarisce, innanzitutto, che la notizia del martirio subìto da S. Andrea a Patrasso risale al II secolo, per cui arguisce che non necessariamente la sua tomba sia stata in quella città in origine. Come dimostrano i successivi avvenimenti, che risalgono al tempo dell'imperatore Costantino, nella città greca si custodiva la sepoltura di un Apostolo vescovo. Essendo diventata Costantinopoli la nuova Roma capitale, allora si decise di trasferirvi le reliquie degli Apostoli; soltanto quelle di Pietro e di Paolo restarono nell'antica Roma. Costanzo II, figlio di Costantino, tra il 356 e il 357 portò le reliquie di S. Andrea a Costantinopoli, deponendole nella chiesa dei Dodici Apostoli insieme a quelle di Luca e Timoteo, allievo di Paolo, ritenuto nel sinassario greco apostolo. In quel tempio venivano seppelliti gli imperatori, in quanto capi della Chiesa d'Oriente.

Georgios Panagopoulos prosegue sull'argomento connesso con l'Apostolo protettore di Amalfi e dell'Oriente, presentando il discorso tenuto intorno alla festa di S. Andrea quale patrono e fondatore del seggio arcivescovile di Costantinopoli da Eugenios Voulgaris il 30 novembre del 1759.

Il diacono racconta che Andrea lasciò la Palestina per diffondere il Vangelo tra i popoli. Egli fu, con il fratello Pietro, il legislatore della Chiesa. La prima parte dell'omelia pronunciata da Voulgaris si concentra sulla grandezza e sullo splendore di Andrea. In polemica con la Chiesa di Roma, il prelato greco afferma che gli ortodossi considerano gli Apostoli tutti uguali, per cui non possono accettare il primato di Pietro.

Ripercorre, quindi, la storia di Andrea, asserendo che costui aveva studiato la scrittura sin da bambino e poi aveva seguito il Battista, che divenne il suo padre spirituale e della Chiesa ortodossa. Secondo Voulgaris, Andrea non è solo "il primo chiamato", ma "il chiamato autonomamente". Così Andrea avrebbe visitato vari popoli dell'Oriente, alcuni dei quali caratterizzati dall'aspetto barbarico. Panagopoulos sottolinea che l'identificazione dell'Apostolo Andrea quale fondatore del seggio vescovile di Costantinopoli non dev'essere attribuita a Voulgaris, poiché vi sono testi basilari riguardo a tale tradizione risalenti all'VIII secolo: tra questi risalta il Martirium Sancti Apostoli Andreae; altre testimonianze scritte appartengono al secolo successivo.

L'apostolato di Andrea era conosciuto in Scizia verso la metà del III secolo. Bisogna, inoltre, credere ai viaggi da lui compiuti attraverso l'Asia Minore, la Tracia, l'Achaia, come affermano atti scritti nella seconda metà del III secolo a Patrasso. Tra i vari popoli visitati da Andrea, Voulgaris comprende i chersoniti; si riferisce poi a Gregorio di Tours, il quale menziona Sinope, Nichaia e Nicomedia quali centri toccati dall'Apostolo. Inoltre, aggiunge Sebastopoli, riportata nella lista bizantina di Epifanio, nonché il popolo degli Abaschi, abitanti del Caucaso.

A seguito della conquista della Sicilia e dell'occupazione di vaste aree della Calabria da parte degli arabi, numerosi monaci orientali trovarono rifugio nel principato longobardo di Salerno e nel ducato romanico-bizantino di Amalfi. Essi si stabilirono in maniera provvisoria in grotte ed anfratti naturali, che potenziarono con piccoli edifici in muratura e a volte abbellirono con affreschi.

Maria Rosaria Pagano pone in parallelo il fenomeno dei Sufi, mistici dell'Islam del IX secolo, che portavano un rozzo saio di lana e onoravano Gesù, ritenendolo modello supremo di santità. Subirono, purtroppo, il supplizio da parte dei giuristi e dei dottori islamici.

Padre Richard Čemus interviene nell'argomento del monachesimo ascetico orientale con la sua relazione: Oriente in Occidente: tratti peculiari della spiritualità dei monaci italo-greci. Egli segue le orme di S. Nilo di Rossano, che giunse a Montecassino con i suoi discepoli, per trasferirsi poi a Grottaferrata.

La presenza degli insediamenti eremitici sulla Costa d'Amalfi fu molto forte per tutto il X secolo, come hanno ampiamente dimostrato gli studi di Adriano Caffaro e di Paolo Peduto. Nei primissimi anni di quel secolo S. Elia da Enna guarì la nipote del prefetto di Amalfi da una fastidiosa malattia. Nell'ultimo quarto S. Saba da Collesano visse per qualche tempo in una grotta sita sul Monte Aureo, nel versante di Atrani. A lui si rivolse il duca Mansone I per ottenere il rilascio dell'omonimo suo rampollo tenuto in ostaggio a Roma da Ottone III, condotto in Germania da Ottone II a seguito dell'occupazione di Salerno da parte del dinasta amalfitano nel 982. Gli eremiti Pietro e Giovanni fondarono, entro il 987, il monastero di S. Maria de Olearia presso Maiori; ancora oggi l'edificio monumentale conserva cicli di affreschi bizantini, fondamentali per la comprensione della pittura medievale nel Meridione.
A padri greci era affidata la cura della chiesa di S. Trofimena di Minori nel 984, tre anni prima della sua elevazione a sede vescovile suffraganea.
Čemus si sofferma sul concetto di fuga mundi caratteristico dell'eremita; inoltre pone in evidenza la sua missione di lotta contro i demoni, nonché di familiarizzazione con gli animali selvatici. La vita dell'asceta è, così, una specie di ritorno al Paradiso, un paradiso terrestre segnato perfino dalla sua nudità fisica: S. Onofrio venerato in Puglia ne costituisce un esempio. L'estremismo di vita si fortifica ulteriormente restando a lungo all'impiedi all'aperto, come al cospetto del santuario dell'Arcangelo Michele sul Gargano. Tutto questo, comunque, in una nobile e concreta certezza: l'amore verso il prossimo.
A volte il monaco orientale, aggiungiamo noi, è capace di camminare sulle acque, come fecero Pietro e Giovanni dell'Olearia, o di apparire a guisa di un ologramma e predire il futuro, come accadde al gran conte di Sicilia, Ruggero I, durante il suo assedio a Capua nel 1098. Gli apparve una notte nella tenda il venerabile Bruno, che lo invitò ad attaccare, assicurandogli il favore divino. Così fece il gran conte e prese la città. Poi rimase ammalato per quindici giorni. Quindi, finalmente guarito, si fermò a Squillace, donando a Bruno e alla sua chiesa dei Ss. Maria e Stefano dell'Eremo castelli e terre quale segno di riconoscenza.
Il complesso ecclesiastico di S. Nicola de Gallucanta di Vietri sul Mare, nel principato di Salerno, era retto da igumeni bizantini verso la metà dell'XI secolo.
Il filo conduttore che percorre per buona parte le relazioni del convegno romano promosso dal Pontificio Istituto Orientale dev'essere individuato nell'importanza della Chiesa amalfitana tra i secoli XI e XIII, una Chiesa che a giusta ragione Robert Brentano eleva a dimensione internazionale, all'altezza di quella d'Inghilterra nel Duecento. I pastori che seppero condurre con colta saggezza la Chiesa di Amalfi durante il secolo XI, facendola passare indenne attraverso la tempesta dello scisma e promuovendo validi contributi diplomatici e religiosi, furono tutti di estrazione monastica benedettina. Essi si formarono per la maggior parte nei monasteri della regione amalfitana, la cui diffusione nel territorio delineava una vera e propria costellazione geografica.
Il monachesimo amalfitano del Medioevo è stato magistralmente studiato da Andrea Cerenza.
Sin dalle origini della città la simbiosi vescovo-monastero era evidente: il presule Pimenio fu minacciato dal pontefice nel 596 della sua chiusura in un cenobio della zona, se non fosse rimasto stabilmente nella sua sede.
Una più ampia costellazione monastica benedettina gli amalfitani seppero intessere nel contesto del Mediterraneo.
Nella capitale dell'impero essi fondarono almeno due cenobi, uno dedicato a S. Maria Latina e l'altro al S. Salvatore. Negli anni '60 dell'XI secolo questi funsero da roccheforti delle posizioni teologiche della Chiesa di Roma, quindi come una sorta di enclave cattolica in un mare ortodosso. Il monaco amalfitano di Bisanzio, Giovanni, tradusse, secondo Beltjens, la Vita dell'Elemosiniere su richiesta di Pantaleone de Comite Maurone, ricco mercante di Amalfi e disypathos dell'impero.
A Gerusalemme gli amalfitani costruirono un altro monastero intitolato a S. Maria Latina, affiancato da quello di S. Maria Maddalena, verosimilmente tra il 1063 e il 1071, in stile bizantino.
Grande rilevanza assunse in quei tempi il monastero amalfitano del Monte Athos, in Grecia. I suoi monaci svolsero una fondamentale opera di pace e di diplomazia.
Amalfi stabilì interessanti relazioni con Montecassino: innanzitutto in quel cenobio si formò il monaco Lorenzo d'Amalfi, secondo arcivescovo della città marinara col nome di battesimo di Leone Gettabetta, che fu esperto in matematica, astronomia, agiografia, medicina, arti magiche ed automazione; fu, inoltre, maestro di Ildebrando da Soana, il futuro papa Gregorio VII. Nel contesto della città di Amalfi il monastero di Montecassino possedette un fondaco, un'area cantieristica e alcune chiese, tutte concentrate nel rione Vallenula, il quartiere dei greci.
Anthony Luttrell affronta un argomento di speciale interesse non solo per gli studiosi: The Amalfitan Hospices in Jerusalem.

Gli amalfitani realizzarono una colonia nella Città Santa a partire almeno dal X secolo; il loro quartiere era prossimo al Santo Sepolcro. Essi trasportavano sulle loro navi i pellegrini diretti ai luoghi santi, tra cui anche i primi avventurieri normanni, che sbarcavano a Giaffa, dove li riprendevano nel loro viaggio di ritorno, dopo essersi recati per commercio in Egitto, come ha provato David Jacoby. Secondo Luttrell, Mauro de Comite Maurone, ricco e nobile mercante amalfitano residente a Bisanzio, avrebbe fondato il primo ospizio a Gerusalemme tra il 1063 e il 1071, mentre, come afferma Amato di Montecassino, un altro lo stesso personaggio aveva realizzato ad Antiochia. L'edificio gerosolimitano, secondo i cronisti del XII secolo, sarebbe stato molto grande, fondato su 124 pilastri e 64 colonne, ed avrebbe ospitato 2000 posti-letto.

Recentemente Jurgen Krűger ha scavato alcune corsie della struttura architettonica, la quale evidenzia forme praticamente identiche a quelle dell'arsenale di Amalfi. Doveva trattarsi di un ospedale quadriporticato per la cura degli infermi, associato al quale vi era un ospizio per i pellegrini in visita al S. Sepolcro. L'area in cui si trovava era detta Mauristan, toponimo interpretato dalla studiosa Anna Masala nel significato di "terra di Mauro", cioè dell'amalfitano fondatore. La realizzazione di ospizi da parte degli amalfitani risale agli inizi dell'XI secolo. Nel 1009 un ospitarium gestivano i monaci benedettini dei Ss. Maria e Vito di Positano al centro di Amalfi. Nel 1044 i ravellesi fondarono a Melfi il monastero di S. Benedetto de Vultu, il quale doveva servire da stazione di rifocillamento per i loro concittadini mercanti che si recavano in Puglia.

Nell'ospedale amalfitano di Gerusalemme operavano presbiteri e monaci medici, puntualmente attestati nelle fonti del X e dell'XI secolo, come ho dimostrato mediante i miei studi. Di certo contribuiva alla formazione di altri medici la Scuola Medica Salernitana voluta da Guaimario IV e frequentata da dottori arabi, ebrei, cristiano-orientali.
E veniamo alla nascita dell'ordine ospedaliero gerosolimitano.

Maria Rosaria Pagano ne ripercorre le tappe cronologiche attraverso la sua relazione Fra' Gerardo Sasso, ponte tra Oriente e Occidente, mediante una qualificata collazione compilativa a riguardo della letteratura in materia: ne delinea, in poche parole, lo stato dell'arte. Pone in evidenza la mia ipotesi relativa alle origini del fondatore fra' Gerardo: questi sarebbe stato un monaco-medico benedettino del monastero di S. Benedetto e S. Scolastica a Tavernata, appartenente alla diocesi di Scala. Ho dimostrato, in aggiunta, che gli onomastici "Gerardo" e "Sasso" erano già diffusi nel Meridione d'Italia nel X secolo. Naturalmente la loro origine era germanica. In particolare, l'appellativo de Saxo o Saxus era riferito a soldati mercenari della Sassonia chiamati al servizio dei longobardi della Campania. Alcuni di questi dovettero essere allocati nel castello di Scala Maggiore da Guaimario IV, al fine di controllare gli amalfitani dopo l'occupazione del ducato avvenuta nella primavera del 1039. A sostegno di tale asserzione da me avanzata vi sono documenti che attestano la costante presenza delle famiglie de Saxo e Alamanno, di chiara origine germanica, proprio nella città di Scala per vari secoli del Medioevo.

Luttrell ritiene che Gerardo sarebbe stato l'institutor di un terzo xenodochium, cioè di un ospizio per l'accoglienza dei pellegrini in visita al Santo Sepolcro con oratorio dedicato a S. Giovanni Elemosiniere, patriarca di Alessandria morto nel 619. Gerardo, già priore del primo ospedale tra il 1081 e il 1099, ne avrebbe fondato un secondo tra il 1099 e il 1113 insieme ad una chiesa, introducendo il culto di S. Giovanni Battista. Sono convinto che questi avrebbe realizzato lo xenodochium quale ingrandimento del precedente ospedale entro il 1084. Luttrell crede, inoltre, che l'intitolazione a S. Giovanni Battista sia avvenuta proprio nel 1113, l'anno in cui Gerardo ricevette il riconoscimento pontificio.

Fu in quegli anni che Gerardo istituì il primo ordine monastico-cavalleresco della storia, l'Ordine Ospitaliero di S. Giovanni di Gerusalemme. Ho già mostrato in altra sede la cospicua serie di logiche prove indirette circa la sua origine amalfitana, che posso qui brevemente riassumere:
- il primo ospedale di Gerusalemme, di cui Gerardo fu priore, era stato fondato dall'amalfitano Mauro, suo connazionale, nel 1063;
- la croce ottagona, simbolo dell'Ordine gerosolimitano istituito da Gerardo, era già presente sui tarì, le monete della repubblica di Amalfi, intorno al 1080;
- il beato Gerardo era di certo priore dell'ospedale già prima della crociata, quando i milites francesi non operavano ancora in quell'area;
- gli amalfitani avevano uno spirito assistenzialistico accresciuto grazie ai loro intensi rapporti con musulmani, ebrei e cristiani d'Oriente;
- la lista dei monaci-cavalieri di S. Giovanni, elencata nelle Petitiones di S. Scolastica a Subiaco e risalente al tempo del gran maestro Raimundus du Puy (1125-1158), riporta nomi di area amalfitana dell'ordine di 6 su 13.

E' molto probabile che l'uso delle armi consentito ai giovanniti sia derivato dai monaci amalfitani dell'Athos, il cui insediamento monastico era ben difeso da una struttura turrita.

Luttrell individua l'impegno di Gerardo nel rendere indipendente la sua istituzione.

Considerate la morte del beato istitutore amalfitano per l'anno 1120 e la nomina del francese Raimondo nel 1125, il quale creò una nuova regola in sostituzione di quella agostiana adottata dal suo predecessore, resta un vuoto di 5 anni; a tal proposito Luttrell propone la successione a Gerardo da parte di un certo Ruggero.

Padre Edward Farrugia, ponendosi sulla linea guida del convegno, prende in esame un personaggio della Chiesa amalfitana della metà dell'XI secolo, l'arcivescovo Pietro de Alferio, monaco salernitano di S. Benedetto, rilevando la sua fondamentale opera di mediazione teologica al tempo dello scisma d'Oriente. Pietro era stato imposto sulla cattedra arcivescovile amalfitana dal principe di Salerno Guaimario IV verso il 1047, al posto di Leone II Gettabetta, allontanato dalla sua patria per esser stato sostenitore della causa bizantina.

Quando nel 1054 fu inviato dal papa insieme ad Umberto di Silvacandida e al principe salernitano Gisulfo II a Costantinopoli per trattare con l'imperatore e il patriarca, Pietro era stato espulso da Amalfi, nonostante ne restasse ancora il presule; la sua espulsione fu voluta dal rientrato duca Giovanni II, nemico dichiarato del defunto Guaimario. La delegazione pontificia fu accolta nel sontuoso palazzo che Mauro e suo figlio Pantaleone de Comite Maurone possedevano a Bisanzio. Il fatto che Pietro non rappresentasse in quel consesso il duca di Amalfi non fu certamente favorevole al dialogo soprattutto con la corte imperiale, presso la quale il duca Giovanni II era stato ospite, nella sua funzione di suddito nominale, per ben tredici anni e dove già suo padre Sergio III era giunto nel lontano 1028.

Della spiritualità di questo Pietro è testimone S. Pier Damiani, il quale ricorda il miracolo dell'ostia diventata carne occorso all'arcivescovo amalfitano mentre celebrava l'eucaristia. La trasformazione miracolosa avvenne affinchè fosse in lui dissipato ogni dubbio circa la vera natura dell'ostia e acceso nel suo animo lo spirito della difesa della verità.

Pietro di Amalfi partecipò a due sinodi nel 1059. In uno di questi, presieduto da Nicola II, dopo aver assaporato la tristezza della sconfitta militare, insieme al papa Leone IX, subìta qualche anno prima a Civitate, dovette assistere al riconoscimento papale a Roberto il Guiscardo delle sue conquiste presenti e future e alla dichiarazione di vassallo della Chiesa da parte di quest'ultimo, vassallaggio che si protrasse sino al regno dei Borbone. A nulla valse il progetto militare antinormanno dell'amalfitano Pantaleone de Comite Maurone del 1063, annullato dalla diffidenza dell'imperatore tedesco.

Padre Farrugia fa rilevare la notevole importanza in campo teologico della Chiesa di Amalfi nel 1054, in occasione dello scisma che segnò la rottura tra Roma e Costantinopoli nella questione degli azimi. Tale questione risaliva al 591 ed era sorta tra l'imperatore bizantino Mauritius e gli armeni, i quali "non volevano mangiare il pane infornato dai greci". Nel 1045 gli armeni furono sottomessi ai bizantini e ai loro riti. Cinque anni più tardi Argiro, governatore bizantino dell'Italia meridionale, propose l'uso dell'azimo, subendo, pertanto, la scomunica da parte di Michele Cerulario: da qui ebbe inizio lo scisma. Da storico considero questa soltanto una parte della completa motivazione relativa alla rottura tra Roma e Bisanzio; occorre necessariamente aggiungere la questione del potere temporale, cioè il confronto per il controllo politico del Meridione tra i bizantini e la Chiesa cattolica, legata ai potentati longobardi campani.

Padre Farrugia condivide l'opinione di Chadwick, secondo il quale nel 1054 non avvenne affatto la definitiva frattura tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente, poiché sia i futuri crociati sia i normanni di Sicilia riconobbero l'istituzione ecclesiastica greca.

Pantaleone de Comite Maurone, l'ospite di Pietro e degli altri legati, prese posizione equidistante in quella circostanza: egli definì haeresiarcha potius quam patriarcha Michele Cerulario, mentre esaltava l'imperatore Costantino IX, che aveva ricevuto con grandi onori i rappresentanti romani. Per dimostrare apertamente la sua equidistanza tra Roma e Costantinopoli, Pantaleone nel 1057 fece illustrare, ageminate in argento sulla porta di bronzo che donò all'episcopio della sua patria, le figure degli Apostoli Andrea e Pietro, il primo fondatore della Chiesa costantinopolitana e protettore di Amalfi, il secondo fondatore della Chiesa romana. Pantaleone ricordava il ruolo determinante giocato dal monastero amalfitano del Monte Athos negli eventi del 1054.

Alla morte dell'arcivescovo Pietro fu eletto dagli amalfitani e confermato dal papa il nobile autoctono Giovanni, forse un consanguineo dei de Comite Maurone, i quali gestivano ormai la politica della loro patria dall'esterno e dall'interno. All'inizio del suo arcivescovato, nel 1070, il chierico e maestro della cattedrale di Amalfi, un certo Laycus, scrisse una lettera all'abate Sergio, un benedettino del monastero amalfitano di Costantinopoli. La missiva aveva il sapore di una circolare appassionata per le comunità religiose amalfitane dell'impero bizantino: essa incitava alla fedeltà incondizionata alla Chiesa romana. La lettera di Laycus fece scalpore tra i monaci di Bisanzio e di Gerusalemme, tanto che la comunità amalfitana della Città Santa si faceva vanto di lui ed intratteneva rapporti cordiali col patriarca Simeone II. Dallo scritto traspare, infatti, ancora una volta la posizione equidistante della Chiesa amalfitana: Laycus definisce la Chiesa di Roma come "lo specchio di tutte le altre Chiese" e nel contempo, facendo tenere in gran conto gli usi greci, considera i monaci orientali "padri molto religiosi, molto saggi e molto eruditi".

L'arcivescovo amalfitano Giovanni riaprì e consolidò il colloquio religioso ed ecclesiastico con l'Oriente. Egli visitò Gerusalemme e sicuramente entrò nell'ospedale-ospizio di Gerardo; lasciava il mondo terreno proprio in quelle terre, a Damiata o a Damietta, nel 1082.

L'arcivescovo Pietro, sebbene fosse un salernitano, sposò a perfezione le tradizioni e la struttura ideologica della Chiesa amalfitana, contribuendo, sulla scia di altri predecessori e successori, alla sua politica di alta mediazione internazionale sotto il profilo ecclesiastico-religioso.

Suggestive e significative sono, a tal uopo, le considerazioni di Padre Farrugia tradotte dall'inglese: «In una parola, la vita e l'opera di Pietro di Amalfi riflettono tutta la lotta civile e religiosa di Amalfi, con la rivalità con Salerno, ma anche la storia ecclesiastica di questa città con la propensione a progettare se stessa nella scena della Chiesa universale».

Giuseppe Gargano, nella festività di S. Giovanni Battista, 24 giugno 2011.

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