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Storia e Storie

Alfonso Gatto, figlio del sole e della cetra

Scritto da Mimmo Della Monica (admin), mercoledì 17 febbraio 2016 09:57:25

Ultimo aggiornamento venerdì 15 aprile 2016 19:11:41

di Mimmo Della Monica

Nella Milano degli anni '30 alcuni giovani sconosciuti intellettuali meridionali si fecero strada, si riconobbero, divennero protagonisti della vita intellettuale di una città che mostrò, forse per la prima volta in modo così prepotente, una sua spiccata vocazione europea e una prodigiosa attitudine all'integrazione. Si chiamavano Elio Vittorini, Leonardo Sinisgalli, Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo, Edoardo Persico.
Gatto si era trasferito nel capoluogo lombardo dopo aver vissuto a Napoli, nel periodo degli studi universitari mai conclusi. In quegli anni aveva frequentato un gruppo di intellettuali che erano soliti riunirsi al Caffè Gambrinus in piazza del Plebiscito: Giorgio Amendola, Paolo Ricci, Carlo Bernari, Carlo Muscetta ed altri. Nel 1932 pubblica nel capoluogo partenopeo, grazie all'aiuto economico della famiglia Muscetta, la sua prima raccolta di poesie : Isola. Poco dopo tenta l'avventura milanese col suo libro di liriche fresco di stampa e con due lettere: una per Cesare Zavattini e un'altra per Titta Rosa. In attesa di una definitiva sistemazione in città, collabora a l'Italia Letteraria e alla rivista genovese di poesia Circoli. In quel primo periodo milanese il poeta frequenta, nei pressi della sua abitazione, una modesta camera d'affitto, uno di quei bar frequentato soprattutto da operai affumicati di nicotina già all'alba e dove un biliardo era sempre in funzione: stecche levate in alto come alabarde tra fitte volute di fumo, sguardi intenti, espressioni pensose, commenti gravidi di consumata filosofia da tappeto verde con gesso. Sui tavolini di marmo bianco di quel bar Gatto scriveva versi, prendeva appunti per i suoi articoli. Allora si usava così, nessuno si chiudeva in casa o nelle stanze ammobiliate, rifugio notturno degli artisti squattrinati, dove le padrone in ciabatta tenevano sempre la stufa al minimo. Allora gli inverni di Milano sembravano più gelidi e nebbiosi, forse perché non c'era mai una stufa più calda del palmo di una mano, o forse perché tutti erano pedoni che intirizzivano alla fermata dei tram. A pochi metri dal bar c'era una piccola trattoria. Qui il giovane poeta consumava i suoi frugalissimi pasti. Quel locale aveva due enormi vantaggi: il conto aperto e la modica spesa. Le titolari del locale, due sorelle, avevano un cuore d'oro, trafitto dal dolore di trovarsi tra due casini: fuochi del peccato e del vizio. Così cercavano di convertire la tribù dei loro clienti affamati e talvolta ci riuscivano.
Attorno ai tavolini di quel locale fervevano le discussioni fino a tarda notte. Chi entrava d'inverno, tra un fumo di sigarette da mozzare il fiato, trovava oltre a Gatto altri giornalisti e intellettuali bohemiennes. Tra i più assidui Vittorini e suo cognato Quasimodo. Quest'ultimo parlava poco e fumava come un turco: ogni sigaretta sembrava essere l'ultima della sua vita.
Qualche tempo dopo, Gatto trova lavoro all'Ambrosiano, quotidiano del pomeriggio, la cui terza pagina accoglieva le firme più significative della cultura italiana di quel periodo. Il lavoro all'Ambrosiano gli consente di frequentare locali più "in": il notturno Savini e il pomeridiano Le tre Marie, dove erano frequentatori abituali anche Cesare Afeltra, Domenico Cantatore, Carlo Carrà, Francesco Messina, Francesco Flora.
Chi conobbe Gatto in quel periodo sostiene che il poeta salernitano era un artista di grande charme, affascinava al primo incontro; colpiva soprattutto la sua fantasia, il gusto per una cultura e una poesia nuove e diverse.
Il nuovo lavoro, più redditizio, gli consente anche di metter su casa. Sposa, nella chiesa di Sant'Agnese, Iole Turco: testimoni sono Arturo Tofanelli e Domenico Cantatore. Festeggiano con Zavattini, Quasimodo e Vittorini sulle panchine di piazza Piola.
Nel 1936 finisce in galera, a San Vittore, per cospirazione sovversiva: aveva ospitato in casa l'amico Guglielmo Peirce, tornato da Parigi con materiale di propaganda antifascista. La detenzione dura sei mesi. Quando esce, schedato e sorvegliato, senza una lira, lotta per la sopravvivenza. Dopo un po', l'amico Silvio Negro gli trova un lavoro di correttore di bozze al Corriere. Vivrà di questo lavoro fino all'autunno del '37, quando decide di trasferirsi a Firenze. Gli anni fiorentini sono gli anni del Bargello e di Solaria, diretto da Vittorini, e della presa di coscienza civile mentre in Spagna infuria la guerra civile. Il poeta, che fino a quel momento aveva cercato di far convivere l'amore per la poesia e le dure necessità della vita, capisce che il mondo sta per cambiare e che bisogna voltare pagina.
Questa presa di coscienza lo porta alla fondazione della rivista Campo di Marte, accanto all'amico Vasco Pratolini. Per un anno la rivista, generosamente sostenuta da Enrico Vallecchi, diventa una bandiera per quanti credono nella letteratura. E' il periodo dell'Ermetismo e delle riunioni al caffè Le Giubbe Rosse. Gli Ermetici, pittori e scrittori, professori e giornalisti, danno un senso alla cultura italiana di allora, periodo di grande confusione politica e morale, assumendo un atteggiamento critico molto particolare: mentre da parte fascista si richiedono impegno e partecipazione, gli ermetici oppongono indifferenza e una resistenza passiva, creandosi un mondo a parte, fittizio e ideale al tempo stesso, in cui si muovono avendo cura di rimarcare il proprio distacco e la propria distanza dal mondo ufficiale.
Chiusa l'esperienza di Campo di Marte, Gatto pubblica a Milano la prima edizione di Poesie. Con quest'opera vince il Premio Savini. Dopo aver cercato vanamente di farsi assumere al quotidiano fiorentino La Nazione (la sua posizione di antifascista glielo impedisce), il poeta torna a Milano dove collabora ad alcune riviste letterarie. Con la guerra e la Resistenza
Gatto sceglie la strada che gli è più congeniale: rimane con quanti intendono migliorare il nostro Paese e non esita a tuffarsi nella lotta politica con le armi che ha a disposizione. Dirige la rivista Costruire e il giornale La Fabbrica, organo del partito comunista milanese. Alcune sue poesie vengono pubblicate anonime e diffuse con volantini.
Il 1943 è un anno importante per l'attività creativa di Gatto: escono una nuova edizione di Poesie, L'allodola, e la raccolta di prose La Sposa Bambina. Nel 1945 Bompiani pubblica un suo libro di poesie per bambini: Il sigaro di fuoco. Il dopoguerra per Gatto è intenso di lavoro: accanto alla poesia domina l'attività giornalistica. Dirige Milano Sera, collabora alla Settimana (rivista fondata da intellettuali usciti dalla Resistenza). Nel 1947 è redattore capo a Venezia del Mattino del Popolo. Nell'estate dello stesso anno è a Torino, redattore de L'Unità. Per il quotidiano del PCI segue il Giro d'Italia. Il direttore di allora, Pietro Ingrao, gli chiede di raccontare quel grande fenomeno popolare di quell'immediato dopoguerra così travagliato: il ciclismo. Il ciclismo eroico di Coppi e Bartali, delle strade infangate, delle folle osannanti e dell'oscura fatica dei gregari. Gatto segue la corsa per due anni, nel '47 e nel '48, inaugurando in un certo senso una stagione letteraria del Giro d'Italia. L'anno seguente, infatti, il Corriere della Sera inviò Dino Buzzati. Gatto scrive ogni sera, dopo aver macinato centinaia di chilometri, appena in tempo per dettare il pezzo al giornale.
Il suo Taccuino di un cronista che non sa andare in bicicletta è seguitissimo dai lettori. Quel cronista che in tanti salutavano al passaggio della carovana, è talmente famoso da ricevere una lezione di ciclismo da Fausto Coppi. Nel '49 è ancora a Milano. Sono di quel periodo le poesie della Resistenza Il capo sulla neve e il romanzo eroicomico La coda di paglia. Nell'aprile del '51 si dimette dal PCI, per dissensi già sorti qualche anno prima. Nel 1954 vince il Premio Bagutta. Quello dei "baguttiani" era un mondo fatto di entusiasmi e di fatica, di pasti a credito e di amicizia.
Un'amicizia fortemente misogina, che escludeva non solo le donne, ma perfino i discorsi sulle donne. Chi parlava di avventure galanti al tavolo a ferro di cavallo della trattoria Bagutta, veniva multato, e i soldi andavano ad arricchire il magro fondo del Premio, che non aveva né sponsor né mecenati ma era finanziato solo dai suoi fondatori nullatenenti e dai quadri venduti. In quello stremato dopoguerra, dunque, la giuria assegnò il premio a Gatto, che aveva conquistato Orio Vergani perché il volume La forza degli occhi era dedicato al figlio del poeta, nato dalla relazione con Graziana Pentich, e a cui non poteva dare il cognome.
Gli anni che seguono rappresentano per Gatto il "recupero del Sud". Inviato speciale di Epoca, visita gran parte del Mezzogiorno. I servizi redatti per il settimanale milanese confluiranno in Napoli N.N.
In quel periodo segue il celebre processo Fenaroli e collabora alla RAI.
La permanenza nella capitale gli consente frequenti visita nella sua città.
Ogniqualvolta tornava a Salerno, di giorno o di sera, solo o accompagnato dal figlio Leone e dalla ormai seconda moglie Graziana, chiamava sempre dalla strada, prima di salire. Gridava il nome della maggiore delle sorelle, Tina. Non chiamava la madre, perché si correva il rischio di far affacciare tutte le mamme di via Galesse. Poco dopo entrava nella camera della madre e lì, semisdraiato sul letto, il capo reclinato sull'omero, gustando un caffè preparato dalla sorella, cominciava ad assaporare quegli odori che la memoria gli aveva custoditi intatti e che gli parlavano di altre voci, anch'esse care e scomparse, di altre stanze e strade e piazze, un tempo piene di vita. La casa era quella del centro storico dove aveva visto la luce il 17 luglio 1909. Ripercorreva le strade, rivedeva i luoghi e i volti della sua infanzia. Restava smarrito e deluso quando non ritrovava più quel negozio dove si rifugiava da bambino per soddisfare le sue golosità. Era felice se tra i vicoli del centro storico lo riconoscevano e lo salutavano con affetto: era la prova che lui non poteva e non doveva sentirsi straniero nella sua città. D'estate si fermava a lungo al bar Vittoria di via Roma, dove sorbiva le granite al limone, e alla pasticceria Pantaleone di via Mercanti. Quelle soste gli rinnovavano il sapore di cose antiche: in quei momenti il famoso giornalista, il celebre poeta tornava bambino.
Negli ultimi tempi, quasi presago della fine imminente, erano sempre più frequenti le sue visita a Salerno. Con un gruppo di amici aveva dato vita ad una sorta di cenacolo dove regnavano l'arte e la letteratura. Quelle serate trascorse alla galleria Il Catalogo, dell'amico Lello Schiavone, si concludevano immancabilmente nella trattoria del Vicolo della Neve.
Alfonso Gatto ha amato anche, e molto, la nostra Costiera, fin da ragazzo.
Talvolta, con malcelato orgoglio, raccontava delle imprese compiute con amici in barca a remi. Dal porto di Salerno si avventuravano verso le nostre spiagge. La meta preferita era Erchie, con la sua insenatura, la lingua di sabbia bianca, il mare di un verde smeraldo. Erano soliti frequentare una piccola osteria situata in fondo alla piccola valle verde: alici, pomodori, un pezzo di pane nero, una bottiglia di vino rosso. Una volta tirarono tardi, si addormentarono senza accorgersene, cullati dal fruscìo della risacca. L'oste, prima di andare a letto, li coprì con la tovaglia dell'unico tavolo.
Quando, nell'ottobre 1954, Salerno e i nostri paesi furono devastati dall'alluvione, gli articoli del poeta, inviato speciale di Epoca, furono un grido di dolore. Dolore e pietà per quei luoghi rivisitati appena un mese prima e ora orribilmente stravolti dalla furia delle acque. Dopo alcuni giorni, finito il servizio per il settimanale, fu costretto a ripartire. Milano lo richiamava. Come sempre era stato ospite della madre, e per l'ennesima volta si ripeteva il doloroso rito del distacco. Quella mattina la sveglia aveva urlato a lungo, ricordandogli l'ora del treno e la partenza. Una tazza di caffè mandata giù di mala voglia, un abbraccio alle sorelle, un lungo bacio alla madre. Non una parola. Scendendo dalla scale si voltò agitando la mano in segno di saluto. In strada si voltò ancora una volta per salutare la madre, affacciata al balcone, che lo seguiva con lo sguardo. Pochi passi e ancora un saluto, prima di scomparire inghiottito dai vicoli del centro storico; la borsa sotto il braccio sembrava una cartella. La cartella di un bambino che va a scuola.

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