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Storia e Storie

Addio a Paolo Signorino, protagonista dell'arte e della cultura per oltre mezzo secolo a Salerno

Scritto da Sigismondo Nastri (Redazione), mercoledì 25 marzo 2015 16:54:33

Ultimo aggiornamento giovedì 2 aprile 2015 13:29:12

di Sigismondo Nastri

Nel cuore della notte mi arriva improvvisa, violenta come una sberla, la notizia che Paolo Signorino (classe '35, ottant'anni ancora da compiere, come me) se n'è andato poche ore fa. Una notizia che mi addolora profondamente. Sapevo da tempo che non stava bene, dopo l'intervento subito a Milano, che lo costringeva a periodici cicli di chemioterapia. Me lo aveva detto lui stesso. Ma sapevo pure - lo capivo dai nostri colloqui, ogni volta che capitava d'incontrarci (le nostre case sono a un tiro di schioppo, a Torrione) o di sentirci al telefono - del coraggio, della determinazione, che lo caratterizzavano, della voglia di andare avanti comunque, di continuare a lavorare con pennelli e tavolozza, e del dolore che provava quando le condizioni di salute gli impedivano di andare a Ravello, dove aveva posto il suo rifugio. La Costiera, con le sue bellezze, con i suoi fiori, la sua vegetazione, rappresentava per lui una fonte di ispirazione continua. Come gli stessi santi patroni, ai quali una volta dedicò un'intera mostra. Dagli anni sessanta, e quindi per oltre mezzo secolo, Paolo è stato tra i protagonisti più vivaci e più impegnati delle vicende artistiche e culturali di questo territorio.

Quando, tra il 28 dicembre 2006 e il 28 gennaio 2007, la Provincia organizzò una esposizione dei suoi dipinti a Palazzo sant'Agostino, affidata a Massimo Bignardi, lo storico dell'arte che più lo ha seguito nel suo percorso sulla scena pittorica salernitana, ebbi modo di fargli una lunga intervista, inserita nel catalogo.

Iniziai con una osservazione: «La tua pittura sembra che sia proiettata da un lato verso il cielo, dall'altro verso la terra, visto che dividi equamente l'interesse tra i Santi Patroni della Costiera e un erbario pressoché completo». Rispose: «Io amo soprattutto dipingere il paesaggio che è, poi, il soggetto che ho studiato di più. Devi sapere che, non avendo frequentato una scuola di pittura, le tecniche me le sono ricavate da me studiando sui dipinti degli autori che mi piacevano, in particolare i Macchiaioli toscani. Da questi agli Impressionisti il passo è stato breve. Ho conseguito la licenza media quando era da poco finita la guerra e non mi è stato possibile spostarmi a Napoli per frequentare un istrituto d'arte. Mi sono esercitato dipingendo all'aperto. Anche le prime mostre che ho fatto erano dedicate al paesaggio: sia quella di Angri, nel 1967, sia quella al Catalogo, nel 1969, che aveva come tema il mare. Io ho sempre lavorato su un tema, pensando alla pittura essenzialmente come studio. Questo è avvenuto anche quando mi sono interessato a Proust e quando ho fatto la mostra dal titolo 'portami tante rose'».

Per ciò che riguarda la tensione religiosa, la sua ricerca - ci teneva a sottolinearlo - era indirizzata «non solo alla iconografia del santo, ma alla tradizione, al luogo dove il suo culto si è radicato». Quanto a Proust: «Ho cominciato a interessarmi all'opera di Proust dagli anni cinquanta-sessanta leggendo 'Dalla parte di Swann' e poi tutta la 'Recherche' che ha rappresentato per me una scoperta straordinaria. Proust ti coinvolge, perché si sofferma sui particolari: il modo di vestire di un personaggio (prima ancora di compiere su di lui un'indagine psicologica) oppure i colori di cieli, di case, di interni, di esterni. E questo mi ha affascinato tantissimo. Se tu guardi gli 'interni' degli inizi del mio lavoro, li trovi ricchi di particolari. Oltretutto a me piace dipingere partendo dal disegno. Ci sono pittori che ne fanno a meno per avere una pennellata veloce. Io, senza una struttura del disegno, è difficile che riesca a concepire il quadro. Amo una pittura che sia, insieme, narrazione. Quando feci la mostra a Salerno, nel 1985, Michele Prisco la definì "il racconto di una città"».

Domenico Rea, in occasione di una esposizione a Roma, nel 1970, scriveva: «Il problema di Signorino è di rendere, di restituire, di fermare, di far collezione degli ultimi dati di un mondo felice e fanciullesco, che presiede la sua memoria in cerca di motivazioni». E Luciano Vecchi, nel 1995, aggiungeva: «Nella pittura di Paolo Signorino la memoria sembra una musa sempre presente». Lo è stata fino all'ultimo dei suoi giorni. Addio, vecchio, caro, indimenticabile Maestro!

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