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Storia e Storie

A Tramonti colori, sapori e profumi d'autunno

Scritto da (Redazione), mercoledì 12 ottobre 2011 21:30:35

Ultimo aggiornamento venerdì 14 ottobre 2011 12:11:29

di Giuseppe Liuccio - Le Langhe, che trasmigrano da Cuneo ad Alba e fino ad Asti, sono colline a ricamo di villaggi con case a corona di chiese e campanili agili a dominio di declivi, dove è festa di vigneti. Qui si materializza la storia nobile del Monferrato ed è passata la grande letteratura di Flaiano e Pavese. Qui è ambientato un bel romanzo di Nico Orengo "Di viole e liquirizia", una storia delicata e struggente, fatta di solitudini che s'incontrano e di sapori che sanno di antico, con gli affettati di sapiente lavorazione, il pane che odora di forno a legna e la corposità profumata del Barolo, del Barbaresco e del Nebbiolo. Ed il racconto coglie le ferite che la vita incide negli uomini e nei luoghi.

E le Langhe diventano "cult" più di quanto non lo siano già, per un turismo di nicchia, che fa della campagna coltivata un santuario da pellegrinaggio e del lavoro un'epopea da condividere e cantare nella calda e contagiosa ospitalità dell'accoglienza.

I territori della "montiera" amalfitana potrebbero essere le nostre Langhe se solo riscoprissimo, esaltassimo e promuovessimo adeguatamente umori e afrori, sapori e saperi, storia e tradizioni innervate nel cuore antico dei paesi.Faccio queste riflessioni mentre mi godo il caldo sole di un limpido pomeriggio di ottobre dal sagrato della Chiesa di San Michele di Gete, un terrazzo spalancato sulla vallata di Tramonti, che scivola nel ricamo delle pergole di agrumi a margine di fiume verso il mare di Maiori o sale verso il Chiunzi con il carico di vigneti e castagneti.

Alle spalle i monti Cava che furono transito, tanto tormentato quanto frequentato, già nel Medioevo per i normali scambi commerciali tra la Costa d'Amalfi e la Valle del Sarno, ma anche covo di briganti nelle grotte inaccessibili p e che sono oggi paradiso dei cercatori di funghi e degli appassionati di trekking. La cordigliera dei Lattari incombe con le fiancate a colata lavica di verde delle leccete sui pianori di Gete e Novella dove sono fiorenti i vitigni del tintore e dove esperti vignaioli vanno fieri dei loro Doc.

Di fronte il Monte Cerreto maestoso nei 1300 metri della cima scabra e quasi lunare nell'assenza di vegetazione. Non così lungo le fiancate con un paesaggio vegetale tipico della fascia intermedia dei Lattari: lecci, ontani, castagni selvatici, frassini, carpini, aceri. Io ho memoria di una scalata negli anni lontani della giovinezza, quando non mi difettavano nè le forze fisiche nè la voglia adimentosa della scoperta e dell'avventura.

Fu un bagno di emozioni alla scoperta del bosco e, soprattutto, del sottobosco con la ricchezza e la varietà della vegetazione nel caleidoscopio cangiante dei colori e nella intensità dei profumi ad ogni sosta della scalata, faticosa sì, ma da brividi di piaceri per i panorami sempre nuovi nel gioco di ombra e luce con l'orizzonte sconfinato del mare, con la nenia della risacca che l'eco rimandava ingigantita e che si frantumava sui rami del bosco e si confondeva e fondeva con il pendolo del cuculo ed il gracidare del corvo imperiale che, infastidito della nostra invasione nel suo regno, volteggiava minaccioso ad alta quota.

Fu conquista di beatitudine il pianoro della cima con a destra il Vesuvio ad eterna minaccia di città e paesi disseminati disordinatamente tra campagne fertili, Napoli a corona di Golfo in lontananza e sulla sinistra i tredici villaggi di Tramonti a ricamo di vallata con case, chiese, campanili e manufatti di protoindutria in degrado dal Valico al mare.

Avessi vent'anni di meno quell'esperienza la vivrei di nuovo. Per fortuna posso ancora vivere e gustare il pellegrinaggio di amore e di cultura attraverso il ricco, vario ed articolato paesaggio del vasto territorio di Tramonti, coglierne le bellezze nascoste dei tappeti dei ciclamini dal sorriso timido e riservato lungo i fossati a trasmigrazione di pianori di castagneti lungo la strada a mezza costa verso Ravello, incantarmi allo spettacolo delle vigne saccheggiate di recente vendemmia che spampinano arabeschi di foglie ramate sui pianori di Gete, celebrare i 150 dell'Unità d'Italia con i colori dei corbezzoli: il verde delle foglie, il bianco dei fiori ed il rosso dei frutti maturi che solo in questo periodo autunnale convivono sugli arbusti su cui planano le beccacce avide di bacche pastose ( tornerò per un appuntamento convenuto con una che ingioiella la valle del torrente Caro nei pressi della Cappella rupestre).

Tornerò anche e soprattutto per inebriarmi ai profumi dei vecchi sapori tra conservatori e conventi dove le monache pestavano "concerti" da erbe aromatiche.Tornerò perchè a Tramonti c'è un'altra costiera, lontana dal gran turismo patinato, ma non meno bella, anzi, a volte, più bella, perchè capace di riservare sorprese nascoste ed inaspettate. E fa ancora in tempo a guarire ferite alla bellezza,bonificando sconci urbanistici che non mancano e candidandosi a diventare "Le nostre Langhe" con l'eleganza ed il buongusto dell'accoglienza di qualità, in una cornice di storia, arte e natura di eccellenza.

Ne ha tutti i titoli. Io ci credo con intima convinzione e, nei limiti delle mie modeste possibilità, darò il mio contributo perchè si cammini speditamente in questa direzione.

Giuseppe Liuccio
g.liuccio@alice.it

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