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Storia e Storie

5 giugno 1944: Vittorio Emanuele III firma a Ravello decreto luogotenenziale

Scritto da Emiliano Amato (Redazione), lunedì 4 giugno 2012 21:19:28

Ultimo aggiornamento giovedì 7 giugno 2012 08:23:28

di Emiliano Amato - Il 4 giugno del 1944 Roma veniva liberata dall'occupazione nazista e, già il giorno successivo, re Vittorio Emanuele III, come da accordi con il Governo, pur senza abdicare, delegava i suoi poteri costituzionali al figlio Umberto, Principe di Piemonte, nominandolo, con R. D. 140/44 del 5 giugno 1944, Luogotenente Generale del Regno.

"La cerimonia si svolse sempre a Ravello e sempre nella villa Episcopio", ricorda lo storico Antonio Spinosa, "fu una cerimonia scarna, ma degna d'un Parsifal per l'intensità e per la suggestione dei luoghi prediletti da Wagner".

Pieno di amarezza, salutando sulla soglia della villa il figlio che partiva per la capitale, Vittorio esclamò: «Va', divertiti tu, ora». Umberto, dunque, esercitò di fatto le prerogative del sovrano senza tuttavia possedere la dignità di re, trattenute da Vittorio Emanuele III, rimasto a Salerno che rimase di fatto capitale del Regno fino a metà agosto, per consentire il ripristino della normalità a Roma.

Umberto si guadagnò ben presto la fiducia degli alleati grazie alla scelta di mantenere la monarchia italiana su posizioni filooccidentali. Il 25 giugno 1944 firmò, su pressione americana, il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, il quale stabiliva che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne.

Il Governo restò a Salerno fino a metà agosto per consentire il ripristino della normalità a Roma.

Si concluse, così, l'avventura di Salerno Capitale. Breve ma storica, con Ravello che ancora una volta, dopo i fasti medievali vissuti con la Repubblica d'Amalfi, tornò ad essere protagonista delle vicende della Storia Patria. La luogotenenza durò fino al 9 maggio del 1946 quando, in vista delle elezioni, Re Vittorio Emanuele III fu indotto, dai suoi consiglieri, alle dimissioni.

Il 2 giugno il referendum abolì la Monarchia per la nascente Repubblica.

Il 9 maggio del 1946, con la definitiva abdicazione del re Vittorio Emanuele III, il Luogotenente ascendeva, anche formalmente, al Trono d'Italia con il nome di Umberto II. Vi sarebbe rimasto fino al successivo 13 giugno (è infatti ricordato come il "Re di Maggio"), data in cui, a seguito del referendum istituzionale del 2 giugno che abolì la Monarchia per la Repubblica, lasciò l'Italia per l'esilio in Portogallo.

L'idea della Luogotenenza (strumento costituzionale, previsto nello Statuto Albertino, già utilizzato da Vittorio Emanuele III allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, allorché egli lasciò Roma per il fronte, nominando Luogotenente il cugino Tommaso di Savoia, Duca di Genova dal 1915 al 1918), fu suggerita dalla ristrettissima cerchia di tre personalità: l'ex presidente della Camera Enrico De Nicola e dai due ministri del nuovo Governo di Unità Nazionale Carlo Sforza e Benedetto Croce.
Si trattava dell'unico compromesso possibile, anche se i capi dei partiti antifascisti avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile.

Benedetto Croce, grande estimatore dell'ingegno giuridico di Enrico De Nicola, aderì a quella proposta non scevro da perplessità in quanto temeva che proprio l'istituto della Luogotenenza potesse facilitare la fine della Monarchia e l'avvento della Repubblica.

"L'incontro di Ravello" tra il Re e De Nicola si svolse nella straordinaria cornice di Palazzo Episcopio, l'ex palazzo vescovile di proprietà del Duca di Sangro (aristocratico romano intimo dei Savoia nonché Aiutante di Campo del Re) che dall'11 febbraio di quell'anno ospitò il sovrano nel periodo in cui il governo si trasferì da Brindisi a Salerno.
Davanti ai tizzoni ardenti - era verso la fine dell'inverno di quell'anno - il re, perplesso, ascoltò in silenzio il giurista napoletano fino a quando non fu associato al colloquio il ministro della Real Casa, il conte Pietro d'Acquarone, gentiluomo di Palazzo di Sua Maestà la Regina.

Alla fine Vittorio Emanuele III accettò la soluzione e si piegò alla ferma volontà di De Nicola che, tra l'altro, rivolgendosi al ministro, era stato molto esplicito nel sottolineare l'esiguità delle alternative percorribili.

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