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Storia e Storie

4 novembre: Ravello ricorda i suoi eroi

Scritto da Emiliano Amato (Redazione), mercoledì 4 novembre 2009 07:53:13

Ultimo aggiornamento domenica 19 settembre 2010 11:38:36

Il 4 novembre 1918, novantuno anni fa, con la vittoria di Vittorio Veneto e la fine della Prima Guerra Mondiale, si completava il ciclo delle campagne nazionali per l’Unità d’Italia. Un cammino partito dalla Prima Guerra d’Indipendenza, un percorso lungo, difficile, doloroso, portato a termine con il concorso della popolazione di tutte le regioni d’Italia.

La data celebra la fine vittoriosa di una guerra che ha determinato radicali mutamenti politici e sociali, e commemora la firma dell’armistizio siglato a Villa Giusti (Padova) con l’Impero austro-ungarico. Negli anni a seguire il ricordo di quegli eventi si è tenuto vivo dedicando la giornata alle Forze Armate e all’Unità Nazionale, ed in special modo a tutti coloro, soprattutto giovanissimi, che sono caduti nell’adempimento delle loro funzioni militari.

Questa ricorrenza è la testimonianza di riconoscenza e rispetto all’impegno dei soldati italiani di tutte le guerre che hanno lottato, sofferto e sacrificato la propria vita per garantire la pace, la libertà e l’unità della Nazione.

Anche Ravello ricorda i suoi eroi attraverso la deposizione di una corona di alloro presso il Sacrario dei Caduti di piazza Fontana Moresca.

E subito ci viene da pensare a due eroi ravellesi che hanno pagato con la vita il proprio servizio alla Patria: il Carabiniere Pasquale Sacco che prestava servizio a San Giuseppe Vesuviano e che nel settembre del 1943, nell’intento di mettere in salvo un gruppo di ragazzini che giocavano in piazza, restò ucciso da una raffica di mitragliatrice sparata da un aereo ed il giovane marinaio Andrea Mansi, trucidato sempre in quei giorni all’ingresso dell’Università Federico II di Napoli.

Due concittadini di cui tutta Ravello va fiera e che non dimentica; a loro, infatti, sono intitolate due importanti piazzette rionali: quella di Torello e del Lacco.

Ma a Ravello fortunatamente vive ancora chi il secondo conflitto bellico lo ha vissuto in prima linea, soffrendo e faticando per servire degnamente la Patria, ma soprattutto per ritornare a casa. Stiamo parlando di Mosè Lucibello, il Caporal Maggiore dell’esercito che dal 1942 al 1946 combatté in Africa settentrionale e ha scelto le pagine de "Il Vescovado" per raccontarci la sua storia.

Mosè Lucibello è nato a Ravello il 13 novembre del 1922 da famiglia di modesti lavoratori; il padre, Francesco, si dedicava all’arte pirotecnica durante le feste di paese, non rinunciando ai lavori montani e campestri. Per il giovane ravellese la chiamata alle armi arrivò il 22 gennaio del 1942 e venne assegnato al XX Regimento di Fanteria a Reggio Calabria. Svolto il periodo di addestramento in provincia di Catanzaro, dopo pochi mesi venne trasferito temporaneamente ad Eboli: fu lì che il giovane militare esclamò "Finalmente vicino casa!".

Neanche il tempo di gioire che ecco la destinazione sul fronte balcanico. A Salonicco, da caporal Maggiore, era a capo di 120 uomini e per quaranta giorni fu impiegato nel centro di spostamento. Nel mese di settembre di quello stesso anno lasciò la Grecia per la Libia, dove, in prima linea, aggregato al 116° battaglione Sahariano, era al comando di una squadra di mitraglieri. Nell’ottobre del 1942 vi fu una ripresa della controffensiva inglese nel Nord Africa mentre, l’8 novembre, le forze anglo-americane sbarcarono in Marocco e in Algeria.

Il 15 novembre gli eserciti Italiano e tedesco occuparono la Tunisia, ma vennero sconfitti ad El Alamein. Nel gennaio del 1943, dopo aver perso la Cirenaica, le forze italo-tedesche furono costrette ad abbandonare anche la Tripolitania: è la fine della presenza italiana in Libia.

"Quanta gente ho visto morire in quegli anni – confida Lucibello - una volta una cannonata prese in pieno un mio commilitone e lo sfracellò. Tutto davanti ai miei occhi. Si doveva andare avanti e non c’era neanche il tempo di pensare agli amici perché si doveva pensare prima di tutto alla propria pelle. Non avevamo acqua e i pidocchi si annidavano nelle cuciture delle camicie". Nel Febbraio del ‘43 iniziò la battaglia difensiva italo-tedesca in Tunisia: le forze dell'Asse vennero attaccate dagli anglo americani sia da est che da ovest fino al 13 maggio, quando si materializzò la capitolazione italo-tedesca in Tunisia con la firma dell’armistizio. Tutta l'Africa settentrionale andò in mano alle forze alleate che si preparavano ad attaccare la Sicilia. "In Tunisia fui prigioniero fino al 1946 – ricorda Lucibello -. In quell’anno ricevetti una lettera scritta da mio fratello due anni prima, che mi metteva al corrente della morte di mio padre. Furono tre anni davvero difficili ma venimmo liberati. Dopo la liberazione mi diressi ad Algeri per imbarcarmi verso casa; alla vista dell’incrociatore italiano Montecuccoli che sventolava il Tricolore, tutti noi scoppiammo in lacrime. Giungemmo a Napoli dopo due giorni e due notti di navigazione. Era il giugno del 1946, e quando sbarcammo gioimmo, pensando anche a coloro che non ce l’avevano fatta. Dopo qualche giorno trascorso ad Aversa mi diressi verso casa per riabbracciare i miei familiari. Giunsi a Vietri dove incontrai un Carabiniere che vedendomi mi abbracciò, ma io non lo riconobbi visto che mancavo da ben quattro anni e mezzo. Era Rodolfo, il fratello minore di Mario Conte che mi consigliò di arrivare a Ravello con i mezzi alleati, visto che erano gli unici che garantivano i collegamenti. A bordo di una jeep giunsi in piazza Vescovado dove incontrai un mio cugino al quale chiesi se almeno mia madre fosse ancora viva, Dato che nessuno, mia madre per prima, avrebbe creduto nel mio ritorno, fu mio cugino ad avvertirla. E fu festa grande".

Nonostante l’ odissea Mosè Lucibello ha continuato a servire lo Stato: nel gennaio del 1948 entrò in Polizia dopo aver sostenuto, a Nettuno, il corso di Guardia Effettiva di Polizia. Come Maresciallo della Polizia di Stato ha prestato servizio a Roma, Cagliari, Potenza e dal 1969 fino al 1 luglio del 1982 a Castellammare di Stabia dove si è congedato per sopraggiunti limiti di età.

Il 13 novembre prossimo Mosè Lucibello compirà 87 anni di una vita vissuta al completo servizio della Patria e dello Stato.

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