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Storia e Storie

26 ottobre 1711: muore a Ravello il Martire dell'Obbedienza

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), mercoledì 26 ottobre 2011 09:32:02

Ultimo aggiornamento giovedì 27 ottobre 2011 13:59:02

di Salvatore Amato - Per la speciale occasione del III centenario della morte del Beato Bonaventura da Potenza (1711-2011), "martire dell'obbedienza" e "pellegrino della Costiera", mi pare opportuno rivivere, alla luce delle testimonianze coeve, gli ultimi istanti della vita terrena del frate potentino, che tanta parte ha avuto nella storia sociale e religiosa della Costa d'Amalfi e di Ravello tra la fine del Seicento e per buona parte del secolo successivo.

Le fonti utilizzate sono i processi canonici, occorrenti alla causa di beatificazione, i quali "permettono di cogliere l'immagine del santo e la sua funzione in una regione geografica ben determinata, di conoscere le strutture sociali e familiari particolari di un'epoca definita", secondo una giusta osservazione dello storico francese Jean-Michel Sallmann, che si è occupato della cultura popolare e religiosa del mezzogiorno d'Italia in età moderna.

Le testimonianze raccolte nei corposi manoscritti documentano le varie fasi di svolgimento della causa di beatificazione, cominciata a Ravello nel 1727 con il processo "informativo".
I testimoni chiamati a deporre furono ben 53, espressione delle varie componenti della società ravellese del tempo, con una prevalenza di esponenti del ceto nobiliare, del clero secolare e degli ordini religiosi. Al processo apostolico, istituito per volontà pontificia nel 1739, il numero dei testimoni salì a 85.

Queste deposizioni ci permettono di ricostruire gli ultimi istanti di vita del Beato Bonaventura da Potenza, morto verso le 19.30 del 26 ottobre 1711. Al capezzale del frate potentino c'era Mons. Giuseppe Maria Perrimezzi, Vescovo di Ravello-Scala, il Vicario Generale Don Carlo Mansi e altri Canonici e Nobili della città. La loro concorde testimonianza ci parla del suo salmodiare continuo fino all'ultimo respiro, mentre il dolore, sempre più lancinante, lo strappava pian piano alla vita terrena. Nonostante ciò, al dire del P. Guardiano di Amalfi, Antonio Rossi di Apriola, "il tutto sopportò con religiosa pazienza e tranquillità di volto".

La mattina seguente il suono delle campane delle chiese di Ravello e Scala annunciavano la morte del Servo di Dio. Nel pomeriggio del 27 ottobre Mons. Perrimezzi, insieme al Capitolo e al clero diocesano, presiedette il solenne Ufficio dei Defunti. Non ne seguì l'immediata inumazione, ma ci furono incessanti richieste perché si facesse una processione con la salma di Fra Bonaventura.

Il corteo raggiunse il monastero di Santa Chiara e poi attraversò l'attuale via San Giovanni del Toro, per ritornare all'imbrunire nella chiesa di S. Francesco. Dopo aver cantato il responsorio gregoriano "Libera me domine", si pensò di procedere all'inumazione. Tuttavia, i segni prodigiosi che si manifestavano sul corpo del frate defunto costrinsero gli addetti alla sepoltura a tenere esposta la salma per altri due giorni.

La sepoltura avvenne infatti il 29 ottobre, come testimonia un'altra fonte più prossima agli eventi: i protocolli notarili, cioè le raccolte degli atti posti in essere dai notai nell'esercizio delle loro funzioni, ordinate cronologicamente e distinte anno per anno secondo un antico uso tuttora osservato.
Tra le funzioni notarili oggi sostanzialmente venute meno, va ricordata quella di raccontare e conferire certezza ai fatti maggiormente rilevanti.

Quando, ad esempio, si verificavano eventi ritenuti particolarmente significativi nella vita di una comunità, ci si rivolgeva ad un notaio, affinché questi li illustrasse e li attestasse in un atto pubblico ed assicurasse così ad essi il valore dell'ufficialità, garantendone al contempo il perpetuarsi della memoria alla posterità.

Uno di questi atti, redatto dal Notaio di Scala Biagio Imperato, è appunto l'inedito racconto dell'inumazione del Beato Bonaventura. Verso le 19.30 della sera, nella chiesa conventuale illuminata dalle luci delle candele, si recarono il Vescovo Perrimezzi, e il Padre Giacinto da Siderno dello stesso convento, per presiedere il rito della sepoltura.

Fra Bonaventura giaceva in un'urna marmorea - trasportata il giorno precedente dalla chiesa di San Giovanni del Toro - nei pressi del luogo della sepoltura, la cappella di Sant'Antonio, a sinistra dell'altare maggiore, e di patronato della famiglia Sasso.

Il notaio Imperato, su ordine del vescovo Perrimezzi, venne incaricato di scrivere una "memoria" da inserire nell'urna, che qui ci piace riportare nella versione originale in latino: "Pater Bonaventura a Potentia ordinis minorum Conventualium etatis sue annorum sexaginta unius post quatraginta annorum spatium spirititualis vite universali religiosam opinionem seculariumque edificatione exactus, post fere biennius quo in hac Ravellensi Civitate primus in reintegrato conventu habitator, animarum profectui dicatum; post undecim fere dies mortalis infirmitatis, que quatordecim aliis a quibus continuo opprimebatur addita et si non diuturnior aliis omnibus compensa est atrocior, postremo Ravelli, ubi sacerdotalem prius assecutus fuerat caracterem, ubi pro reintegrando cenobio non parvum laboravit ubi non paucas Deo animarum peperit, felice morte, que vere attente vite corresponderet ad coelum ut pie credimus felicius advolavit.

Maioribus in morte quam in vita a Deo gratiis cumulatus est, quas inter brevissimo calamo adnumeramus finitimas Civitatis totius fere populi affluenti ad supernaturalem sudorem a facie, ac capite continuo scaturientem, sanguinem a scissa vena manantem membros fere omnium totiusque corporis morbidas flexutates toto triduo, quo post mortem ut fidelium devotioni fieret satis expositus mansit, omnium etiam admirationis extasim in se tranxit ut tanti viri, Deo dilecti, ac de nostra civitate optime meriti, huiusque cenobis restitutoris memoria temporum iniuria ac periret hac in pagina pauca que diximus scribi annotarique curavimus. Datum Ravelli die 29 octobris".

Il testo, nell'esaltare le doti del frate potentino, fornisce delle indicazioni di carattere storico. Ci ricorda, infatti, che Bonaventura da Potenza era stato il primo abitatore del Convento dopo la reintegrazione del 1709, sollecitata dai rappresentanti della Città della Chiesa locale, i cui atti sono conservati nei protocolli dello stesso notaio Imperato.

La memoria prosegue nella narrazione degli eventi prodigiosi avvenuti nei giorni successivi al decesso, manifestatisi con la continua sudorazione della faccia e del capo e la stato di morbidezza del corpo.
A dare pubblica fede all'atto intervennero il giudice ai contratti Francesco Imperato, il P. Guardiano di Amalfi Antonio di Apriola, P. Michele di Amalfi, P. Didaco di Napoli e il Vicario Generale della diocesi di Ravello e dottore in entrambi i diritti Carlo Manso. A questi si aggiunsero alcuni esponenti della nobiltà e del clero locale come Don Gaetano Confalone, Don Giuseppe d' Afflitto, Don Pietro Confalone, Don Nicola Fusco, patrizio ravellese, Don Matteo d'Afflitto, patrizio scalese abitante a Ravello, i reverendi Don Francesco Vito, Don Andrea Coppola, Don Eustachio Pisano e il Magnifico Giuseppe Ippolito, già sindaco del Popolo nel 1709, nonché altri cittadini ravellesi.

"Si chiudeva così una storia terrena e si apriva quella celeste. Una storia che continua".

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