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Storia e Storie

24 agosto 1135: quando i Ravellesi sconfissero i Pisani (ma caddero due anni dopo)

Scritto da Emiliano Amato (ranews), lunedì 24 agosto 2015 12:36:34

Ultimo aggiornamento venerdì 24 agosto 2018 10:22:29

di Emiliano Amato

Il giorno di Natale del 1130, nel Duomo di Palermo, Ruggero II, fratello di Roberto il Guiscardo, si fece proclamare re di Sicilia «Rex Italiae et Siciliae» dall'antipapa Anacleto. I 'bellicosi' Amalfitani riconobbero da subito la sua autorità ma pretesero di mantenere una certa autonomia, cioè di governarsi ed esercitare la giustizia con leggi proprie.

All'indomani dell'annessione delle città al nuovo regno d'Italia, Ruggero mantenne distinto e separato il governo di Amalfi e Ravello, ponendo ad ognuno dei due uno stratega, un governatore dipendente direttamente dal re, che esercitasse la giustizia civile e criminale. In pratica nessuna autonomia locale con il re che ordinò addirittura la consegna delle chiavi delle rispettive fortezze. Fu dunque che gli Amalfitani si ribellarono a tale sottomissione; questo atteggiamento venne interpretato come vero e proprio atto di ribellione agli ordini del sovrano.

Allora Ruggero diede ordine di assediare il territorio amalfitano sia da mare che attraverso le montagne, dove erano erette inespugnabili fortezze, il «fortissimum castrum» di Tramonti e il castello di Fratta di Ravello, oltre che le fortezze di Scala, di Pogerola e di pino in Lettere, obbligati ad arrendersi. In questo modo Ruggero diventava padrone di tutte le terre di cui era stato investito dall'antipapa Anacleto.

Di questa situazione ne approfittarono i Pisani, che miravano a sottrarre ad Amalfi il dominio marittimo del mediterraneo. Nonostante nel 1126 le due Repubbliche marinare avessero stipulato una convenzione commerciale per cui le navi amalfitane potevano liberamente frequentare il porto toscano, i Pisani si allearono con Roberto, principe di Capua, che era insorto per strappare la signoria di Ruggero, tornato a Palermo per la morte della moglie Elvira e creduto morto per il troppo dolore.

Il 24 agosto del 1135, di primo mattino, un cospicuo numero di galee pisane piombò fulmineamente su Amalfi, impadronendosi delle navi ormeggiate nel porto, saccheggiando e incendiando la città. Gli invasori distrussero finanche copie di importanti pergamene, codici e atti pubblici. In quel saccheggio furono prese anche le famose Pendette, dove erano compilati i volumi delle leggi emanate dall'imperatore Giustiniano, che gli Amalfitani avevano probabilmente acquistato a Costantinopoli.

I Pisani attaccarono poi anche Ravello che oppose strenua resistenza dalla fortezza di Fratta (i cui ruderi sono ancora visibili), situata sulla schiena del Monte Brusara. Ruggero, che intanto combatteva contro Roberto nell'assedio di Nocera, come ebbe notizia dell'invasione di Ravello corse «per incogniti sentieri», attraversando le montagne e il Valico di Chiunzi, piombando con le sue milizie alle spalle dei Pisani, che duramente sconfisse grazie all'ausilio delle truppe ravellesi.

La disfatta fu un duro colpo per i Pisani che persero circa un migliaio di uomini; alcuni si salvarono dandosi alla fuga e prendendo il largo a bordo delle loro navi, altri furono fatti prigionieri dai soldati ravellesi.

Una grande vittoria, questa, che per Ravello fu il preludio alla decadenza.

Infatti due anni dopo, nel mese di luglio del 1137, i Pisani fecero ritorno nelle acque della Costa con una flotta ben più agguerrita, composta da circa cento navi. Dopo aver conquistato Ischia e Sorrento la sola potenza di quell'armata costrinse gli Amalfitani ad una resa immediata, seguita dalla consegna di una grossa somma di danaro come riscatto. Nonostante ciò gli invasori saccheggiarono la città, 'spogliandola' di ogni ricchezza e, non contenti , depredarono anche i centri di Atrani, Minori e Maiori, che si assoggettarono pacificamente.

Non la stessa sorte toccò a Ravello: le truppe pisane, memori della terribile disfatta subita due anni prima, con accanita ferocia la posero a sacco e fuoco per ben tre giorni consecutivi, distruggendo la borgata Atturina (una prosecuzione del castello di Fratta, sulla schiena del Monte Brusara).
Molti abitanti, perfino delle donne, furono fatti prigionieri.

Quella tremenda disfatta compromise seriamente anche e soprattutto l'attività commerciale. Dopo di allora i nostri navigatori e mercanti non poterono più conservare l'importanza, quasi esclusiva,che avevano tenuto nel Mediterraneo. Il campo di azione si spostò più direttamente sulle coste della Puglia e della Sicilia, ove si registrerà una cospicua presenza ravellese. Proprio grazie a Ruggero, che per gratificare diversi nobili di Ravello per la fedeltà e i servizi prestatigli, quali i Bove, i Rogadeo, i Pironti, i Castaldo ed altri, assegnò loro vari posti in Puglia e in Sicilia.

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