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Storia e Storie

200 anni dell’Hotel Luna, occasione per ripercorrere storia del primo insediamento di Amalfi (568 – 591)

Scritto da (Redazione), venerdì 28 settembre 2012 16:20:51

Ultimo aggiornamento lunedì 1 ottobre 2012 08:55:10

di Giuseppe Gargano* – Quello dell’attuale hotel Luna è di certo il più antico insediamento della città di Amalfi: infatti, qui sorse, tra il 568 e il 591 (quando lo attesta il geografo Giorgio di Cipro), il castrum Amalfie (Κάστρον Άμάλφης ), un villaggio fortificato, avamposto militare romanico-bizantino lungo i confini meridionali del ducato di Napoli contro i longobardi stanzatisi nel territorio beneventano. Di lì a poco, entro il 596, Amalfi divenne una civitas vescovile, retta dal primo presule Pimenio, morto verso il 602. Ancora nel XVIII secolo quell’area urbana veniva denominata Cittadella.

Così il castrum di Amalfi si sviluppò lungo le pendici della collina orientale della futura città marinara (Monte Aureo) che si prolunga nel mare. La fortificazione preminente, dove ora siamo noi, fu chiamata "Castello della S. Croce" e il rione urbano che si sviluppò alle sue spalle prese il nome di Caput de Cruce, oggi Capo di Croce.

Il castello di S. Croce aveva il compito di difendere la rada portuale, ampia ben 760 m., che si apriva davanti alla città, sostenuto sul lato occidentale da un fortilizio (promacus) collocato al di sotto del rione Vagliendola (il quartiere dei greci bizantini) poi sprofondato nel mare e distrutto dallo stesso.

Nella chiesa di quel castello, oltre al culto per la S. Croce, fu introdotto quello di S. Sofia, per cui la fortificazione fu anche denominata "Rocca di S. Sofia". Lo storiografo erudito amalfitano del XIX secolo, Matteo Camera, sostiene che quella chiesa era ricca di colonne e conservava una statua bizantina lignea della Santa orientale. Un altro erudito, don Gaetano Amodio, parroco di Conca dei Marini, scrive nel 1767 che il luogo di culto sarebbe stato fondato dagli amalfitani rimpatriati da Bisanzio dopo che Amalfi era passata nella sfera politica normanna. Aggiunge, inoltre, che lì sarebbero stati sepolti tre cavalieri amalfitani appartenenti all’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, il primo ordine monastico-cavalleresco della storia, istituito dall’amalfitano di Scala fra’ Gerardo Sasso nel 1099 nell’ospedale organizzato dal nobile mercante di Amalfi Mauro de Comite Maurone a breve distanza dal Santo Sepolcro.

La struttura fortificata della S. Croce o di S. Sofia andò gradualmente in rovina per motivi tuttora non ben definiti. Ad ogni modo, nel 1220, secondo una tradizione che potrebbe avere dei fondamenti reali, S. Francesco di Assisi, di ritorno dalla missione compiuta presso il Saladino, si sarebbe fermato ad Amalfi insieme al suo braccio destro Bernardo da Quintavalle, per pregare sulla tomba dell’Apostolo Andrea, in quanto invitati dall’arcivescovo Giovanni Capuano. E’ probabile che proprio su di una nave mercantile amalfitana il Santo e il suo compagno avessero effettuato il viaggio di andata e quello di ritorno, come d’altronde era già accaduto in precedenza per pellegrini occidentali, soprattutto normanni, desiderosi di visitare i luoghi sacri d’Oriente.

Così S. Francesco avrebbe fondato, sui ruderi della rocca di S. Sofia, il convento di S. Maria degli Angeli, che nel 1234 era già intitolato proprio a Lui. A quel tempo risale anche il chiostro nel quale ci troviamo ora, che evidenzia chiari influssi moreschi del XIII secolo. Esso è il secondo in ordine di tempo tra i chiostri presenti nel territorio amalfitano: fu preceduto da quello del monastero cistercense di S. Pietro della Canonica (ex-Albergo Cappuccini), fondato nel 1212 dal cardinale amalfitano Pietro Capuano, e seguito nel 1268 dal celebre Chiostro Paradiso, il cimitero dei nobili attaccato al complesso della cattedrale. La tradizione vuole che S. Francesco avesse edificato pure il convento ravellese di S. Giovanni de Ponticeto, il quale conserva un significativo chiostro come i precedenti.

Del convento amalfitano di S. Francesco restano la chiesa ad una sola aula di evidente influsso architettonico francescano, nonché tracce di celle ora trasformate in camere d’albergo.

Nel peridio angioino, alla fine del XIII secolo, fu costruita la torre di S. Francesco, poi detta "del Tomolo" o "del Capo di Atrani", per proteggere il litorale dalle incursioni dei catalani e dei pisani durante la disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302). La torre fu restaurata, insieme alla muraglia che menava verso Atrani, nel 1426. Quindi nel 1567 fu abbassata di un piano, al fine della sistemazione delle armi da fuoco in vece dell’artiglieria meccanica e da getto.

Tra le mura di questo convento vissero frati in odore di santità: è il caso del Beato Bonaventura da Potenza, poi passato nel convento di Ravello, al quale sono associati simpatici anedotti ben noti al giornalista Sigismondo Nastri; è il caso di Girardelli da Muro, alcuni miracoli del quale sono ricordati in stampe settecentesche conservate nella cripta della chiesa conventuale.

Nel corso del XVIII secolo fu introdotto in essa il culto di S. Antonio da Padova, in onore del quale venivano effettuate lunghe processioni dirette ad Atrani, dove, sin dal XIV secolo, esisteva la chiesa di S. Maria de la Scarpa, una dipendenza del convento francescano amalfitano.

Nella cripta della chiesa conventuale di S. Francesco o di S. Antonio di Amalfi furono seppelliti alcuni esponenti della società bassomedievale e moderna. In un sarcofago romano del III d.C., intitolato alla giovane Tallia, fu tumulato il mercante amalfitano Roberto Sorrentino, deceduto nel 1349, forse a causa della pestilenza che pochi mesi prima aveva decimato l’Europa, come ricorda il coperchio marmoreo d’epoca. I Sorrentino abitavano proprio presso il convento di S. Francesco almeno sin dallo scorrere dell’XI secolo.

Una sepoltura significativa era di certo quella della famiglia atranese degli Angioja, alla quale dovette appartenere quel Giovanni, e non Flavio, che una tradizione amalfitana ricorda come l’inventore della pixis nautica, uno strumento magnetico "a secco" di orientamento marinaro realizzato nella prima parte del XIII secolo, perfezionato dalla marineria di Positano entro il 1270, che vi applicò la rosa dei venti, permettendo la produzione delle prime "carte da navigare".

Noi cogliamo l’occasione per augurare ad Andrea Barbaro, novello "signore della Luna", come il drammaturgo norvegese Enrik Ibsen amava scherzosamente definire il suo omonimo antenato, di poter condurre sulla sicura "rotta segnata dai Padri" l’Albergo-Convento della Luna verso un proficuo futuro, contribuendo come sempre all’instaurazione nella Costa d’Amalfi del turismo culturale, perché qui il turismo o è cultura o non è!

* CONSULENTE PROVINCIALE ALLA CULTURA E AI BENI CULTURALI – DIRETTORE SCIENTIFICO DEL CENTRO DI CULTURA E STORIA AMALFITANA

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