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Storia e Storie

11 febbraio 1944, Salerno capitale. Il Re dimora a Ravello: nasce il primo Governo di unità Nazionale premessa per la Repubblica [VIDEO]

Scritto da Emiliano Amato (Redazione), martedì 11 febbraio 2014 11:20:40

Ultimo aggiornamento domenica 12 febbraio 2017 07:40:06

di Emiliano Amato

"A decorrere dalle ore 0.00 del giorno 11 febbraio 1944, l'esercizio di tutti i poteri dello Stato viene riassunto dal Governo Italiano nei seguenti territori sin qui sottoposti all'Amministrazione Militare Alleata".

Con queste parole, il Re d'Italia Vittorio Emanuele III sancisce la riassunzione dei poteri, da parte del Governo Italiano, sui territori liberati dall'occupazione tedesca. E al contempo, è questo l'ultimo atto del 'Governo dei Sottosegretari', costituito a Brindisi nell'estate del 1943 per guidare il Regno del Sud, e il primo decreto emesso a Salerno, che diviene così, nell'attesa della liberazione di Roma, la nuova capitale d'Italia.

Tra il tardo autunno e l'inverno del '43, l'avanzata alleata verso Roma, diversamente da quanto pronosticato e auspicato, non procedette in modo spedito: la 5ª Armata fu bloccata sulla strada per Cassino. In questo clima, sia da parte italiana che alleata, si avvertì l'esigenza di trasferire da Brindisi la sede del Governo. La scelta ricadde su Salerno, dove, con lo sbarco anglo-americano nella notte fra l'8 e il 9 settembre, aveva preso il via "Operation Avalanche", il ritorno degli inglesi e il primo impatto degli americani con il continente europeo.

Salerno e l'immediata periferia erano, così, diventate il teatro di una battaglia dura, sanguinosa, ricca di equivoci ed errori, sfociata ben presto in un clamoroso disastro. Gli americani avevano conquistato la città il 13 settembre, faticando altri 15 giorni, e ben oltre le aspettative, per aver ragione delle truppe naziste sia a sud che a nord del capoluogo. Torniamo ai primi di febbraio. Il trasferimento degli uffici e del personale governativo si svolse tra il 3 e il 5 febbraio: 29 carri merci si mossero da Brindisi, Taranto, Bari, Lecce; 380 persone, in tutto, partirono alla volta di Salerno.

Ecco cosa scrisse il giornale cittadino 'L'ora del popolo' il 9 febbraio: "Nel quadro della politica italiana, l'avvenimento più importante della settimana è certo il trasferimento del governo da Brindisi a Salerno [...] A Salerno venne da Roma Gregorio VII, il grande Pontefice che osò resistere alla tracotanza dell'imperatore tedesco e, anziché cedere, sacrificò, come è costume nella Chiesa Cattolica, la sua persona: a Salerno, dopo nove secoli, viene col suo Governo il Capo dello Stato Italiano, ugualmente costretto dalla prepotenza dei discendenti di Enrico IV a lasciar Roma.

Che farà egli a Salerno? Saprà sacrificare la sua persona divenuta non più simbolo di coesione degli animi italiani, bensì causa di discordia e di scissione? E si costituirà a Salerno quel governo forte, che gli Italiani e gli Alleati attendono? Che il Governo di Salerno riscatti il nome vilipeso del Governo di Brindisi, per il decoro e per la rinascita dell'Italia".

Quella che era diventata una città fantasma, abbandonata da tutti, messa in ginocchio dai bombardamenti dell'estate precedente e dalla battaglia seguita allo sbarco, sembrò rinascere. I salernitani, consapevoli di vivere un momento unico ed eccezionale, sentirono l'orgoglio di ospitare il governo italiano, un orgoglio che si manifestò in una generosa gara, da parte di tutti, ad offrirsi per quanto potesse occorrere per il vanto del proprio paese, per l'onore della nazione. Lo stesso 'Ora del Popolo' scrisse: "I Salernitani sentono oggi tutto l'orgoglio del compito che assume la nostra città".

Il Governo si trasferì il giorno 10, sebbene l'atto ufficiale porti la data del giorno successivo. Il Presidente del Consiglio, il vecchio Maresciallo Badoglio, si affacciò dal balcone del Palazzo di Città -scelto come sede della Presidenza-, per ringraziare la folla festante che lo accolse con calorosi applausi. Restavano da sistemare i tanti uffici in diversi edifici della città.

Al comune, insieme alla Presidenza del Consiglio, si insediarono il Ministero degli Interni e quello dell'Educazione, al Tribunale si colloca il Ministero di Grazia e Giustizia, alle Poste quello delle Comunicazioni; Esteri e Finanze trovarono sistemazione rispettivamente a palazzo Barone e a palazzo delle Corporazioni (attuale Camera di Commercio); a Palazzo Natella ebbero sede i Ministeri dell'Agricoltura e dei Lavori Pubblici. Altri uffici furono dislocati a Cava, Vietri e Napoli.

Tra i banchi del nuovo Governo sedevano due salernitani: Giovanni Cuomo, Ministro all'Educazione Nazionale e Raffaele Guariglia agli Esteri).

ll Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena preferirono stabilirsi in provincia, a Ravello. Ospite del Duca Riccardo di Sangro (aristocratico napoletano intimo dei Savoia nonchè Aiutante di Campo del Re) presso Palazzo Episcopio, il Sovrano arrivò nella "Bellissima" nella fredda giornata del 14 febbraio; la sua autovettura fu preceduta da un imponente corteo di motociclisti, Carabinieri e Ufficiali dell'esercito che giunsero sulla collina del rione Toro attraverso l'attuale viale Wagner, reso rotabile per l'occasione. Il figlio Umberto è alloggiato anch'egli al rione Toro, nel palazzetto del barone Giuseppe Compagna.

«La famiglia reale è giunta a Ravello il 14 febbraio, dopo un viaggio in automobile di dieci ore e mezzo. Sono partiti da Brindisi alle sei del mattino per arrivare alla villa Episcopio [...] alle 16.30. Hanno viaggiato su cinque macchine, con i bagagli e la scorta. La villa, al numero 16 di via San Giovanni del Toro, è grande, vuota da tempo per le vicende della guerra. La guardia dei sovrani è affidata a un battaglione di granatieri, comandato dal maggiore Eremberto Morozzo della Rocca. Il re e la regina hanno freddo. Le stanze sono cupe. Scarseggia la biancheria, perché si tratta di una improvvisata sistemazione di fortuna. Bisogna assumere un cuoco e far provvista di carbone per il riscaldamento. Poiché non se ne trova, lo si chiede a Rubartelli, che ne spedirà da Brindisi qualche quintale con un autocarro della Marina. La signora Rubartelli profitterà per mandare dei pacchi di generi alimentari. Puntoni e Acquarone si sistemano con difficoltà in una casetta poco lontano» (Bertoldi). Le condizioni del trasferimento del governo somigliano straordinariamente a quelle dei comuni cittadini che, quotidianamente, sono costretti a fare i conti con fame e miseria, che cercano in mille modi, leciti e talora illegali, di "passare la nottata", di sopravvivere all'ultimo anno di una guerra che, a poco a poco, si allontana, ma che ancora infierisce, che continuerà a colpire e a fare vittime, nel nord come nel mezzogiorno di un paese ancora diviso in due.

Ogni mattina, nei giorni che seguirono, sino alla liberazione di Roma, il Re, sempre in divisa militare - non a caso era soprannominato il "Re Soldato" - partiva per raggiungere il fronte e seguire le operazioni belliche, mentre la Regina Elena restava in sede e, a volte si recava in Villa Rufolo o, riservatamente, in visita a Chiese e Monasteri. Nella memoria di molti dei nostri nonni è ancora vivo il ricordo del cambio della guardia dei Granatieri di Sardegna e dei Carabinieri che, immobili, picchettavano l'ingresso di Palazzo Episcopio in una Ravello a dir poco "blindata".

«Il luogo era stato scelto dagli Alleati come base per la convalescenza dei reduci - scriveva Gaetano Afeltra dul Corriere della Sera nel 2003 -. Ufficiali e soldati erano alloggiati negli alberghi della zona, che la sera si animavano di festini allietati da vino, donne e musica. La famiglia reale fu ospitata a villa Episcopio, antica residenza vescovile di proprietà del duca Riccardo di Sangro. Durante i lunghi pomeriggi invernali, il re se ne stava chiuso nelle sue amarezze. L' Italia era tagliata in due, gli Alleati premevano perché cedesse i poteri al figlio Umberto. Ad accrescere i suoi crucci c' erano le condizioni di salute della regina, appena operata agli occhi. Uno dei pochi svaghi capaci di distrarlo era la numismatica, una passione che condivideva con un prete del luogo, il quale andava ogni tanto a proporgli qualche pezzo pregiato per la sua collezione. Qualche mattina, con la testa coperta da un cappello di paglia a larghe tese, se ne andava a pescare in compagnia di un vecchio pescatore da una barchetta sotto lo «Scarpariello», dimora di patrizi napoletani. La regina intanto suonava al pianoforte, visitava conventi e istituti religiosi. Una sartina a ore l' aiutava a rivoltarsi gli abiti. La domenica ascoltava la messa nel vicino convento di Scala; all' ora della refezione, stava accanto alle suore per distribuire la minestra ai poveri. La gente semplice le voleva bene, e lei aveva una parola gentile e una carezza per tutti. Un giorno le religiose vollero una sua foto ricordo. Firmò col suo nome di battesimo: Elena. La superiora, sorpresa, le chiese perché non avesse aggiunto «di Savoia». «Qui, io sono solo Elena», rispose. Le giornate della coppia reale trascorrevano in una frugalità dovuta non solo alle difficoltà del momento, ma anche a vecchie abitudini di parsimonia. Dagli orti costieri arrivavano cassette di frutta e verdura: roba semplice, aranci, limoni, patate, cicoria, insalata. La regina era sensibile alla bellezza dei luoghi. «Sono posti incantevoli», diceva. «Gli abitanti sono gentili, rispettosi, mio marito in particolare apprezza molto l' affettuosità e la discrezione che riscontra quando va a pescare. Peccato che questo soggiorno debba coincidere con tempi così tragici!». A Ravello, i reali d' Italia trascorsero la Pasqua del 1944. Tutt' intorno era un tripudio di colori e profumi. In piazza le campane suonavano a distesa, l' aria odorava dei limoni in fiore, il mare brillava sotto il sole amalfitano. Ma il re aveva freddo. Nelle sale di villa Episcopio, i tizzoni che alimentavano il camino non riuscivano a scaldare il cuore di Vittorio Emanuele, che proprio quel giorno vedeva consumarsi l' epilogo del suo regno».

E l'idea della Luogotenenza, progetto intermedio tra la permanenza di Vittorio Emanuele III sul trono e la sua abdicazione, nacque nella ristrettissima cerchia di tre personalità, Enrico De Nicola, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Il principe Umberto avrebbe esercitato le prerogative di capo dello Stato senza tuttavia possedere la dignità di re, che restava in capo a Vittorio Emanuele III. Si trattava dell'unico compromesso possibile: i capi dei partiti antifascisti, infatti, avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile. Benedetto Croce, grande estimatore dell'ingegno giuridico di Enrico De Nicola, aderì a quella proposta non scevro da perplessità in quanto temeva che proprio l'istituto della Luogotenenza potesse facilitare la fine della Monarchia e l'avvento della Repubblica.

L'incontro di Ravello tra il sovrano e il giurista napoletano (che diverrà il primo presidente della storia dell'Italia repubblicana nda) si svolse nella straordinaria cornice di Palazzo Episcopio, il piccolo 'Quirinale di Ravello', dimora del sovrano, dove ancora riecheggiavano i lontani fasti del Vescovado ravellese e le suggestioni dei luoghi wagneriani. Il re, perplesso, ascoltò in silenzio il giurista napoletano fino a quando non fu associato al colloquio il Ministro della Real Casa, il conte Pietro d'Acquarone, gentiluomo di Palazzo di Sua Maestà la Regina.

Alla fine Vittorio Emanuele III accettò la soluzione (clicca qui per leggere integralmente la ricostruzione del colloquio) si piegò alla ferma volontà di De Nicola che, tra l'altro, rivolgendosi al ministro, era stato molto esplicito nel sottolineare l'esiguità delle alternative percorribili.

Ma il rigido inverno ravellese non risparmiò quello storico incontro, obbligando De Nicola a trascorrere la notte a Palazzo Episcopio per le pessime condizioni del tempo, che sconsigliavano di intraprendere il tortuoso cammino di ritorno alla volta di Torre del Greco.

Si cenò, quindi, "a lume di candela mentre fuori soffiava un triste vento" in una sala illuminata a sprazzi dai tizzoni ardenti del camino. La mattina dopo, De Nicola si congedava dal sovrano, in attesa della risposta ufficiale, che sarebbe giunta la sera del giorno seguente a Torre del Greco: una pagina importante nella storia d'Italia era stata scritta.

Il 24 aprile di quell'anno, sempre a Ravello, il Presidente del Consiglio Badoglio, ed i Ministri del nuovo Governo (Benedetto Croce, Carlo Sforza, Giulio Rodinò, Pietro Mancini, Palmiro Togliatti, Adolfo Omodeo e Salvatore Aldise) prestarono giuramento davanti al Re (CLICCA QUI PER GUARDARE IL VIDEO). Il 4 giugno Roma venne liberata dall'occupazione nazista e, il giorno seguente, Vittorio Emanuele III, pur senza abdicare, firmò il decreto con il quale affidò la luogotenenza del Regno al figlio Umberto, Principe di Piemonte.

"La cerimonia si svolse sempre a Ravello e sempre nella villa Episcopio", ricorda lo storico Antonio Spinosa, "fu una cerimonia scarna, ma degna d'un Parsifal per l'intensità e per la suggestione dei luoghi prediletti da Wagner. Pieno di amarezza, salutando sulla soglia della villa il figlio che partiva per la capitale, Vittorio esclamò: «Va', divertiti tu, ora»".

Il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, stabiliva che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne. Alla Presidenza del Consiglio Ivanoe Bonomi succedette a Badoglio.

Il Governo restò a Salerno fino a metà agosto per consentire il ripristino della normalità a Roma.

Si concluse, così, l'avventura di Salerno Capitale. Breve ma storica, con Ravello che ancora una volta, dopo i fasti medievali vissuti con la Repubblica d'Amalfi, tornò ad essere protagonista delle vicende della Storia Patria. La luogotenenza durò fino al 9 maggio del 1946 quando, in vista delle elezioni, Re Vittorio Emanuele III fu indotto, dai suoi consiglieri, alle dimissioni.

Il 2 giugno il referendum abolì la Monarchia per la nascente Repubblica.

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