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Storia e Storie

11 febbraio 1944. Salerno capitale con il Re a Ravello /VIDEO

Scritto da Emiliano Amato, Vittorio Emanuele III, luogotenenz (Redazione), domenica 10 febbraio 2013 17:11:10

Ultimo aggiornamento domenica 10 febbraio 2013 17:12:57

di Emiliano Amato- "A decorrere dalle ore 0.00 del giorno 11 febbraio 1944, l'esercizio di tutti i poteri dello Stato viene riassunto dal Governo Italiano nei seguenti territori sin qui sottoposti all'Amministrazione Militare Alleata".

Con queste parole, il Re d'Italia Vittorio Emanuele III sancisce la riassunzione dei poteri, da parte del Governo Italiano, sui territori liberati dall'occupazione tedesca. E al contempo, è questo l'ultimo atto del 'Governo dei Sottosegretari', costituito a Brindisi nell'estate del 1943 per guidare il Regno del Sud, e il primo decreto emesso a Salerno, che diviene così, nell'attesa della liberazione di Roma, la nuova capitale d'Italia.

Tra il tardo autunno e l'inverno del '43, l'avanzata alleata verso Roma, diversamente da quanto pronosticato e auspicato, non procedette in modo spedito: la 5ª Armata fu bloccata sulla strada per Cassino. In questo clima, sia da parte italiana che alleata, si avvertì l'esigenza di trasferire da Brindisi la sede del Governo. La scelta ricadde su Salerno, dove, con lo sbarco anglo-americano nella notte fra l'8 e il 9 settembre, aveva preso il via "Operation Avalanche", il ritorno degli inglesi e il primo impatto degli americani con il continente europeo.

Salerno e l'immediata periferia erano, così, diventate il teatro di una battaglia dura, sanguinosa, ricca di equivoci ed errori, sfociata ben presto in un clamoroso disastro. Gli americani avevano conquistato la città il 13 settembre, faticando altri 15 giorni, e ben oltre le aspettative, per aver ragione delle truppe naziste sia a sud che a nord del capoluogo. Torniamo ai primi di febbraio. Il trasferimento degli uffici e del personale governativo si svolse tra il 3 e il 5 febbraio: 29 carri merci si mossero da Brindisi, Taranto, Bari, Lecce; 380 persone, in tutto, partirono alla volta di Salerno.

Ecco cosa scrisse il giornale cittadino 'L'ora del popolo' il 9 febbraio: "Nel quadro della politica italiana, l'avvenimento più importante della settimana è certo il trasferimento del governo da Brindisi a Salerno [...] A Salerno venne da Roma Gregorio VII, il grande Pontefice che osò resistere alla tracotanza dell'imperatore tedesco e, anziché cedere, sacrificò, come è costume nella Chiesa Cattolica, la sua persona: a Salerno, dopo nove secoli, viene col suo Governo il Capo dello Stato Italiano, ugualmente costretto dalla prepotenza dei discendenti di Enrico IV a lasciar Roma.

Che farà egli a Salerno? Saprà sacrificare la sua persona divenuta non più simbolo di coesione degli animi italiani, bensì causa di discordia e di scissione? E si costituirà a Salerno quel governo forte, che gli Italiani e gli Alleati attendono? Che il Governo di Salerno riscatti il nome vilipeso del Governo di Brindisi, per il decoro e per la rinascita dell'Italia".

Quella che era diventata una città fantasma, abbandonata da tutti, messa in ginocchio dai bombardamenti dell'estate precedente e dalla battaglia seguita allo sbarco, sembrò rinascere. I salernitani, consapevoli di vivere un momento unico ed eccezionale, sentirono l'orgoglio di ospitare il governo italiano, un orgoglio che si manifestò in una generosa gara, da parte di tutti, ad offrirsi per quanto potesse occorrere per il vanto del proprio paese, per l'onore della nazione. Lo stesso 'Ora del Popolo' scrisse: "I Salernitani sentono oggi tutto l'orgoglio del compito che assume la nostra città".

Il Governo si trasferì il giorno 10, sebbene l'atto ufficiale porti la data del giorno successivo. Il Presidente del Consiglio, il vecchio Maresciallo Badoglio, si affacciò dal balcone del Palazzo di Città -scelto come sede della Presidenza-, per ringraziare la folla festante che lo accolse con calorosi applausi. Restavano da sistemare i tanti uffici in diversi edifici della città.

Al comune, insieme alla Presidenza del Consiglio, si insediarono il Ministero degli Interni e quello dell'Educazione, al Tribunale si colloca il Ministero di Grazia e Giustizia, alle Poste quello delle Comunicazioni; Esteri e Finanze trovarono sistemazione rispettivamente a palazzo Barone e a palazzo delle Corporazioni (attuale Camera di Commercio); a Palazzo Natella ebbero sede i Ministeri dell'Agricoltura e dei Lavori Pubblici. Altri uffici furono dislocati a Cava, Vietri e Napoli.

Tra i banchi del nuovo Governo sedevano due salernitani: Giovanni Cuomo, Ministro all'Educazione Nazionale e Raffaele Guariglia agli Esteri).

ll Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena preferirono stabilirsi in provincia, a Ravello. Ospite del Duca di Sangro (aristocratico napoletano intimo dei Savoia nonchè Aiutante di Campo del Re) presso Palazzo Episcopio, il Sovrano arrivò nella "Bellissima" in una fredda e uggiosa giornata di febbraio; la sua autovettura fu preceduta da un imponente corteo di motociclisti, Carabinieri e Ufficiali dell'esercito che giunsero sulla collina del rione Toro attraverso l'attuale viale Wagner, reso rotabile per l'occasione.

Ogni mattina, nei giorni che seguirono, sino alla liberazione di Roma, il Re, sempre in divisa militare -non a caso era soprannominato il "Re Soldato"- partiva per raggiungere il fronte e seguire le operazioni belliche, mentre la Regina Elena restava in sede e, a volte si recava in Villa Rufolo o, riservatamente, in visita a Chiese e Monasteri. Nella memoria di molti dei nostri nonni è ancora vivo il ricordo del cambio della guardia dei Granatieri di Sardegna e dei Carabinieri che, immobili, picchettavano l'ingresso di Palazzo Episcopio in una Ravello a dir poco "blindata".

E l'idea della Luogotenenza, progetto intermedio tra la permanenza di Vittorio Emanuele III sul trono e la sua abdicazione, nacque nella ristrettissima cerchia di tre personalità, Enrico De Nicola, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Il principe Umberto avrebbe esercitato le prerogative di capo dello Stato senza tuttavia possedere la dignità di re, che restava in capo a Vittorio Emanuele III. Si trattava dell'unico compromesso possibile: i capi dei partiti antifascisti, infatti, avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile. Benedetto Croce, grande estimatore dell'ingegno giuridico di Enrico De Nicola, aderì a quella proposta non scevro da perplessità in quanto temeva che proprio l'istituto della Luogotenenza potesse facilitare la fine della Monarchia e l'avvento della Repubblica.

L'incontro di Ravello tra il sovrano e il giurista napoletano (che diverrà il primo presidente della storia dell'Italia repubblicana nda) si svolse nella straordinaria cornice di Palazzo Episcopio, il piccolo 'Quirinale di Ravello', dimora del sovrano, dove ancora riecheggiavano i lontani fasti del Vescovado ravellese e le suggestioni dei luoghi wagneriani. Il re, perplesso, ascoltò in silenzio il giurista napoletano fino a quando non fu associato al colloquio il Ministro della Real Casa, il conte Pietro d'Acquarone, gentiluomo di Palazzo di Sua Maestà la Regina.

Alla fine Vittorio Emanuele III accettò la soluzione (clicca qui per leggere integralmente la ricostruzione del colloquio) si piegò alla ferma volontà di De Nicola che, tra l'altro, rivolgendosi al ministro, era stato molto esplicito nel sottolineare l'esiguità delle alternative percorribili.

Ma il rigido inverno ravellese non risparmiò quello storico incontro, obbligando De Nicola a trascorrere la notte a Palazzo Episcopio per le pessime condizioni del tempo, che sconsigliavano di intraprendere il tortuoso cammino di ritorno alla volta di Torre del Greco.

Si cenò, quindi, "a lume di candela mentre fuori soffiava un triste vento" in una sala illuminata a sprazzi dai tizzoni ardenti del camino. La mattina dopo, De Nicola si congedava dal sovrano, in attesa della risposta ufficiale, che sarebbe giunta la sera del giorno seguente a Torre del Greco: una pagina importante nella storia d'Italia era stata scritta.

Il 24 aprile di quell'anno, sempre a Ravello, il Presidente del Consiglio Badoglio, ed i Ministri del nuovo Governo (Benedetto Croce, Carlo Sforza, Giulio Rodinò, Pietro Mancini, Palmiro Togliatti, Adolfo Omodeo e Salvatore Aldise) prestarono giuramento davanti al Re (CLICCA QUI PER GUARDARE IL VIDEO). Il 4 giugno Roma venne liberata dall'occupazione nazista e, il giorno seguente,Vittorio Emanuele III, pur senza abdicare, firmò il decreto con il quale affidò la luogotenenza del Regno al figlio Umberto, Principe di Piemonte.

"La cerimonia si svolse sempre a Ravello e sempre nella villa Episcopio", ricorda lo storico Antonio Spinosa, "fu una cerimonia scarna, ma degna d'un Parsifal per l'intensità e per la suggestione dei luoghi prediletti da Wagner. Pieno di amarezza, salutando sulla soglia della villa il figlio che partiva per la capitale, Vittorio esclamò: «Va', divertiti tu, ora»".

Il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, stabiliva che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne. Alla Presidenza del Consiglio Ivanoe Bonomi succedette a Badoglio.

Il Governo restò a Salerno fino a metà agosto per consentire il ripristino della normalità a Roma.

Si concluse, così, l'avventura di Salerno Capitale. Breve ma storica, con Ravello che ancora una volta, dopo i fasti medievali vissuti con la Repubblica d'Amalfi, tornò ad essere protagonista delle vicende della Storia Patria. La luogotenenza durò fino al 9 maggio del 1946 quando, in vista delle elezioni, Re Vittorio Emanuele III fu indotto, dai suoi consiglieri, alle dimissioni.

Il 2 giugno il referendum abolì la Monarchia per la nascente Repubblica.

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