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Storia e Storie

10 Febbraio, il giorno del ricordo

Scritto da Emiliano Amato (Redazione), mercoledì 10 febbraio 2010 08:59:00

Ultimo aggiornamento domenica 19 settembre 2010 11:38:07

"Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B." Grazie alla legge n. 93 del 30 marzo 2004 che ha istituito il "Giorno del Ricordo", le oltre 10.000 vittime italiane di Istria, Fiume e Dalmazia trucidate sul confine orientale, a cavallo del secondo conflitto bellico, potranno essere degnamente ricordate.

Il Comandante slavo Tito, incapace di vincere gli Italiani sul campo di battaglia sfociarono la loro rabbia contro la popolazione civile istriana: la gran parte di questi nostri connazionali vennero gettati (molti ancora vivi) all’interno di profonde voragini naturali disseminate sull'altipiano del Carso: le foibe.

Inoltre 350.000 connazionali istriani-giuliano-dalmati furono costretti a fuggire dalle loro terre natie con tutti i mezzi possibili: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, treni di fortuna, carri agricoli, barche, a nuoto e a piedi. Una fuga per restare italiani, un vero Esodo biblico, affrontato con determinazione, verso un'Italia sconfitta e semidistrutta, quale reazione al violento tentativo di naturalizzazione voluta nella primavera del 1945, dalla ferocia dei partigiani slavi.

La gente era bloccata dalla paura dei rastrellamenti improvvisi, delle delazioni, delle vendette e delle notizie di infoibamenti, di affogamenti e di fucilazioni che la giustizia sommaria di sedicenti tribunali del popolo irrogava a chi era colpevole di essere italiano. Le città cominciarono a svuotarsi. Da Fiume fuggirono 54 mila su 60 mila abitanti, da Pola 32 mila, da Zara 20 mila su 21 mila, da Capodistria 14 mila su 15 mila.

Soltanto l'Esodo degli abitanti di Pola si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane. Tutti gli altri istriani, fiumani e dalmati dovettero abbandonare le loro case e i loro averi sotto il controllo poliziesco dei partigiani slavi. Coloro che ottenevano il visto per la partenza potevano portare in Italia solo 5 kg di indumenti e 5 mila lire. Dopo lunghe settimane di attesa e dopo implacabili controlli, si poteva salire su un convoglio diretto al confine, cioè verso la libertà. Il viaggio era breve, ma diventava lungo per le continue verifiche dell'OZNA (la famigerata polizia segreta) che aveva occhi e orecchi, fino a Trieste.

A moltissimi il visto venne negato per ragioni politiche, per vendetta, per odio, per non privarsi di personale specializzato, ma soprattutto perché ogni partenza era la conferma di una condanna per il nuovo regime. Ebbero inizio le fughe drammatiche, di giorno e di notte, fra le doline del Carso, attraverso passaggi clandestini noti solo ai contrabbandieri, fughe verso la libertà che spesso si concludevano con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato.

Alcuni affrontarono l'Adriatico con fragili barche a remi e raggiunsero le coste italiane stremati dalla fatica e dalla sete, con le mani spellate e sanguinanti. Spesso però l'approdo rimase un sogno: catturati dalle motovedette slave, furono condannati a lunghi anni di lavoro forzato. Talvolta la spiaggia romagnola e marchigiana restituiva le salme dei fuggiaschi travolti da un'improvvisa bufera.

Con la firma a Parigi del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 l'Italia cede alla Jugoslavia 7.700 chilometri quadrati con Pola, Fiume e Zara. Su 502.124 abitanti, 350.000 italiani (300.000 secondo Tito) vengono profughi in Italia. Vengono insultati dai comunisti ad Ancona, Bologna, Venezia e Milano.

Ottantamila fuggono nelle Americhe e in Australia, centomila vengono accolti nella Regione Friuli - Venezia Giulia, gli altri vengono ricoverati nelle baracche di 109 campi profughi, dal Carso alla Sicilia.

L'Esodo è stato ribellione contro le foibe, i saccheggi, l'imposizione di una lingua straniera; è stato un dramma di 350 mila persone che hanno abbandonato case ed averi con la fierezza di aver fatto una scelta irreversibile. Quella di continuare a vivere da italiani. In Italia.

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