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Salerno e Provincia

Andrea Manzi lascia La Città, nuovo direttore è Antonio Manzo

Scritto da (Redazione), domenica 31 dicembre 2017 10:16:26

Ultimo aggiornamento domenica 31 dicembre 2017 10:20:52

Andrea Manzi non è più il direttore responsabile de La Città di Salerno. Da domani, a dirigere il maggiore quotidiano della Provincia di Salerno sarà Antonio Manzo, giornalista ebolitano di lungo corso. 61 anni, professionista dal 1985, Manzo va ad occupare la poltrona di Andrea Manzi che ha guidato il giornale dal primo novembre 2016 quando gli imprenditori Vito Di Canto e Giovanni Lombardi avevano rilevato la testata dalla Finegil, la società controllata dal Gruppo Editoriale L'Espresso che l'ha editato dal 13 giugno 1997 anno successivo la fondazione da parte di Manzi.

Dopo un solo anno di ritorno alla direzione, caratterizzato da non pochi disguidi, Andrea Manzi, tra i più apprezzati giornalisti italiani esce dalla scena principale, non senza amarezze. Tra le righe della sua missiva di congedo, che pubblichiamo integralmente di seguito in cui motiva le ragioni di una scelta, si leggono i dispiaceri e il rammarico per l'ennesima sfida persa per il rilancio socio-culturale del nostro territorio.

Al direttore Antonio Manzo l'augurio di un proficuo lavoro, all'amico e maestro Andrea Manzi i migliori successi personali e professionali.

Esco di scena

La mia seconda, anzi terza, direzione de "la Città", iniziata tredici mesi fa e oggi giunta (finalmente) a compimento, si prefiggeva di scommettere sull'esperienza già collaudata in America del community journalism. Intendeva favorire il racconto di storie-evento inedite per sviluppare e presidiare lo spazio di una comunità abitata da cittadini tuttora ignorati. Per raggiungere tale obiettivo occorreva ribaltare il modello costruito nel tempo sin dal 1996, anno in cui fondai questo quotidiano. C'era da chiudere con l'inattuale capillarità territoriale dell'informazione di servizio, modulo che pure aveva prodotto, a Salerno, l'evento editoriale forse più rilevante degli ultimi decenni, con la polverizzazione del monopolio della testata storica del Sud e il superamento netto delle sue performances, sia sul piano delle vendite che della pubblicità. Una proposta a suo tempo vincente, ma, appunto, non più utile per utenti abituati alle possibilità illimitate dell'offerta online: le "diete" mediali sono diventate varie e personalizzate, il digital divide e il cultural divide separano i fruitori delle nuove tecnologie da quanti non hanno la cultura o la curiosità per sperimentarle. Anche sul piano locale esiste ormai una disponibilità crescente di contenuti, tale da consentire la riconoscibilità dell'epidermide socio-istituzionale, a prescindere da quanto tardivamente scrivono i giornali.
Ma ciò che mancava (e, in parte, ancora manca) alla Città era il confronto tra persone, la voce degli ultimi, la richiesta dei cittadini alle istituzioni senza mediazioni adultere, il coraggio dell'inchiesta maturata sulla febbre del bisogno e costruita con il coraggio dell'autonomia professionale, la sorpresa della notizia scovata con lo sguardo prensile del cronista direttamente coinvolto nei fatti. Occorreva fare questo in un Mezzogiorno disabitato dalla politica e alterato per decenni dalla rappresentazione mediatica di un giornalismo regionale pedagogico ed elitario, utile per ricomporre aree culturali tese all'unificazione socio-economica del paese, ma sempre più lontano dalle comunità riarticolate in pallide città smart.
Occorreva, dunque, rifondare "la Città" sull'esercizio della lucida intelligenza e della libertà, che nel 70° anniversario della Costituzione avremmo dovuto poter respirare a pieni polmoni. Ma su questo progetto si è imposta, purtroppo, la "ragion pratica" di un'economia senza orizzonti, cui soggiace il presente. Spesso si tratta di una dinamica fondata non su preordinati disegni ostativi ma sulla carenza di cultura professionale, un gap che fiacca l'anima dei progetti. Originano da questa circostanza le recenti vicende aziendali della Città: al pur necessario contenimento dei costi, con la conseguente ristrutturazione dell'azienda, si è aggiunta l'imposizione di una strategia miope e asfittica, che ha esasperato tensioni e malumori.
Certo il giornale, gestito dal Gruppo l'Espresso con il sistema dell'economia a debito, ha dato sin dall'inizio seri grattacapi agli attuali gestori, non disposti a investire sulla perdita; ciò nonostante "la Città", seppure frenata nella sua capacità ideativa e con una direzione, di fatto, esautorata dall'ingerenza quotidiana di obiettivi editoriali del tutto opposti al progetto di partenza, ha dato vita, in quest'anno di transizione, a risultati ragguardevoli, tanto più perché raggiunti in un territorio con indici di lettura tra i più bassi d'Italia. È stato mantenuto inalterato e, in alcuni mesi, perfino sensibilmente aumentato in positivo il differenziale con il giornale concorrente; la pubblicità, così, ne ha beneficiato, raggiungendo i risultati migliori in assoluto, con incrementi, in alcuni mesi, del 20%. Ma questi risultati non hanno impedito la scorciatoia degli imminenti tagli infecondi, "supportata" da fatui prodotti aggregati, aumento del prezzo, mutilazioni di settori strategici. Decisioni in aperto contrasto con quanto avevo suggerito: riconvertire il prodotto, riportando il giornale a una funzione informativa conforme alla storia del nostro tempo. Ogni proposta seria e innovativa, volta a potenziare risparmiando (che senso ha l'overdose di inutili pagine contenitore?), è stata messa da parte a favore di uno spazio giornalistico inteso come area pubblicitaria integrata da inessenziali e pilotabili informazioni.

In tale strettoia hanno operato consulenti e contabili con una cesoia buona a tagliare, non a risanare. Naturalmente non potevo essere io a distruggere la Città quale modello giornalistico contemporaneo: per tale scopo occorreva eliminare l'impronta di chi avrebbe potuto impedire - avendone titolo perlomeno formale - la fine di una storia. Proprio per questo negli ultimi mesi non mi è stato permesso di prendere parte alle trattive sindacali, come sarebbe stato mio diritto; ma rimane il sollievo di non avere firmato, come richiestomi, il piano di ristrutturazione/liquidazione (tagli lavorativi del 40%) preparato dai consulenti senza mai aver consultato la direzione. Chissà che ne avrebbe detto Carlo Caracciolo, che mi riconosceva il merito - bontà sua - di essere un direttore con idee nuove, invitandomi spesso (con mio imbarazzo) alle riunioni mensili degli amministratori dei quotidiani del Gruppo l'Espresso, per trasferire in tutta Italia (come avvenne in qualche caso) i progetti nati a Salerno. I giornali locali sono "anticiclici" - diceva il grande vecchio del giornalismo italiano - e possono diventare rocce se sostenuti quotidianamente dall'intelligenza. "Vanno rimodulati ogni giorno", ripeteva.
Sono concetti semplici ma non per tutti, soprattutto quando si scontrano contro monadi "che non hanno né porte né finestre", per chiosare Leibniz. Nasce dunque da qui la mia uscita di scena: conclusione inevitabile, a fronte di una prolungata impossibilità di dialogo con i gestori putativi e reali del giornale di oggi; impossibilità tale da farmi escludere di accettare l'offerta della direzione editoriale.
Resta il rammarico di dover interrompere il legame con una redazione che ha compiuto un lavoro enorme, aiutandomi a far crescere "la Città" in un territorio e in un clima difficilissimi. Sento, pertanto, il dovere di ringraziare tutti i giornalisti, per la dedizione e la competenza con cui hanno lavorato. Da parte mia ho difeso sempre la loro professionalità, anche nei momenti di maggiore tensione, respingendo ogni (reiterata) richiesta di black list. Grazie anche ai poligrafici, disponibili e competentissimi, e a tutti i collaboratori esterni che sono stati l'anima di questo giornale. Un ringraziamento, infine, a Pino Carriero, direttore generale e amico di lunga data, ingessato in un ruolo impostogli dalle circostanze, al quale ho promesso che avrei sfumato ogni dettaglio di questa vicenda surreale, desolante e penosa.
Mi resta solo un ultimo motivo di rammarico: non avere lasciato la direzione già diversi mesi fa, cosa che pure avevo pensato più volte di fare (come alcuni colleghi ben sanno). Nonostante gli scontri, però, immaginavo che la lealtà e il buon senso alla fine avrebbero avuto la meglio: mi sbagliavo, purtroppo, su tutta la linea, e prendo atto del fatto che la "mia" Città non esiste più.
Un augurio al nuovo direttore e al suo esordio, in età matura, nell'attività di coordinamento di un quotidiano: a suo favore ha una lunga esperienza redazionale e di inviato, fondata su origini professionali che condividemmo quando eravamo giovani.
A tutti i lettori auguro un 2018 nel quale il diritto a essere informati diventi azione compiuta. Ma il discorso qui sarebbe lungo e implicherebbe una riflessione sulle origini e la natura (a volte molto oscura) di certa imprenditoria locale, nonché sul rapporto tra giornalismo professionale ed editoria "d'occasione". Confido che questi spunti saranno sviluppati, già dai prossimi giorni, nell'imminente campagna elettorale.

Mi congedo dunque dai lettori con un arrivederci, affidandomi ai versi di un poeta a me molto caro, Giorgio Caproni, che descrivono meglio di qualsiasi racconto sociologico o sentimentale lo svuotamento dei valori e l'incerta orma semantica della nostra contemporaneità.

Dopo la notizia

Il vento... È rimasto il vento.

Un vento lasco, raso terra, e il foglio

(quel foglio di giornale) che il vento

muove su e giù sul grigio

dell'asfalto. Il vento

e nient'altro. Nemmeno

il cane di nessuno, che al vespro

sgusciava anche lui in chiesa

in questua d'un padrone. Nemmeno,

su quel tornante alto

sopra il ghiareto, lo scemo

che ogni volta correva

incontro alla corriera, a aspettare

- diceva - se stesso, andato

a comprar senno. Il vento

e il grigio delle saracinesche

abbassate. Il grigio

del vento sull'asfalto. E il vuoto.

Il vuoto di quel foglio nel vento

analfabeta. Un vento

lasco e svogliato - un soffio

senz'anima, morto.

Nient'altro. Nemmeno lo sconforto.

Il vento e nient'altro. Quel vento,

là dove agostinianamente

più non cade tempo.

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