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Politica

Tasse e disoccupazione: ecco cosa ha prodotto l'imbroglio dello Spread

Scritto da Renato Brunetta (Redazione), lunedì 10 settembre 2012 10:50:58

Ultimo aggiornamento giovedì 13 settembre 2012 10:20:27

di Renato Brunetta per Il Vescovado - Draghi, finalmente. Finalmente ha fatto giustizia del pedagogismo calvinista di Angela Merkel del: "lo spread è alto, colpa tua, fa' i compiti a casa". Finalmente la verità è venuta a galla ed è stato svelato il grande imbroglio.

È ormai ampiamente acquisito che il tanto temuto differenziale tra i rendimenti dei titoli dei debiti sovrani dell'area euro rispetto al rendimento del Bund tedesco è stato frutto della speculazione.

Solo una parte minoritaria dipendeva e dipende direttamente dal merito di credito, quindi dai fondamentali economici, di ogni singolo Stato, mentre tutto il resto afferiva e afferisce al cosiddetto "premio di reversibilità dell'euro",

vale a dire il più alto rendimento che gli investitori chiedono a fronte del rischio di disgregazione della moneta unica e della conseguente eventualità che i titoli acquistati in euro possano essere rimborsati, alla scadenza, in moneta diversa da quella attualmente in circolazione nell'eurozona.

Si tratta del rischio di breakup, cioè di fallimento dell'euro, legato all'architettura imperfetta della moneta unica e/o alla mancata capacità delle istituzioni europee (BCE prima di Draghi) di rispondere agli attacchi speculativi. Reattività insufficiente che si è manifestata fin dallo scoppio della crisi in Grecia a ottobre 2009 e che si è caratterizzata come il vero punto debole dell'intero sistema euro, causando la degenerazione della crisi.

A ben vedere, questa seconda componente incorpora una terza variabile, derivata: l'effetto fuga degli investitori dai titoli del debito sovrano dei paesi sotto attacco verso il Bund tedesco, considerato unico titolo sicuro (bene rifugio) in Europa, con conseguente apprezzamento di valore dello stesso e relativa riduzione del suo rendimento.

Da questa consapevolezza, finalmente acquisita, deriva una puntuale individuazione degli ambiti di responsabilità e delle aree di intervento, nell'azione comune di riduzione dei differenziali patologici di rendimento tra i titoli del debito pubblico dei diversi paesi dell'area euro, tra Banca Centrale Europea, istituzioni europee e governi nazionali.

Tre responsabilità, dunque, che comportano tre scudi anti-spread, con altrettanti bazooka, auspicabilmente coordinati, ad aumentare esponenzialmente la potenza di fuoco e, parallelamente, i costi e i rischi per la speculazione.

Ne consegue una definizione, altrettanto puntuale, in termini di policy, delle cose da fare.

In questo contesto, ormai chiaro, si inseriscono, dunque, le misure di carattere straordinario che la Banca Centrale Europea porrà in essere, come deciso dal Consiglio direttivo il 6 settembre scorso, attraverso l'acquisto senza limiti predeterminati, né quantitativi né temporali, di titoli del debito sovrano dei paesi sotto attacco speculativo aventi durata residua da 1 a 3 anni, al fine di sopperire alla frammentazione dei mercati finanziari che negli ultimi mesi ha inibito la trasmissione della politica monetaria.

Mentre, per quanto riguarda le istituzioni europee, occorrerà rilanciare e accelerare l'attuazione della road-map - contenuta nel report "Verso una vera unione economica e monetaria" presentato dai presidenti di Consiglio e Commissione europea, Eurogruppo e BCE, ai capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles il 28-29 giugno - ai fini della realizzazione in Europa di quelle unioni bancaria, economica, fiscale e politica, che rappresentano il normale completamento della costruzione europea, attualmente incompiuta e imperfetta.

I mercati si sono accorti che l'Europa ha capito l'imbroglio, che l'Europa ha preso coscienza del vero significato dello spread, e hanno battuto, per il momento, in ritirata.

Tra venerdì 31 agosto (spread a 451 punti base in Italia e a 552 punti base in Spagna) e venerdì 6 settembre, gli spread si sono ridotti di quasi 100 punti in Italia e di oltre 140 punti in Spagna (ultima chiusura 354 punti base Italia e 410 punti base Spagna).

Tutto finito, dunque? Passata la febbre tutto torna come prima? Saremmo felici se così fosse.

Invece no: il grande imbroglio dello spread lascia dietro di sé le economie degli Stati che hanno subito l'attacco speculativo tra le macerie.

Diamo il quadro macroeconomico di come è stata distrutta in questi ultimi mesi, e si continua a distruggere, l'economia italiana.

Come il governo Monti ben sa, dall'inizio dell'anno il PIL italiano è diminuito di quasi 3 punti percentuali, da un tasso di crescita annuo pari a 0,4% nel 2011 a -2,5% nel secondo semestre 2012; il tasso di disoccupazione ha raggiunto, a luglio 2012, il livello massimo di 10,7% ed è quindi aumentato, nei 9 mesi di governo Monti, del 2%: 500.000 lavoratori hanno perso il lavoro; con riferimento allo stock del debito pubblico, questo è aumentato di quasi 70 miliardi di euro (+4%) da novembre 2011.

Non più incoraggianti i dati sull'inflazione: ad agosto 2012 è aumentata del 3,2% rispetto all'anno precedente, a causa soprattutto dell'aumento dei prezzi di benzina e diesel derivante dall'aumento delle accise.

Non solo: la produzione industriale ha registrato, a giugno 2012, -8,2% rispetto all'anno precedente e il crollo dei consumi ha raggiunto, ad aprile 2012, quota -6,8%, il peggior dato segnalato da Istat dal 2001 (inizio delle serie storiche).

Continuando su questa via rischiamo, a fine anno, una contrazione complessiva della spesa in Italia di 35,5 miliardi. Con buona pace dei lavoratori autonomi, che hanno chiuso o rischiano di chiudere la propria attività nel 2012 in oltre 150.000 casi.

Al danno la beffa: le entrate derivanti dalla lotta all'evasione fiscale, nonostante i blitz spettacolari (chi si dimentica Cortina?), si è ridotta nei primi 7 mesi del 2012: 3.966 miliardi di euro recuperati, contro i 4.045 dei primi 7 mesi del 2011 (-79 miliardi).

Pertanto, lo sbandierato aumento del 4,7% delle entrate tributarie deriva solo dalle nuove tasse introdotte dal governo tecnico e dal conseguente aumento sconsiderato della pressione fiscale (la sola IMU ha sottratto alle tasche degli italiani già 4 miliardi di euro). C'è poco da esser contenti. E poco importa se lo spread, dopo Draghi, scende mentre l'economia muore.

Di questi dati il presidente Monti deve rendere conto. E deve farlo in Parlamento, unico organo legittimato dal voto popolare, in questa fase eccezionale e delicata della democrazia del nostro paese.

Deve dirci la verità su quello che è successo da un anno a questa parte, che i conti del precedente governo erano a posto, che le riforme erano state fatte e si stavano facendo, e che non eravamo affatto sull'orlo del baratro, se non per colpa dell'impotenza europea; su quello che sta succedendo e su quello che il suo governo intende fare alla luce dello straordinario cambiamento prodotto dalle misure decise il 6 settembre dal Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea.

Una volta svelato il grande imbroglio dello spread, ci sono, ora, tutte le condizioni per ripartire con una nuova politica economica; per contrastare l'effetto recessivo delle riforme che i governi si son trovati ad approvare sotto pressione, ottenendo risultati opposti rispetto a quelli sperati.

Si pensi, per esempio, all'overshooting della riforma Fornero delle pensioni, per cui la totale assenza di gradualità nel brutale innalzamento dei requisiti di accesso alle pensioni ha generato il fenomeno degli "esodati", producendo più costi che benefici.

Esattamente il contrario di quello che serviva al paese. Con la pistola puntata alla tempia abbiamo dovuto approvare anche la riforma del mercato del lavoro, che porterà, entro fine anno, la distruzione di almeno un milione di posti di lavoro, che saranno ricacciati nel sommerso.

Dopo Draghi serve un'operazione verità: non possiamo più permetterci di subire le violenze egoistiche di una Germania che evidentemente, oltre che a fare i suoi interessi, puntava a vincere la sua terza guerra mondiale, dopo averne perse due.

E in Italia nulla potrà essere più come prima nel dibattito politico e in Parlamento nei confronti dell'esecutivo Monti.

Deve tornare la normale dialettica democratica. Basta decreti. Basta governare ponendo sempre e comunque questioni di fiducia. Che il governo si occupi dell'economia reale, stremata, come abbiamo visto, dal grande imbroglio dello spread.

Questo non vuol dire non tenere i conti a posto, venire meno agli impegni presi sul pareggio di bilancio e sul Fiscal Compact: questo vuol dire, invece, ritrovare la ragione, ritrovare la nostra autorevolezza e la nostra sovranità.

Dobbiamo ricostruire il paese e dobbiamo ricostruire la coesione sociale, distrutta da troppi anni di crisi.

Una colpa, però, ce l'abbiamo: quella di essere un paese diviso, dove c'è sempre una quinta colonna che si allea con lo straniero pur di far fuori il nemico.

In altre parole, non si può più, per solo antiberlusconismo, diventare anti-italiani.

Presidente Napolitano, se il differenziale Btp-Bund a 536 punti base non è dipeso dal governo Monti il 24 luglio 2012, non dipendeva dal governo Berlusconi a 553 punti il 9 novembre 2011.

Non ci possono essere due pesi e due misure. I conti erano a posto ieri, come sono a posto oggi.

Anzi, la situazione economica era migliore 10 mesi fa.

Come abbiamo visto, sotto l'imbroglio dello spread si sono nascoste responsabilità più gravi: delle istituzioni europee che hanno abdicato ai propri compiti, dei poteri forti, delle banche, di certi predatori economici dalla tripla A che hanno pensato di comprarsi il nostro paese a saldo e, in particolare, di un José Manuel Barroso impotente, piatto, forte con i deboli e debole con i forti, che ha ceduto di fatto la sovranità della Commissione europea allo Stato tedesco, allineandosi passivamente alle ricette sangue sudore e lacrime da questo imposte a tutta l'Unione.

Portandola, questa volta sì è il caso di dirlo, sull'orlo del baratro.

La speculazione contro il nostro paese è stata usata per realizzare un vero e proprio colpo di Stato.

Colpo di Stato che, per appropriarsi dei nostri gioielli di famiglia, ha dovuto far fuori un governo legittimamente eletto, mettendo al suo posto un gruppo di tecnici. Ma hanno esagerato, perché le politiche economiche sbagliate hanno finito per produrre recessione generalizzata.

E con la recessione si blocca la trasmissione della politica monetaria. Da qui il rischio del tracollo per tutta l'Unione.

Su questi tragici errori, su questa miopia, su questo egoismo, a causa del suo banale pedagogismo calvinista, Angela Merkel perderà le elezioni.

Caro presidente Monti, forse a novembre non avevamo alternative, eravamo tutti confusi, non avevamo capito cosa ci stesse succedendo. Ma oggi finalmente la verità sta venendo a galla e Lei ha il dovere della chiarezza, per il bene di tutti.

Nessun governo può basare la sua legittimazione, la sua credibilità, interna e internazionale, su un imbroglio.

Il populismo e lo scetticismo in Europa si battono con la fatica della democrazia, non con la demonizzazione della politica, non con la scorciatoia delle soluzioni tecnocratiche.

Ne va della nostra dignità, del nostro onore, della nostra convivenza civile.

E il tempo, come noto, è galantuomo.

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