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Politica

IpR, candidato Palumbo: «Necessaria profonda correzione di rotta nella gestione del territorio»

Scritto da (redazione), lunedì 9 maggio 2011 09:33:25

Ultimo aggiornamento martedì 10 maggio 2011 17:27:24

Si pubblica intervento integrale di Pasquale Palumbo, candidato della lista numero 1 "Insieme per Ravello". Di seguito il testo.

Agli inizi dello scorso anno, nel breve periodo della mia vicepresidenza del consorzio Ravellosense, ripresi per qualche giorno i rapporti con un vecchio compagno degli anni di scuola per individuare dei percorsi di visita guidata per i turisti fra Ravello-Scala ed Amalfi.

In quelle brevi passeggiate ho compreso il punto di vista di chi aspetta ospiti e ci tiene a che tutto sia nel massimo decoro.

E' bastato adottare, per arrivare alla scelta del percorso migliore, il punto di vista di un turista che decida di gironzolare per il paese.

Da via Boccaccio andiamo verso Piazza Duomo.

Passiamo sotto quello che è a tutti gli effetti uno spezzone di metropolitana senza trovarci un treno. E' strano, eppure dovrebbe esserci: ci sono anche i manifesti belli colorati come nella Metropolitana di Roma. Questa è infatti l'impressione passando sotto la nostra vecchia galleria, ad un passo da questa piazza, vincolata affinché anche mangiarci un panino senza sedersi al bar (viene definito bivaccare) sia passibile di multa, una galleria dove la collocazione di lamiere - effettuata se non ricordo male una ventina di anni fa dalla Provincia di Salerno - ha avuto certamente l'approvazione di uffici comunali e Sovrintendenza.

Ma il grosso problema non è la assurda legittimazione dell'intervento, la cosa che deve preoccuparci è il fatto che i nostri figli con quelle lamiere ci sono nati, quello sconcio, a pochi metri da villa Rufolo è oggi purtroppo nel normale punto di vista delle nuove generazioni, che lo considerano come fatto normale.

Torniamo a quelle passeggiate. Decidiamo di arrivare a Scala. Scendendo verso il bivio ci accorgiamo, quasi che fosse la prima volta che vicino al fiume ci sono un paio di depositi di materiali edili.

Vabbé, ci diciamo, possiamo sempre giustificarci dicendo ai turisti che quella è la nostra zona a sviluppo industriale e che in un paese non può mancare.. Solo che lì dove c'è la cascata, appena un poco più avanti, troviamo un cumulo di rifiuti buttati sui pendii e nel letto al fiume e, qualche metro più in là, una montagna di bidoni sgargianti accatastata ad una parete.

No, pensiamo, non è proponibile. Cerchiamo un percorso migliore, magari arrivando a Scala da Casa Bianca scendendo a Santa Caterina o nel Senito, ma anche qui, vicino al fiume troviamo cumuli di rifiuti edili.

Proviamo scendendo da Cigliano. Da sotto l'Acquabona sino al Frantoio stessa situazione, il letto del fiume è cosparso di immondizia e di materiale di risulta scaricato giù dalla strada rotabile per Pontone.

Non è il caso di dilungarsi ma questa è stata l'esperienza mortificante di chi, per una volta, ha pensato di far da guida per un giro di casa degli ospiti, in quella grande casa che è il nostro paese, e si è accorto che erano troppe le stanze di cui doveva vergognarsi e che pertanto dovevano restare chiuse.

Come la Provinciale di Chiunzi, la strada di ingresso più ovvia per i turisti, che è una discarica di rifiuti istituzionalizzata, con lo sberleffo di trovare degli pneumatici abbandonati proprio sotto il cartello che ci dice che siamo nel parco regionale dei monti lattari e, scusatemi, ma per dirla con il buon Camilleri mi continuano a girare i cabasisi, quando vedo che il cartello di divieto di scarico - giù all'Acqua Sambucana - è stato divelto e ora troneggia sul cumulo degli stessi rifiuti che avrebbe dovuto evitare. Su quel cartello è scritto: zona monitorata.

Ho citato questi casi perché sono azioni ripetute di abbruttimento del nostro paesaggio che ho paura possano continuare ad essere considerate come normali, come da non perseguire perché entrate nell'uso comune, tollerabili perché ormai nel nostro abituale punto di vista.

Perché, in altre parole, corriamo il pericolo di assuefarci.

In un recente studio è stata stimata la superficie dei nostri terrazzamenti in circa 1650 ettari di cui almeno 300 abbandonati. Ritengo che quest'ultima cifra sia in difetto perché non tiene conto di quella terra lasciata a se stessa da così tanti anni da non dare più neppure l'idea che un tempo potesse essere sistemata a terrazzamenti, come quelli che solo ora si evidenziano nella valle del dragone in prossimità del fiume sotto Scala.

Sviluppando la superficie per la distanza media fra una piazza di terra e l'altra, si riesce avere un'idea, sia pur approssimativa dello sviluppo lineare delle nostre macere.

Sembra impossibile ma i conti tornano: se volessimo allineare tutte le macere l'una dopo l'altra arriveremmo alla lunghezza di 3500 km, cioè tre volte la lunghezza dell'Italia.

Sono 3500 km che caratterizzano un paesaggio che è elemento essenziale del nostro marchio turistico e i cui oneri di manutenzione non possono essere imputati solo ai tanti piccoli proprietari che dall'agricoltura non sono oggi in condizione di trarre reddito di impresa.

E' necessario ritrovare la convenienza nell'utilizzo delle risorse del territorio e ripristinare la conoscenza dei mezzi con cui farlo.

Per ottenere questo è indispensabile che intervengano in modo consistente gli enti pubblici ed il tessuto economico del paese.

I terrazzamenti, siano questi vigneti, orti, limoneti, devono essere considerati un monumento che testimonia come nei secoli gli abitanti hanno trasformato un territorio selvaggio in un paesaggio unico al mondo. Un territorio che oggi più di ieri deve essere tutelato. Ma tutelare non significa vincolare, non significa costringere gli agricoltori ad una gestione economicamente insostenibile della loro attività con norme che rendono difficile se non impossibile l'ottimizzazione dei fondi, il trasporto ed il deposito dei materiali.

E' necessario attivarsi per far riconoscere l'assurdità di norme che non permettono neppure quel minimo necessario a dare dignità al lavoro nei campi. Mentre in un ristorante, in un ufficio la mancata presenza di servizi, spogliatoio, armadietto viene sanzionata, si vuole pretendere per l'ottusità delle norme applicate in costiera di rendere impossibile a chi lavora nella terra di disporre, salvo poche eccezioni, di quel minimo di struttura che spetterebbe di diritto ad un lavoratore. Probabilmente perché si considera la figura del contadino che torna a casa con i panni infangati come caratteristica del territorio.

Salendo da Minori verso la Rotonda c'è un piccolo appezzamento con macere crollate, il cancello di ingresso coperto dai rovi, per terra era stato scritto, come siamo abituati a fare anche dalle nostre parti, l'anno in cui furono fatti dei lavori di sistemazione: 1978, se non ricordo male.

Non so chi fosse ma qualcuno anni fa si preoccupò di quel terreno, ne immaginava la possibilità di un uso futuro. In trenta e passa anni sono passato dal ragazzo di allora ad un momento della vita più ponderato, dopo trenta anni invece c'è qualcuno che non ha più la forza di inerpicarsi lungo quelle lunghe scale, le nuove generazioni non ne intravedono la convenienza, non ne hanno più neppure la conoscenza dei metodi di utilizzo.

Siamo abituati al concetto di temporaneità della nostra esistenza ma in un certo senso siamo confortati dal fatto che le cose che abbiamo creato, per le quali abbiamo fatto sacrifici, potranno sopravvivere a noi e magari essere utili ai nostri figli.

Ma è triste, angosciante immaginare che le cose per cui abbiamo dedicato la vita non ci sopravvivranno.

Tutte le realtà imprenditoriali ravellesi devono fare sistema fra di loro, l'amministrazione deve trovare mezzi e metodi affinché il principio di solidarietà diventi ispiratore dell'attività economica.

Per fare sistema basta poco, spesso non servono nemmeno finanziamenti.

Circa 40000 persone soggiornano negli alberghi di Ravello durante l'anno per non parlare poi delle centinaia di migliaia che la visitano senza pernottare. Turisti che vedo spesso acquistare nei nostri negozi e farsi spedire sino a casa bottiglie di vino o ceramica il più delle volte neppure locale.

Un biglietto un depliant, uno slogan: perché non portate con voi come souvenir anche un cestino di limoni, il nostro olio o lo ordinate, ora o al vostro ritorno a casa per farlo spedire come regalo a Natale, a Pasqua per il compleanno di un amico? Può funzionare se facciamo sistema, se chi trae i più grossi vantaggi dal territorio come gli operatori turistici, contribuisce anche a sostenere chi direttamente sopporta gli oneri della manutenzione del paesaggio pubblicizzando costantemente e in modo evidente l'iniziativa.

Ancora una volta convenienza e sapienza, anche qui è necessario vedere le cose da un altro punto di vista.

Per fare questo è necessaria avviare una azione di marketing. È necessario promuovere i prodotti tipici, le nostre tradizioni, con un piano di marketing a cui imprimere la stessa forza che quasi 60 anni viene dedicato purtroppo solo al festival ed alle attività culturali.

Abbiamo dichiarato Ravello "Citta della Musica", più tardi si è pensato di dichiararla anche città "Antitrasgenica" consacrandone la vocazione per la purezza genetica con un cartello all'ingresso del paese.

Probabilmente se su qual cartello avessimo scritto "Città della Grande Musica e dell'Ottimo Vino" probabilmente saremmo riusciti così a salvare una storica cantina come quella Caruso.

Immagino che ancora in molti fra noi ricordino la breve storia, che all'epoca fece tanto discutere, di Mastro Raffaele con Clementina. Non durò molto, il tempo di essere visti insieme sul belvedere di Villa Rufolo e si gridò allo scandalo.

Colpa di una diretta televisiva dove qualcuno aveva pensato bene di dare un immagine un po' bucolica del paese, facendo partecipare la mucca Clementina condotta per la cavezza da un Mastro Raffaele tanto emozionato che alla domanda su quale era il nome della mucca rispose timidamente "Raffaele".

Furono in tanti a gridare alla vergogna, al fatto che qualcuno si fosse permesso di far passare Ravello come un paese di contadini.

Più o meno consciamente, presi dall'enfasi di assecondare l'immagine di un paese meta di un turismo d'elite, si sono considerate come imbarazzanti intere zone del paese, nonostante il loro patrimonio di tradizioni centenarie.

Quasi che ci fossero due Ravello, una mondana in giacca e cravatta, l'altra in abiti da lavoro da tenere nascosta al mondo.

Oggi paghiamo lo scotto di questa scelta, oggi che il turismo punta finalmente alla conoscenza della parte più autentica del territorio siamo svantaggiati. In funzione della Ravello "in" si è arrivati a cancellare, con un ridicolo referendum, anche la tradizione della sagra dell'uva.

Troppo tardi accorgersi 25 anni dopo che auando a Scala c'è la sagra della castagna i concerti a Villa Rufolo sono quasi vuoti, perché la musica la si può ascoltare ovunque. Invece, lo spirito, le tradizioni, la cultura più intima di un paese solo in quel posto, solo fra la sua gente.

La foto del manifesto con cui abbiamo aperto la nostra campagna elettorale non vuole solo mostrare Ravello osservata da lontano, dall'alto del Cerreto. Il diverso punto di vista non consiste solo nell'invertire la prospettiva.

La diversità sta nel fatto che quel lontano tratto di montagna da cui è stata scattata la foto è nel territorio di Ravello. E' una zona coperta da alberi crollati e con una massa consistente di materiali che sta scivolando a valle, ma, sia pure lontani da questa piazza, sia pur immersi in un'altra dimensione, anche lì siamo a Ravello.

In quel posto non ci abita nessuno, nessuno che possa venire a bussare per chiedere la luce, il metano o la sistemazione di una strada, non c'è nessuno con qualche voto da far pesare.

Ma non per questo deve ricevere meno attenzione da chi ha la responsabilità di amministrare il territorio, non solo la città di Ravello.

Pochi mesi fa, vicino santa Caterina a Scala, ebbi una piacevole conversazione con una persona anziana ma di una intelligenza tanto vivace che, nello scusarsi per aver ultimato solo le scuole elementari, mi informava dello scarso interesse delle case farmaceutiche nella ricerca di farmaci per le malattie rare. Mi disse anche, cosa questa più contingente, che il problema di queste terre è che hanno la disgrazia di aver avuto sempre amministratori miopi (ho addolcito l'aggettivo).

Definite miopi perché incapaci di valorizzare turisticamente tutto il territorio preoccupandosi invece solo di quello più immediatamente raggiungibile. Gli chiesi di cosa parlasse: "Guarda noi abbiamo resti di fortificazioni, cinte murarie, che anche se in rovina potrebbero costituire un percorso storico-turistico da Scala e Ravello, dalla Torre dello ziro, ai Ruderi del Castello, a quelli di Monte Brusara...

Già il castello di Fratta a Monte Brusara. Ci sono tornato dopo tanti anni ed il cretino mi sono sentito io. Anche se quelle mura non avevano più la consistenza di quando le vidi da bambino (oramai ci crescono sopra gli alberi), trasmetteva ancora la sensazione di quella che doveva essere Ravello nel medioevo, un città fiera e potente protetta dai suoi soldati.

Come amministratore lo avrei dichiarerei un monumento. Un monumento che aveva visto gli arcieri Ravellesi sconfiggere i pisani nel 1135 e la vendetta crudele dell'esercito pisano tornato a vendicarsi due anni dopo.

Il nostro vero monumento ai caduti.

Non so chi ne sia il proprietario ma fossi in lui lo avrei trasformato in una attrazione turistica, sfruttando anche il panorama bellissimo che si gode da quel posto: un biglietto di ingresso non è prerogativa solo di Villa Rufolo, Villa Cimbrone o del museo del Duomo.

In questo modo si sarebbe valorizzata l'intera frazione, portando un flusso di turisti anche nelle zone alte di Ravello, migliorata di conseguenza anche la viabilità e la fruibilità della zona montana.

Ma è necessario farlo, subito, perché mentre continuiamo a parlarne le ultime tracce di quelle fortificazioni stanno scomparendo, definitivamente.

Questa è uno dei tanti pezzi della nostra storia, una storia mai sufficientemente conosciuta a chi vive in questo paese e a chi lo visita.

Anche in questo caso dobbiamo ripristinarne l'uso secondo conoscenza e convenienza.

Una campagna elettorale non può essere costruita su un resoconto di lavori fatti, futuri, o solo futuribili.

Non si tratta di chiarire chi abbia la primogenitura di un impianto di illuminazione o del rifacimento di una piazzetta e a nulla serve perder fiato per far capire a chi cita come proprie idee altrui che è cosa ben diversa l'infilarsi al collo una medaglia dopo 4 ore di corsa dall'andarsela a comprare al negozio.

Non serve vantarsi dell'acquisizione al patrimonio pubblico di Villa Episcopio, dove per patrimonio pubblico si intende alla proprietà della regione. Ovvero del fatto che un'altra fetta di Ravello si ritroverà ad essere gestita da un terzo a cui probabilmente nulla potremo dire, magari con il rischio di ritrovarci in un situazione di conflitto così come più volte avvenuto per Villa Rufolo.

Oggi dobbiamo invece decidere dove vogliamo andare, siamo chiamati ad indicare una nuova strategia di sviluppo per questo territorio, abbiamo l'obbligo di trasformare un economia agricola ridotta quasi alla sopravvivenza in una economia capace di sostenere le famiglie integrandone il reddito, abbiamo il dovere di favorire in tutti i modi le iniziative dei giovani che vogliono fare impresa.

Non possiamo considerare esauriti gli obblighi verso Ravello degli altri enti come provincia e regione con la sola elargizione, spesso volte fatta passare come concessione, di un contributo alla Fondazione o al Festival. Se per ogni euro speso per il turismo non ce ne saranno altrettanti per lo sviluppo del territorio, bisogna essere capaci di dire signor presidente, egregio assessore, così non si va avanti.

Negli ultimi venti anni di inaugurazioni e progetti quasi subito falliti, realizzati in nome della cultura e del turismo se ne sono visti tanti.

L'orchestra di Ravello Città della musica, gli Oscar della Musica, iniziative presentate con cerimonie inaugurali e mai portate ad effettivo compimento ma la cui sola inaugurazione ha assorbito fiumi di danaro.

Cerchiamo tutti di renderci conto della non tanto sottile differenza fra lo spendere su Ravello e lo spendere per Ravello. Cioè dall'usare Ravello come catalizzatore di finanziamenti e lo spendere effettivamente i finanziamenti per il bene di Ravello.

Il voto non è una questione di simpatia od antipatia, non può essere svilito dal pensiero carezzevole di un qualche personale soddisfazione. Noi dobbiamo decidere a chi affidare le chiavi della nostra casa per un lungo viaggio. E dobbiamo essere certi che le persone a cui intendiamo affidarle ce la faranno trovare dopo cinque lunghi anni in condizioni migliori di quella in cui l'avevamo lasciata.

E' l'applicazione del concetto del "buon padre di famiglia" che spesso troviamo nei contratti legali quando diamo ad un terzo in uso o in custodia un nostro bene. Viene richiesto di essere accorti, prudenti, ingegnosi, rispettosi, così come un padre farebbe nell'interesse della propria famiglia. Non possiamo considerare il territorio come cosa altrui ma dobbiamo sentirlo come cosa propria, avere per il nostro paese la stessa dedizione che si ha per quello che è racchiuso fra le mura della nostra casa.

Perché se non sarà così c'è il rischio forte che diventi prima o poi diventi terra di nessuno.

Dall'altra parte dell'oceano, dove sono soliti ragionare con un bicchiere di whiskey in mano, c'è chi ha portato avanti e vinto, lottando contro ogni pregiudizio, una campagna elettorale supportandola dallo slogan "yes, we can", "si, noi possiamo" realizzando dopo 45 anni le speranze dell'I have a dream di Martin Luther King.

Qui, su questa collinetta affacciata sulle acque del Mediterraneo, grazie forse ad una più saggia meditazione indotta dal sorseggiare limoncello dopo cena, abbiamo capito una cosa importante, cioè che a quel we can bisogna aggiungere un chiaro "we want": lo vogliamo.

Infatti un'amministrazione può dare un nuovo indirizzo all'assetto del territorio, può far si che la nostra economia non dipenda solo dalle oscillazioni del mercato turistico che possono mettere in difficoltà intere famiglie, ed incentivi quindi lo sviluppo di settori alternativi. Ma lo deve anche volere

Un'amministrazione può rendersi interprete delle istanze dei cittadini per chiedere che le regole di gestione urbanistica del nostro territorio siano adeguate alle esigenze del XXI secolo e dello sviluppo agricolo e battere quindi i pugni sui tavoli di discussione con gli altri enti perché certa di essere nel giusto.

Ma lo deve anche volere.

Un'amministrazione comunale ha la possibilità di non spendere 100.000 euro in manifestazioni natalizie ma di destinarli piuttosto ad arricchire un capitolo di bilancio che oggi prevede solo pochi spiccioli per interventi a favore dell'agricoltura.

Ma lo deve anche volere.

Un amministrazione può dare dignità al Consiglio Comunale riaffidandogli quel ruolo di massimo organo politico di cui è stato negli ultimi anni privato invece di mortificarlo nel disquisire su direzioni e fondazioni (quasi che l'interesse di tutto il paese si concentri solo ed esclusivamente su questo) facendo passare in secondo piano le gravi emergenze del territorio.

Ma lo deve anche volere.

Dobbiamo sforzarci di recuperare per la nostra terra i principi di convenienza, conoscenza, coscienza.

Lo possiamo, lo vogliamo, lo faremo.

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