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Politica

Il PDL sfiducia Fini.Torna AN?

Scritto da www.leggo.it (redazione), venerdì 30 luglio 2010 10:34:50

Ultimo aggiornamento venerdì 30 luglio 2010 10:34:50

Il capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, Enrico Costa, ha chiesto che il ddl sul processo breve venga messo subito nel calendario della commissione per i primi giorni di settembre. La richiesta è avvenuta durante l'ufficio di presidenza della commissione Giustizia della Camera di Montecitorio, che si è appena concluso. Costa ha chiesto che il provvedimento venga considerato una delle priorità della maggioranza. Il centrosinistra si è opposto alla richiesta di Costa. Il capogruppo del Pd in commissione, Donatella Ferranti, ha criticato la decisione di riprendere in mano un progetto di legge che era arrivato su «un binario morto».

Secondo l'opposizione, infatti, la decisione della maggioranza di ritirare fuori dal cassetto il ddl sul processo breve dipenderebbe dal fatto che la Corte costituzionale ha già deciso la calendarizzazione del legittimo impedimento. «Sicuramente - sottolineano nell'Idv - il processo breve è ora l'ennesimo paracadute che tira fuori Berlusconi sempre con lo stesso obiettivo: evitare di affrontare i suoi processi». Nel centrosinistra, infatti, si fa notare che la Consulta molto probabilmente potrebbe non pronunciarsi «a favore del legittimo impedimento».

CICCHITTO SFIDUCIA FINI La crisi del Pdl arriva in aula alla Camera, con il capogruppo Fabrizio Cicchitto che «sfiducia» il presidente Gianfranco Fini, e le opposizioni, a partire dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che ha chiesto che il premier Berlusconi venga a chiarire in Parlamento. All'inizio dei lavori dell'Assemblea di Montecitorio, i deptuati del Pd si sono presentati al completo, in un'aula vuota visto che non erano previste votazioni. Bersani ha incalzato Berlusconi: «Non si pensi che è agosto e che si vada a finire a tarallucci e vino. Il Presidente del Consiglio venga in Parlamento», visto che la crisi dentro al Pdl «è insanabile». «E per cortesia - ha aggiunto - non ci venga propinato l'antico rito che 'e successo ma non è successò, 'il motore è rotto ma la macchina và. Il Paese non ha questi tempi, ha altre esigenze». Anche l'Udc, con Angelo Compagnon, e l'Idv con Carlo Monai, hanno fatto un'analoga richiesta a Berlusconi. Immediata la controreplica di Cicchitto, spalleggiato in aula dal suo vice Osvaldo Napoli e da una manciata di altri deputati: «Certamente si è aperta una questione seria all'interno del Pdl, ma non ci sono ragioni perchè il presidente del Consiglio venga a riferire in Parlamento», perchè «la maggioranza che sostiene il governo c'è ed è salda». Il capogruppo del Pdl è quindi passato al contrattacco, mettendo sul banco degli imputati Fini: «Si è aperto tra noi un confronto politico serio e serrato in cui si mette in discussione il rapporto nel Pdl tra noi e Gianfranco Fini. È venuto meno il rapporto che si era acceso quando lo abbiamo eletto presidente della Camera e siamo davanti ad una questione politica, ad un dato su cui Fini deve riflettere». A difesa di Fini il Pd: «Il presidente della Camera è di tutti - ha detto Bersani - anche di quelli che non lo hanno votato». E Franceschini ha ricordato che «il Presidente della Camera, dal momento della sua elezione, è il presidente di tutti, anche di chi non lo ha votato, e non può essere sfiduciato in base alla Costituzione». Il braccio di ferro non si è chiuso così. Il Pd si è iscritto in massa nella discussione generali su due decreti (quello sulla Tirrena e quello sull'energia), cosa che implicherà una contromossa della maggioranza per assicurarne l'approvazione.

SECOLO: COLPA DI BERLUSCONI La colpa della rottura è di Berlusconi che «rompe il Pdl». Titola così il Secolo d'Italia, il giorno dopo la scelta del premier di 'buttare fuorì dal partito Fini e i suoi. Ma così, scrive Benedetto Della Vedova, in un editoriale intitolato 'Ma questa è paura della politicà, «non si espelle Fini dal Pdl, così si finisce per espellere dal partito la politica». «L'annuncio del licenziamento politico di Fini», «cancellato dall'enciclopedia sovietica del partito per indegnità e diserzione», scrive Della Vedova, «suggella il fallimento di un partito che, per mettere ordine nel dibattito politico interno, non trova di meglio che riesumare la disciplina del centralismo democratico» . E ora il Pdl «rischia di suicidarsi in nome dell'unità ideologica e della 'purezzà berlusconiana».

LUPI: DIMISSIONI? C'E' PRECEDENTE PERTINI «C'è un precedente di dimissioni dalla presidenza della Camera e risale al 1969 quando Sandro Pertini dopo un anno dal suo insediamento con un atto politico scrisse una lettera di dimissioni. La Camera discusse e gli venne rivotata la fiducia». Così il vice presidente della Camera Maurizio Lupi, nel corso della sua partecipazione alla trasmissione Radio Anch'io, parlando delle dimissioni dalla presidenza della Camera chieste ieri dal documento politico del Pdl a Gianfranco Fini cita l'esempio di Sandro Pertini. Oltre al caso di Pertini Maurizio Lupi porta un altro esempio e cioè le dimissioni di Saragat da presidente dell'Assemblea Costituente.

'GIORNALE': FINI FATTO FUORI La vignetta non potrebbe essere più esplicita, con Berlusconi a cavallo di una bottiglia di champagne che 'sparà in aria il tappo-Fini. Ma anche con il titolo 'Colpo di grazia. Fini fatto fuori da Berlusconì, Il giornale di Vittorio Feltri 'festeggià la rottura tra il Cavaliere e il presidente della Camera. E il direttore è sicuro: «Un pò di pace aiuterà il governo a fare meglio». «Deo gratias - scrive Feltri nel suo editoriale - salvo contrordini, sempre possibili nel Popolo delle libertà, Gianfranco Fini dovrà fare le valigie e sloggiare dal partito». Berlusconi, dopo «discussioni e liti» «numerose, stucchevoli e plateali» tanto da dare «la certezza e non solo la sensazione che il Pdl fosse una gabbia di matti», ha ora «deciso dopo aver tentennato di far fuori Fini». Un «addio, non un arrivederci». «L'incidente politico», aggiunge, è «talmente grave da scoraggiare una visione ottimistica del futuro di Fini e dei suoi più accaniti sostenitori». Sostenitori che peraltro «hanno già anticipato che se col cuore si schiereranno accanto al loro vecchio condottiero, con la testa e col voto staranno con Berlusconi. Quindi - conclude Feltri - il governo non cadrà».

FRANCESCHINI: FINI NON SFIDUCIABILE «Noi non lo abbiamo votato, ma dal momento in viene eletto il presidente della Camera è il presidente di tutti, anche di chi non lo ha votato, e non può essere sfiduciato, come dice la Costituzione». Anche Dario Franceschini è intervenuto in aula alla Camera nel breve dibattito che si è aperto dopo che Pier Luigi Bersani aveva chiesto al presidente del Consiglio di riferire in Parlamento sulla crisi del Pdl. «Dopo la riunione dei capigruppo di ieri è successo qualcosa, si è verificato qualche dettaglio -ha aggiunto il capogruppo del Pd che ha replicato a Fabrizio Cicchitto-. È accaduto che il premier Berlusconi ha detto che il presidente della Camera se ne deve andare, immaginando che tra le sue proprietà ci sia anche la Camera». Franceschini ha anche spiegato, a proposito dei lavori della Camera, che «per noi gli accordi assunti ieri nella conferenza dei capigruppo sono superati».

PIVETTI: IO RESTAI IN CARICA Il caso è «simile ma non uguale» perchè lei era espressione «di un partito alleato di Berlusconi, non del suo stesso partito». Ma nel '94, ricorda Irene Pivetti in una intervista al Corriere della Sera, quando la Lega ruppe l'intesa con il Cavaliere «io rimasi al mio posto, alla presidenza della Camera, e credo che il comportamento di Fini debba essere lo stesso che tenni io». «Al posto suo - dice - non penserei minimamente all'ipotesi di dimissioni» perchè «il presidente della Camera è espressione del Parlamento, non del governo» e dovrebbe dare «una risposta istituzionale e dire: io sono stato eletto da tutti, sono al di sopra delle parti e quindi...».

CHAMPAGNE SUL 'GIORNALE' Il più esplicito, il giorno dopo la rottura Berlusconi-Fini, è il 'Giornalè: «Colpo di grazia», è il titolo di apertura proprio sopra una vignetta di Forattini con Berlusconi che stappa una bottoglia di champagne il cui tappo è in realtà Gianfranco Fini. Vittorio Feltri è sicuro: «Un pò di pace aiuterà il governo a fare meglio». Scrive il direttore: «Deo gratias. Salvo contrordini, sempre possibili nel Popolo delle libertà, Gianfranco Fini dovrà fare le valigie e sloggiare dal partito». Feltri comunque è certo: «Il governo non cadrà». Ma proprio sul futuro del governo, 'Liberò manifesta invece qualche timore. Maurizio Belpietro, nel suo editoriale, parla di «senso di liberazione» ma prevede anche che «il presidente della Camera non risparmierà alcuna scorrettezza pur di distruggere il Cavaliere e impedirgli di concludere la legislatura». Di Berlusconi, Belpietro scrive: «Ora speriamo che abbia la forza di andare fino in fondo. E, soprattutto, che qualcuno ce la mandi buona». Anche 'il Tempò non nasconde i timori per il governo: «Maggioranza a rischio», scrive il direttore Mario Sechi nel suo pezzo in prima pagina: «Da questo momento la nave di palazzo Chigi viaggia a vista». 'Il Fogliò offre una cronaca dei fatti di ieri e, tra le righe, ragiona: «Il premier rimane con la sua più che sufficiente maggioranza», «tuttavia l'impressione è che non sia finita qui».
Vista dalla parte dei finiani, la rottura è invece tutta da intestare al presidente del Consiglio: «Berlusconi rompe il Pdl», è il titolo di apertura del 'Secolo d'Italià. È Benedetto Della Vedova, in un editoriale, a parlare di «enciclopedia sovietica del partito» e ad avvisare: «Così non si espelle Fini dal Pdl, così si finisce per espellere dal partito la politica». Tra i giornali di area di centrosinistra, invece, è il 'Riformistà ad aver fatto la scelta più audace. L'apertura è affidata ad un manifesto funere: «Dopo una lunga agonia si è prematuramente spento il Pdl, di anni due -si legge-. Ne danno il triste annuncio il papà Silvio, il patrigno Gianfranco, i triumviri Ignazio, Denis e Sandro, i famigliari, gli iscritti e i militanti tutti. Il presente vale anche come ringraziamento». 'l'Unita« è netta: »Si sbaracca«, e 'Europà sentenzia: »Il berlusconismo è finito«.

FERRARA: BERLUSCONI SBAGLIA La decisione di Silvio Berlusconi «è un errore» e «ne pagherà un prezzo notevole, perchè è brutta l'immagine di un leader politico che caccia una persona che dice di pensarla in modo diverso da lui e di voler continuare a collaborare lealmente dentro lo stesso partito». È il commento alla rottura del presidente del Consiglio con Gianfranco Fini di Giuliano Ferrara, secondo il quale quella del Cavaliere «è una scelta che lo condanna a un'immagine di faziosità e populismo spinto». Il suo consiglio al premier, dice in una intervista al Corriere della Sera, era stato «di non rompere» anche perchè ora «sarà sempre più difficile porsi come lo stabilizzatore e il riformatore politico di questo Paese e come il 'rassembleur»'. Certo Fini ha «contestato l'essenza di Berlusconi» mettendo in piazza «Briguglio, Bocchino, Granata e teorizzando la necessità di una corrente organizzata fino alla sfida aperta». La partita di Berlusconi, per Ferrara «è una triangolazione, io, il popolo italiano, e un sistema istituzionale da cambiare» ma Fini «gli ha prospettato una cosa che lui vede come il diavolo: un partito politico tradizionale secondo un modello che spegne quel fuoco nella pancia che in Berlusconi deriva dall'idolatria di se stesso». Ferrara comunque è convinto che «ora si dividono ma poi dovranno rimettersi insieme o si suicidano entrambi. Ci voleva invece un divorzio razionale». Quanto alla presidenza della Camera, sulla questione «si produrrà un altro conflitto tra la visione sbrigativa di Berlusconi e quella un pò parruccona di Fini». Peraltro, per Ferrara «la domanda delle domande» ora è se «l'anomalia di Berlusconi, che ha prodotto delle cose importanti» abbia «ancora delle cose da dire al Paese». Non si può «fare una crisi dietro l'altra». Il Cavaliere dovrebbe invece «riuscire in questa legislatura a portare a compimento un processo di maturazione del suo rapporto con le istituzioni» e a fare «un pò pace anche con i vecchi meccanismi pure impolverati...». Perchè «oggi l'anomalia berlusconiana produce più che altro instabilità».

CAMPI: RADIAZIONE DEGNA DEL VECCHIO PCI «Essere allontanati se non si è coerenti con la linea del partito è un linguaggio antico» che rimanda «parodosso nel paradosso, proprio al Pci». Lo afferma in una intervista alla Stampa il direttore di Farefuturo, Alessandro Campi, secondo il quale «la nascita di un nuovo partito metterà alla prova Fini» che potrà avere «l'occasione di dimostrare il suo peso elettorale». Resta «il rammarico» perchè il Pdl, «anche per effetto di una opposizione evanescente» poteva essere «il partito perfetto», capace «di rappresentare molte istanze» con «il coagulo forte nella personalità di Berlusconi». Invece, aggiunge Campi «ora l'unica cosa che chiederei al partito è di non presentarsi più come liberale». Se a Fini, dopo che «era stato detto che le sue posizioni erano strumentali», la situazione ora «potrebbe consentire di muoversi senza più alibi mettendo alla prova il suo nuovo corso e inserendo un elemento di dinamicità in un panorama stagnante», il Pdl rischia invece «di somigliare a una caserma». Eliminata una corrente, è il ragionamento di Campi, «potenzialmente si elimineranno le altre che timidamente si erano formate» perchè «l'allontanamento di Fini potrebbe avere un effetto inibente».

QUAGLIARIELLO: NOI LIBERALI, LORO GIUSTIZIALISTI Gianfranco Fini vuole una destra che segue «pulsioni giacobine e giustizialiste», «vecchia e dalla vocazione minoritaria». Dal '94 invece «la destra italiana ha scelto la via liberale di coniugare garantismo e legalità». È questa per Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato, la «visione diversa» che divide il partito dal presidente della Camera e i suoi. Le «pulsioni giacobine», con cui «la destra liberale cresciuta in questi anni in Italia aveva chiuso i conti», già ci sono state, ricorda il senatore in una intervista alla Stampa, «nella storia europea» e «hanno avvicinato gli estremi, i neri e i rossi». Ma nelle «sfide più importanti del nuovo secolo», dai temi etici a quelli dell'immigrazione e della cittadinanza, «sono possibili due approcci: quello di chi ritiene, come Fini, che una destra moderna debba accogliere la 'vulgatà politicamente corretta, e differenziarsi su altri temi. E chi ritiene che, nel solco del popolarismo europeo, occorra essere antagonisti rispetto all'egemonia culturale della sinistra». L'errore di Fini, per Quagliariello «è che avrebbe dovuto porsi come Pompidou» con De Gaulle per dare «continuità alla stagione del fondatore, della 'rotturà berlusconiana» e invece «ha voluto la rottura».

ROTTURA INSANABILE Alla fine la rottura, quella definitiva, insanabile, è arrivata. E le parole - scritte nell'ufficialità di un documento votato da 33 membri dell'ufficio politico su 36 - aggettivano pesantemente il solco della crisi. Berlusconi, addirittura, parla di Fini al passato («i litigi erano un prezzo troppo alto») e quasi lo deride quando, denunciando il suo venir meno dal ruolo istituzionale, nel documento ricorda con una punta di sarcasmo come il presidente della Camera avesse «rivendicato il suo ruolo superpartes» solo durante la campagna elettorale delle regionali. Per «non dare il suo sostegno» al bene comune del partito, rincara. Una terzietà a senso unico, insomma, e di comodo, è l'accusa di Berlusconi che fa ripercorrere quasi minuto per minuto dettagliatamente tutto il travagliato rapporto con Fini nel documento. Un Fini il cui «atteggiamento distruttivo non era prevedibile» ma che tuttavia ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio«. Accuse pesanti che quasi fanno passare in secondo piano il deferimento ai probiviri di Granata, Briguglio e Bocchino, annunciato nelle prime righe del documento che poi dedica le sei cartelle solo ad attaccare (con motivazioni) Fini. L'ex leader di An, dunque, è fuori dal partito, dunque. Ma fuori anche dalla presidenza della Camera. Un desiderata, questo. Forse solo una richiesta politica ad effetto alla quale, pur indirettamente, Fini risponde seccamente scandendo che la terza carica dello Stato non è »nelle sue disponibilità«. Una situazione che il Capo dello Stato, si sottolinea in ambienti parlamentari, sta seguendo con attenzione non senza preoccupazione. Intanto la risposta politica dei finiani - costruita pezzo per pezzo durante tutta la giornata - arriva in contemporanea alla conferenza stampa del premier a Palazzo Grazioli e ai primi lanci d'agenzia: dimissioni dal gruppo e formazione di gruppi autonomi. I numeri, almeno quelli fatti circolare alla Camera e al Senato fanno esultare gli uomini vicini a Fini, che ha però deciso di rinviare ad una conferenza stampa da tenere domani la controreplica al Cavaliere. E di argomenti cui ribattere ce ne sono molti: »dall'assoluta incompatibilità delle posizioni dell'On. Fini con i principi ispiratori del Popolo della Libert…, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attivit… politica del Popolo della Libert…«, alla denuncia del venire meno della fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera» fino all'aver volutamente profittato della libertà di dissenso nel partito per trasformarla da «legittima a uno stillicidio di distinguo» finalizzati ad una «critica demolitoria». E ci vuole tutta la storia politica e lo sforzo diplomatico di Ignazio La Russa per leggere in quel 'viene meno allo stato la fiducià nei confronti di Fini (unica aggiunta al documento entrato a Palazzo Grazioli) un modo per «non chiudere la porta a chiave» in faccia all'ex leader di An.

FINI: "NON MI DIMETTO" Le dimissioni di 34 deputati finiani dal gruppo del Pdl sono già in mano al capogruppo Fabrizio Cicchitto, domani dovrebbero arrivare a Maurizio Gasparri, ex compagno di strada, quelle di 14 senatori. E in tarda mattinata i gruppi autonomi dei fedelissimi del Presidente della Camera dovrebbero già essere costituiti, con correlata conferenza stampa di Gianfranco Fini, politicamente 'espulsò dall'ufficio di presidenza del Pdl (che ha anche deferito ai probiviri Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata). Berlusconi aveva appena terminato di dare lettura del duro documento politico che sancisce il definitivo divorzio dei due co-fondatori del Pdl. E Fini, riunito con i suoi a Montecitorio, dava la linea: fedeltà al governo e ad ogni impegno preso con gli elettori del Pdl mai in discussione, gruppi autonomi, stop alle esternazioni incontrollate dei singoli. Quanto alla Presidenza della Camera, una secca replica al premier che parla di un «venir meno» della fiducia del Pdl rispetto al ruolo di garanzia del Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni: «La presidenza della Camera non è nella disponibilità del presidente del Consiglio. Io non mi dimetto». Fini ha adesso gioco facile nel portare dalla sua parte quei parlamentari a lui fedeli che ancora oggi aspettavano di vedere quanto duro fosse il documento di censura politica verso il Presidente della Camera prima di dare la loro disponibilità all'ingresso in un gruppo autonomo. Berlusconi ha parlato di una insopportabile «forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al Popolo della liberta». E più in generale il documento, commentano i finiani «ha superato anche le più pessimistiche previsioni».

IL DOCUMENTO L'Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. Così esordisce il documento finale votato questa sera dall'ufficio di presidenza del Pdl. L'azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano - è scritto nel documento- ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl. Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l'uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito riformista. Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l'On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è svolta all'interno degli organismi democraticamente eletti. Le posizioni dell'On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori.e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio. In particolare, l'On. Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori. Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del Governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche.
Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d'altronde - prosegue il documento - meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle dell'0n. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall'On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha «rivendicato»nei fatti un ruolo super partes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL. I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia un atteggiamento di opposizione permanente , spesso oggettivamente in sintonia con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia. Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al PDL. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull'indicazione di un Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi. Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra. La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà. Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un «patto criminale» con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità. Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà. Di conseguenza - conclude il documento - viene meno, allo stato, anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni.

33 DEPUTATI E 8 SENATORI Almeno trentatre deputati, per ora 8 senatori: le truppe finiane si contano in vista della battaglia finale. A poche ore dall'ufficio di presidenza che, a Palazzo Grazioli, taglierà il nodo gordiano del tormentato rapporto tra i due co-fondatori del Pdl Berlusconi e Fini, diventa più concreta la possibilità che i fedelissimi del presidente della Camera costituiscano - sempre nel perimetro della maggioranza - gruppi autonomi a Montecitorio e a Palazzo Madama (dove domani potrebbero aggiungersi al pacchetto di 8 i 5 senatori che stanno con il sottosegretario Andrea Augello). Nello studio di Fini, che oggi ha avuto riunioni non-stop con deputati e senatori, non sono mancate le divergenze di opinione. Ci sono gli Augello, i Moffa, i Menia, che vogliono aspettare di vedere nero su bianco il documento di censura politica a Fini («durissimo», fanno sapere i berlusconiani) per capire se ci sono ancora spazi per evitare la rottura traumatica. Ma i Bocchino, i Granata, i Briguglio spingono invece per il divorzio tout court. E danno per imminente (addirittura già domattina in Aula) l'annuncio della costituzione dei nuovi gruppi. La parola finale spetterà, ovviamente, a Fini. Ma intanto tutti - barricaderi e non - hanno messo alla fine la loro firma sul foglio che fin dal mattino Bocchino ha fatto girare per contare i fedelissimi del presidente della Camera. Anche quasi tutti i membri del governo: il ministro Andrea Ronchi, il viceministro Adolfo Urso, i sottosegretari Menia e Bonfiglio (Augello e Viespoli decideranno domani). Nei quartieri generali del premier, tra Palazzo Grazioli e via dell'Umiltà, per tutto il giorno si è lavorato intanto al documento che politicamente metterà in ogni caso fuori dal partito Fini ed i suoi fedelissimi, sottolineando la incompatibilità politica tra le loro posizioni e quelle del Pdl. Ma c'è chi vede uno spiraglio nella decisione del premier di procedere in due tappe: stasera si discuterà solo la dura censura politica a Fini. Poi c'è un secondo documento allegato nel quale si deferiscono ai probiviri Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata. I saggi istruiranno il processo, che ha tempi lunghi, decidendo sui procedimenti disciplinari di espulsione (ex art.45 e 46 dello Statuto) o più probabilmente sospensione (ex art 48). Una parte dei finiani giudica ormai obbligata la via della costituzione dei gruppi autonomi e sottolinea il dato politico: Berlusconi vuole a tutti i costi rompere con Fini e con i suoi. Il premier è irremovibile su questo punto: lo ha ribadito anche ieri sera, dopo aver respinto al mittente l'offerta di tregua da parte di Fini attraverso la conversazione-intervista con Giuliano Amato sul 'Fogliò. Ma lo hanno convinto che espellere il co-fondatore non si può, perchè Fini non ha mai avuto una tessera di iscrizione e non ha mai pagato le quote. Non si è mai iscritto e non potrà neanche più farlo - avrebbe commentato Berlusconi con i suoi -, ma anche se non si può espellerlo, si può denunciare dal punto di vista politico che è fuori dal Pdl e non lo rappresenta.

TUTTI I FINIANI Un giornale, una fondazione, un laboratorio politico; e un manipolo di deputati e senatori fedeli alla linea del capo. Sono queste le «truppe» di Gianfranco Fini, schierate a sostegno della linea politica che il presidente della Camera ha via via elaborato, distinguendosi e allontanandosi sempre più da Silvio Berlusconi. La galassia dei finiani comprende in primo luogo i parlamentari più vicini al numero uno di Montecitorio. Sulla carta dovrebbero essere 33 alla Camera e 14 al Senato, ma la reale consistenza del gruppo si conoscerà solo al momento del distacco. Italo Bocchino, attuale vice capogruppo del Pdl alla Camera (prima era anche il vicario di Fabrizio Cicchitto), è il braccio destro di Fini alla Camera. Insieme al vicepresidente dell'Antimafia Fabio Granata, al sottosegretario Andrea Augello e al deputato Carmelo Briguglio, Bocchino ha spinto la polemica contro Berlusconi fino alle estreme conseguenze. Una posizione cruciale è quella di Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia, che ha il compito di frenare gli impeti di Niccolò Ghedini e degli altri parlamentari-avvocati del premier. Al Senato, la pattuglia finiana è guidata da Pasquale Viespoli. Altri finiani doc sono il ministro per le politiche comunitarie Andrea Ronchi, unico fedelissimo del presidente della Camera nel consiglio dei ministri, il vice ministro Adolfo Urso, il presidente della commissione Lavoro di Montecitorio Silvano Moffa, già presidente della provincia di Roma e Domenico Menia, gli ultimi due su posizioni più moderate rispetto a Bocchino e Granata. Ci sono poi i teorici del Fini-pensiero, raccolti intorno al think tank «Farefuturo». Alessandro Campi è l'intellettuale che ha disegnato su Fini l'abito della nuova destra italiana alternativa al berlusconismo. Il direttore del webmagazine della fondazione, Filippo Rossi, ha il compio di lanciare online le sfide a tutto campo dei finiani: dal doppio turno ai cantautori, senza dimenticare l'affondo contro le veline compiuto dalla giovane ricercatrice Sofia Ventura. Se «Farefuturò alimenta il dibattito sulla rete, il »Secolo d'Italia« porta ogni giorno in edicola le posizioni di Fini. Lo dirige Flavia Perina, deputata del Pdl con una lunga militanza alle spalle nella destra post-missina . Ultimo nato nella galassia »F«, il laboratorio politico di Generazione Italia, associazione lanciata da Fini in alternativa ai Promotori della Libertà voluti da Berlusconi. Vicina a Fini anche la »Fondazione Alleanza nazionale«, presieduta da Donato La Morte: la fondazione, oltre a conservare l'archivio di An, ha anche la gestione del patrimonio immobiliare del vecchio partito.

I 37 DELL'UFFICIO DI PRESIDENZA Sono 37 i componenti dell'ufficio di presidenza del pdl, che si riunirà questa sera per decidere la sorte dei finiani. Ne fanno parte, oltre al leader Berlusconi, i tre coordinatori, i ministri, i governatori del pdl, i capigruppo e altri esponenti del partito. Questi i nomi: Silvio Berlusconi Sandro Bondi (coordinatore) Ignazio La Russa (coordinatore) Denis Verdini (coordinatore) Gianni Alemanno (sindaco di Roma) Angelino Alfano (ministro della Giustizia) Italo Bocchino (vicecapogruppo Camera, finiano) Michela Vittoria Brambilla (sottosegretario al Turismo) Renato Brunetta (ministro della Pubblica Amministrazione) Ugo Cappellacci (governatore della Sardegna) Mara Carfagna (ministro delle Pari Opportunità) Gianni Chiodi (governatore dell'Abruzzo) Fabrizio Cicchitto (capogruppo Camera) Raffaele Fitto (ministro degli Affari Regionali) Roberto Formigoni (governatore della Lombardia) Franco Frattini (ministro degli Esteri) Giancarlo Galan (ministro dell'Agricoltura) Maurizio Gasparri (capogruppo Senato) Mariastella Gelmini (ministro dell'Istruzione) Carlo Giovanardi (sottosegretario alla presidenza) Michele Iorio (governatore del Molise) Alfredo Mantovano (sottosegretario all'Interno) Marco Martinelli (vice responsabile organizzativo) Altero Matteoli (ministro delle Infrastrutture) Giorgia Meloni (ministro della Gioventù) Stefania Prestigiacomo (ministro dell'Ambiente) Gaetano Quagliariello (vice capogruppo Senato) Andrea Ronchi (ministro degli Affari Comunitari, finiano) Gianfranco Rotondi (ministro per il Programma) Maurizio Sacconi (ministro del Lavoro) Caludio Scajola (ex ministro dello Sviluppo Economico) Antonio Tajani (vice presidente commissione europea) Renzo Tondo (governatore Friuli-Venezia Giulia) Giulio Tremonti (ministro dell'Economia) Adolfo Urso (viceministro dello Sviluppo Economico, finiano) Pasquale Viespoli (senatore finiano) Elio Vito (ministro per i rapporti con il Parlamento).

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