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Ravello piange la Signora Rosa Pagano, memoria storica della Città

Scritto da (Redazione), domenica 12 dicembre 2010 12:25:51

Ultimo aggiornamento martedì 14 dicembre 2010 19:48:27

Ci ha lasciati anche la Signora Rosa Pagano, vedova Schiavo, spirata questa mattina, all'età di 90 anni, presso l'Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona di Salerno dove era ricoverata da alcuni giorni a causa delle sue precarie condizioni di salute.

Figlia dell'indimenticato Giuseppe (Peppin' 'a posta) e storica impiegata dell'ufficio postale di piazza Vescovado, ricordiamo la signora Rosa degli ultimi anni per la sua affabilità, quando d'estate la si incontrava volentieri ai tavoli del Caffè Calce, davanti l'ex edicola.

In una intervista rilasciata nel 2007 per il progetto europeo "Criar", che mira a valorizzare le ricchezze del patrimonio tangibile e intangibile delle comunità e dei territori, disse:

«Mi chiamo Rosa Pagano e sono nata nel 1920. A Ravello tutti mi conoscono come Rosa 'a posta perché ho trascorso gran parte della mia vita lavorando presso l'ufficio postale del paese. In famiglia eravamo in sette e vivevamo nel cortile in Via Trinità a Ravello, into 'o curtiglio. Nel cortile s'affacciavano e s'intrecciavano le vite di ben tredici famiglie: eravamo in tanti, tutti uniti, ci volevamo davvero bene.

Capitava spesso che tra di noi scambiassimo un piatto di pasta e fagioli con uno di pasta e patate, che recitassimo il Santo Rosario insieme, che un adulto badasse non solo ai suoi bambini, ma anche a quelli degli altri.

Condividevamo tutto, anche la nostra miseria. Mio padre era il portalettere di Ravello e per questo, già a sette anni, iniziai ad andare con lui nell'ufficio postale. Intanto continuavo ad andare a scuola.

Noi bambini avevamo molto rispetto delle maestre, loro c'insegnavano non solo a leggere e a scrivere, ma anche la buona educazione. La maestra Adele a volte ci puniva e a volte ci premiava leggendo due o tre pagine dal Libro Cuore.

Frequentando l'ufficio postale imparai pian piano ad utilizzare il telegrafo. A dieci anni conoscevo già l'alfabeto Morse, telegrafavo e consegnavo i telegrammi in giro per il paese; potevo fare solo quello visto che non ero ammessa come impiegata. A volte portavo i telegrammi anche giù a Torre di Civita dove viveva il Principe Marsico Novo.

Era una sfacchinata arrivare fin lì, scendevo per S. Cosma, per le scale del Petrito e d'estate avevo paura di incontrare i serpenti, lungo quel sentiero se ne vedevano spesso. Poi da Civita risalivo a Ravello e consegnavo a papà quei pochi centesimi di mancia ricevuti dal Principe. Papà vendeva anche i giornali, ma non aveva un locale dove esporli, un'edicola, quindi dava i giornali a me ed io facevo lo strillone andando per tutta la piazza e li vendevo.

Si può dire che io sia cresciuta nell'ufficio postale di Ravello, vi ho sempre lavorato, fin da bambina. Compiuti diciotto anni fui finalmente assunta regolarmente e ricordo ancora quando la titolare dell'ufficio mi diede il primo stipendio: 30 lire. Nei primi anni '30, l'ufficio postale era in Piazza Duomo dove oggi c'è il tabaccaio: in un unico locale, molto piccolo, c'erano Posta, Telegrafo e Telefono. Io cercavo di imparare un po' di tutto, facevo anche la telefonista. Il telefono dell'epoca era enorme se paragonato a quelli attuali, era come un grande cassettone con i numeri, con dei buchi e delle spine che si inserivano nelle presequando si volevano chiamare i numeri dei vari abbonati.

Ricordo ancora i primi abbonati di Ravello, erano pochissimi: numero 1 Hotel Caruso, numero 2 Hotel Palumbo, numero 3 Barone Compagna, numero 4 Pantaleone Fraulo, numero 5 Municipio, numero 6 Duca di Sangro, numero 7 Amalfi. Per l'ufficio postale di Ravello era fondamentale comunicare con quello di Amalfi, per chiamare un numero di Salerno, lo comunicavamo ad Amalfi che poi ci dava la linea con Salerno.

Il telefono dell'ufficio postale oltre ad essere così grande, era posto in alto ed io, essendo piccola, salivo su una sedia per poter rispondere. In quegli anni Ravello non era ancora amministrata dai sindaci, ma dai commissari prefettizi e ancora ricordo che il commissario prefettizio del tempo, vedendomi in piedi sulla sedia vicino al telefono, mi diceva: "Rosina, mi sembri il topo che sta appeso al pezzo di lardo!". A Ravello tutti mi chiamavano Rosina.

Dal mio ufficio in Piazza Duomo, sono stata spettatrice, e un poco anche attrice, di tanti avvenimenti storici e mondani. Nel 1938 a Ravello arrivò Greta Garbo, fu un evento memorabile. Lavorando alla postazione telefonica, conobbi tutti i giornalisti e le persone che erano sulle tracce della Divina. In quel periodo mio padre consegnava sacchi pieni di lettere a Villa Cimbrone dove la Garbo alloggiava nella riservatezza più totale, cercando di non farsi vedere in giro per il paese.

Per qualche mese, nel 1940, andai a lavorare nell'ufficio postale di Amalfi per fare carriera, avrei potuto diventare titolare di un ufficio postale. Ero ad Amalfi il 10 giugno del 1940, quando Mussolini dichiarò la guerra. Ad Amalfi conobbi tante persone, ebbi tanti ammiratori, Gaetano Afeltra mi fece la corte. Dopo qualche mese fui richiamata all'ufficio postale di Ravello dove poi rimasi fino alla pensione.

Nel 1944, l'anno in cui a Ravello soggiornò il Re Vittorio Emanuele III con la Regina Elena, l'ufficio postale fu chiuso per un breve periodo, non ricordo bene il perché. In quell'anno andai a lavorare nel bar di mio cognato, e così feci anche la barista. Nel bar venivano i soldati americani, gli ufficiali del Re e anche diverse autorità tra le quali l'Ambasciatore del Re. Nel '44 a Ravello c'erano molti soldati americani, tutte le camere degli alberghi erano requisite per loro, avevano affittato anche delle case private.

C'erano anche molti ufficiali del Re, si vedevano piantoni in ogni strada, per avvicinarsi al Palazzo Episcopio dove il Re era ospite del Duca di Sangro c'era bisogno di un permesso. Un'ordinanza cittadina obbligava i due bar allora esistenti a Ravello a chiudere alle 19:00 per evitare che i soldati americani si ubriacassero bevendo fino a tardi. Eppure era proprio di sera che nei bar avremmo potuto lavorare di più. Un giorno feci presente questo problema all'Ambasciatore del Re che veniva spesso al bar a prendere un caffè o un tè ed il mattino seguente una nuova ordinanza cittadina prolungò l'orario di apertura dei bar fino alle 21:00.

Dopo l'esperienza come barista ritornai a lavorare alle Poste: vi ho prestato servizio per 40 anni, ma in realtà sono molti di più se si considera che ho iniziato a frequentare l'ufficio postale fin da bambina. A Ravello conosco madri, padri, nonni e quando andai in pensione dispiacque a tutti, perché, soprattutto nei primi anni della mia assunzione, quasi nessuno sapeva compilare un vaglia o scrivere su un pacco, ed io lo facevo per tutti».

La signora Rosa è stata donna di fede - ha aderito al Terz'Ordine Francescano e in ultimo alla Confratenita del SS. Nome di Gesù e della Beata Vergine del Monte Carmelo - e sposa devota di Mario Schiavo, musicologo ravellese, nonchè cultore della storia, delle tradizioni della "sua" Ravello, scomparso nel 1998, e che la stessa Signora Rosa descrisse così in una intervista al periodico Eco magazine (anno I n. 6):

«Ovviamente, io lo ricordo come affettuoso marito e padre, visto che ho vissuto con lui per sessantaquattro anni, 52 di matrimonio e 12 di fidanzamento, tra vicissitudini tristi e gioie, ci siamo sempre rassegnati alla volontà di Dio, perché la sua fede era veramente incrollabile».

E per circa tredici anni la Signora Rosa è stata gelosa custode dell'archivio documentale del Maestro Schiavo, costituito in gran parte da migliaia di articoli di giornale riguardanti Ravello, la musica in tutti i suoi generi, nonché di composizioni e appunti vari. Un vero e proprio patrimonio culturale di Ravello.

Domani, lunedì 13 dicembre, alle 11, in Duomo, l'ultimo saluto alla Signora Rosa Pagano, altra grande memoria storica della nostra Città.

La redazione de "Il Vescovado" rivolge all'intera famiglia Pagano - Schiavo, ai figli Antonio e Giampaolo, agli adorati nipoti Mario, Alessia, Matteo e Rosangela, le espressioni del più sincero ed accorato cordoglio.

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