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Lettere al Vescovado

Né vincitori, né vinti

Scritto da (Redazione), mercoledì 11 febbraio 2015 18:58:22

Ultimo aggiornamento mercoledì 11 febbraio 2015 18:58:22

di Nicola Amato*

Siamo assistendo in questi giorni ad una delle dispute più appassionanti della Ravello moderna: una battaglia che, purtroppo, sta lasciando sul campo diversi feriti, prima fra tutti la nostra Città per il clamore negativo suscitato attraverso i media locali e nazionali.

In questo agone qualcuno ha deciso di usare il macete per tagliare qualche testa, e una volta tranciata di netto, riporla in un cestino.

Altri si sono affidati al vezzo epistolare di scrivere ad ogni costo qualcosa, utilizzando ogni forma comunicativa a disposizione, per dire la propria, per offendere a volte nell'uso mai limitato della parola, per dimostrare soprattutto di esserci. A tal proposito, quell'anch'io c'era, di manzoniana memoria, torna quanto mai attuale.

In questo mio intervento esprimo solo delle considerazioni personali senza, arrogarmi il diritto di essere più dotto o di dare lezioni a chicchessia, ritenendo che ognuno di noi ha una propria storia personale ed è giudice all'occorrenza, anche rigoroso, ma sempre e solo di se stesso.

A ben vedere ci accorgiamo che le teste in questione riguardano, semplici ravellesi, ravellesi d.o.c., ravellesi onorari, ma pur sempre ravellesi, cui abbiamo disteso tappeti rossi, fermamente convinti che queste persone potessero spendersi concretamente per il bene di questa nostra comunità.

Il primo interrogativo che bisognerebbe porsi a questo punto è: «Ma la fiducia riposta in queste persone ha prodotto i risultati sperati?» Personalmente sostengo di sì, anche se con qualche distinguo. Ritengo che l'impegno profuso dalla Fondazione e in Fondazione in questi ultimi anni ha premiato tutte le aspettative, dimostrando in maniera tangibile il valore, in relazione al compito svolto, dei vari soggetti coinvolti (politici e non), che con competenza e professionalità hanno agito, animati in primis dal grande amore per Ravello.

Ma nella nostra realtà, come ovunque, alla base del rapporto fra le persone vi è innanzitutto l'amicizia, il condividere idee comuni, poi si diventa fratelli, poi, purtroppo, ci si affilia ad un credo politico ed è a questo punto che l'amicizia, la fratellanza, sono destinate a soccombere per mano della politica, ad essere sopraffatte dal colore della casacca.

A differenza di coloro che ogni domenica animano gli stadi e se va male, ripongono le speranze di riscatto nella partita di ritorno, alla rivincita del turno successivo, tutto ciò non è previsto per questo campionato ravellese la cui partita si è conclusa (si chiuderà?) dopo più tempi supplementari (mentre scrivo pare si vada ai rigori!!!)

Qualcuno, per certi versi, ha definitivamente perso e la sconfitta si fa tanto più amara quanto più si è operato per il bene.

L'augurio è che il colore della casacca dei vincitori sia verde (speranza) e non rossa rubino (presagio di una guerra continua).

Lo strappo oramai c'è stato. Lo schiaffo è stato violento, la rabbia veemente, ma, oggi più che mai, è necessario che non si ergano barricate insormontabili che non si rimanga ostaggi di un orgoglio ferito, che ci si spenda perchè tutto ciò che di buono è stato fatto in questi anni non venga distrutto, perchè questa non sarebbe più una sconfitta personale, sarebbe la sconfitta di tutti noi ravellesi, nessuno escluso, ed allora tutto il popolo di Ravello sarebbe l'unico legittimato a chiedere giustamente le teste dei colpevoli.

Certo qualche correzione bisognava farla, ma era tanto necessario accendere tutti questi fuochi, mettere l'uno contro l'altro, coinvolgere i giovani in querelle dalle quali spesso, anche sbagliando, cerchiamo di tenerli fuori. Fuori perché la politica in questo paese è sempre e solo cosa nostra di pochi, e quel che è più avvilente, sempre degli stessi!

Abbiamo dato spettacolo, gli applausi, seppur scroscianti per qualcuno, sono finiti, ora è il momento di curare le ferite e ricominciare a ragionare e rivalutare la ravellesità che ha solcato i mari della storia, evitando sponde falsamente amiche e il rischio di far ritornare colonia la nostra amata Ravello.

Ora è il momento del lavoro, vi è una nuova governance da costituire, ma soprattutto ricostruire rapporti di corretta convivenza e collaborazione amministrativa per portare avanti i progetti e le idee e dare fiducia a chi già sta lavorando per raggiungere questi ambiti traguardi.

Il ravellese chiede regole nuove, ma vuole che la gestione della cosa pubblica, anche in Fondazione, oltre che trasparente, venga fatta dai ravellesi. Non è il Ravello ai ravellesi di qualche lustro passato, o dei Ravellesi protagonisti, ma la valorizzazione delle nostre eccellenze a cui affiancare nuove leve per un ricambio generazionale necessario per evitare soliti e continui dualismi in questa città.

Qualcuno ha ipotizzato il silenzio di molti per l'assalto alla diligenza dei vincitori.

Per quanto mi riguarda non è mia abitudine salire sul carro dei vincitori.

Mi piace però salire sul carro dei vinti, non per solidarietà, ma per l'onore delle armi, perché ritengo che i meriti vadano riconosciuti e ringraziare per quanto di buono fatto per Ravello.

Qualcuno ha vinto, qualcuno ha perso.

Oggi il compito di tutti noi è fare in modo che non ci siano né vincitori nè vinti, ma una strada comune da percorrere insieme, per far sì che la Fondazione Ravello, con gli uomini migliori di questa città (giovani e non), possa raggiungere e tagliare nuovi traguardi.

Sennò, chi perderà sarà solo Ravello e di questo dovremmo dare conto soprattutto alle giovani generazioni.

*dirigente del Comune di Ravello

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