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Lettere al Vescovado

A Cesare quel ch’è di Cesare

Scritto da (Redazione), martedì 25 settembre 2018 13:00:39

Ultimo aggiornamento martedì 25 settembre 2018 13:21:46

di Salvatore Sorrentino*

Mi piace sempre dare a Cesare quel ch'è di Cesare.

I "Giardini di Monsignore", per primo, li ha voluti Di Martino.

Credo che corresse l'anno 2007, per caso ci trovavamo assieme, al Tennis, e ragionavamo sull'opportunità o meno di continuare a utilizzare il campo e le ormai storiche "mattonelle", come luogo dove tenere spettacoli per il pubblico.

Oggi, abbandonando, giorno dopo giorno, la nostra dolce lingua del sì, diciamo location, parola inglese che, detto fra noi, indica una posizione, non un luogo o un posto. Scusate la divagazione.

Ci si chiedeva se fosse più utile tenere il pubblico sulle "mattonelle" e gli attori nel campo, ma ne godevano solo gli spettatori della prima fila, oppure il pubblico nel campo e gli attori sullo spiazzo, ma quelli di dietro non erano visibili.

Di Martino si girò verso il campanile, mi condusse sulla Via Wagner e, spalle al tennis, mi disse: "Io ho un sogno: vedo, su quella piazzola, laggiù, un piccolo anfiteatro, sulla falsariga di quelli che Greci e Romani hanno realizzato un po' dappertutto, a cominciare dalla nostra regione".

E io pensavo ai tanti, a noi vicini: Santa Maria Capua Vetere, Pozzuoli, Benevento, Pompei, Paestum, Velia, Ercolano.

In vero, rimasi alquanto perplesso, al momento. Poi, ogni qualvolta sono salito dalla Piazza Vescovado (io la chiamo sempre così) per andare a casa, mi sono sempre soffermato di fronte all'ingresso del tennis, mettendomi anch'io spalle ad esso. E ho immaginato, ho progettato, nella mia mente, il "piccolo anfiteatro".

Col tempo, mi sono accorto che veramente l'idea di Di Martino si concretizzava: cominciano i lavori, con le proverbiali sospensioni, e le riprese: ma del piccolo anfiteatro vedevo mai niente. Non ho mai visto niente.

Ho immaginato, allora, che l'opera era inserita così bene nell'ambiente che si nascondeva all'occhio del passante; e ho aspettato; aspettato; e, venuto il giorno dell'inaugurazione, entro, dall'ingresso storico, di fronte al Palazzo dell'Episcopio, avanzo, cerco ... e il "piccolo anfiteatro", non lo trovo.

A dire il vero, lì per lì, sono rimasto un po' deluso; poi, man mano che scendevo e trovavo quell'ambente, così tipicamente "ravellese", mi sono ricreduto. E m'è tornato in mente il passo del Boccaccio, che poi è stato pure, per l'occasione, recitato, laddove dice:
«Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d'ltalia; nella quale assai presso a Salerno è una costa sopra 'l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la costa d'Amalfi, piena di picciole città, di giardini e di fontane, e d'uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantia sì come alcuni altri. Tra le quali città dette n'è una chiamata Ravello, nella quale ... ... ...».

Caro Sindaco, il tuo "sogno" è diventato realtà. Oggi Ravello si è dotata di un altro "gioiellino", che va ad aggiungersi ai già numerosi gioielli, che ci hanno regalati nostri antenati, lontani, nel tempo, ma pure recenti.

Facciamone un buon uso. Soprattutto corretto e frequente. Non l'abbandoniamo, come spesso accade per opere simili, anche molto costose, in tante parti della nostra bella Italia.

Però, prima di chiudere, ... io so.

Sì, io so che un altro tuo "impegno", non sogno stavolta, il quale ti deriva dal tuo amore per la natura, è un'opera pubblica, anzi due, simili, uguali, che ti stanno molto a cuore. Penso spesso che tu sei stato mio "allievo" in Palla a Volo, ma pure, almeno un pochino, in politica amministrativa e hai ereditato, o condiviso, il mio amore per l'agricoltura, specie quella dei diseredati, dei più poveri, di quelli che, con enormi sacrifici, tentano di perpetuare il nostro paesaggio, il nostro ambiente. E il nostro Sfusato Amalfitano.

Ebbene, fa' che anche quest'altro sogno diventi realtà.

*già sindaco di Ravello

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