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storia e storie, Costiera Amalfitana

La Costiera abbandonata che frana...e che muore

i problemi atavici che affliggono il nostro territorio

Scritto da (admin), sabato 25 gennaio 2014 00:21:20

Ultimo aggiornamento giovedì 17 gennaio 2019 17:46:01

«Semplici e un po' banali, io direi quasi prevedibili e sempre uguali»: così nel 1998 Mina in "Acqua e Sale" descriveva il rapporto degli uomini con l'amore, una relazione sostanzialmente identica a quella che il territorio sembra avere con i suoi problemi cronici che si manifestano con precisione chirurgica nei vari momenti dell'anno. In inverno le montagne vengono giù e bloccano le strade, in estate le solite code chilometriche intasano il traffico nei roventi pomeriggi della bella stagione.

Si fa fatica ormai a tenere una contabilità delle frane che stanno falcidiando la Costiera Amalfitana in questi giorni: Conca prima con i disagi a tutti noti, poi Tramonti con la chiusura della Sp2, senza dimenticare altri eventi minori nelle dimensioni ma uguali nella sostanza.

La soluzione il più delle volte arriva in ritardo, dopo l'impasse burocratico e lo scaricabarile delle competenze. Ed è pur sempre un tampone, una toppa applicata qua e là per chiudere i buchi evitando che la stiva si allaghi e la nave coli a picco.

Tocca al comune, all'Anas, alla provincia, alla regione, alla comunità montana...forse ai caschi blu dell'Onu oppure, magari, ce la si prende con il mancato monitoraggio, dallo spazio, degli astronauti della Nasa. Un policentrismo decisionale e operativo che rende inefficiente e inadeguata (o forse inesistente) l'attività di prevenzione che dovrebbe stare a monte di tutto ciò.

E' un problema nazionale, non si può addossare la colpa solo alle istituzioni locali. Ragionamento in larga parte vero: lo dimostra il fatto che basta una perturbazione che attraversa l'Italia per leggere dei soliti disastri sparsi da nord a sud del Paese. Non si può però prescindere da una valutazione oggettiva sulla latitanza, nel dibattito pubblico, di discussioni che coinvolgano tutto il comprensorio indirizzate verso una pianificazione risolutiva dei problemi che sono, per riprendere la canzone, «quasi prevedibili e sempre uguali».

Forse è anche colpa di noi cittadini che deleghiamo in bianco, conferendo ad altri il mandato di approcciarsi con un castello burocratico che non funziona più nemmeno nell'ordinaria amministrazione. Senza chiedere spiegazioni, senza domandarci perché è diventato così complesso, quando c'è un'esigenza, capire a chi rivolgersi e cosa chiedergli.

Abbiamo delegato a tal punto che lo stato ha iniziato a fare welfare clientelare sulla nostra pelle: si pensi, tanto per fare qualche esempio, alle 28 mila guardie forestali che "lavorano" in Sicilia o ai 20 mila addetti all'Asl di Salerno, 10 volte in più che a Verona, sic! (qualcuno cerchi di spiegarlo al giornalista tedesco Udo Gumpel che, stupito dalle abitudini nostrane, ogni volta lo ricorda basito nei talk show in cui lo invitano); niente contro le persone, nonostante la freddezza dei numeri: ciò che si giudica è il risultato finale scadente. Proprio per questo, però, ogni qual volta c'è davvero da intervenire, la motivazione che viene fuori è che non ci sono i soldi, nonostante le tasse che si pagano sono sempre più alte, spesso insostenibili.

Per quanto tempo ancora dovremo continuare a spalare fango e pietre, a fermarci a semafori apposti talvolta per mesi, a percorrere stradine alternative secondarie e a lamentarci senza nemmeno più sapere per colpa di chi o a causa di cosa? Il tempo della delega è finito, occorre rimboccarsi le maniche e agire, riprendendosi lo status di cittadini attivi, andando oltre un immobilismo istituzionale pericoloso e lesivo.

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