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L'Editoriale

L'altra Ravello da (ri)scoprire e valorizzare. Le potenzialità sprecate dello sviluppo equilibrato

Scritto da (Redazione), mercoledì 12 settembre 2012 08:44:54

Ultimo aggiornamento giovedì 20 settembre 2012 15:04:36

di Giuseppe Liuccio - Della recente vacanza a Ravello ho ancora memoria tanto nitida quanto malinconica di struggente e lancinante nostalgia delle mie passeggiate di buon mattino lungo la strada, che dalla Galleria porta al Chiunzi. Pianeggiante nel primo tratto consente visioni da brividi di piacere sul mare sconfinato che riflette, al primo sole, baluginii scintillanti di argento e oro. Potrebbe essere il "Resegone (di manzoniana memoria) amalfitano" la catena accidentata dei Lattari, che, dal promontorio gibboso dell'ultimo tratto del Falerzio ruinante nell'abisso della luce con capo e corpo di "moro addormentato" a scivolo sulle acque di Capodorso, s'inerpica verso i mille metri del Passo/Valico. Spalanca il Monte Finestra a conquista di storia e civiltà di Cava dalle parti di Gete di Tramonti, terra di vini, funghi e castagne.

Scivola su Maiori con appuntamenti di pellegrinaggi di fede e folclore al Santuario dell'Avvocata e con colate verdi di lussureggiante vegetazione sui boschi del Demanio, paradiso di escursionisti e appassionati di trekking. C'è chi giura che da quelle parti si è fermato ad ascoltare a lungo il gracidare del corvo imperiale ed ha avvistato il falco pellegrino roteare per cime inaccessibili e planare su forre intricate di vegetazione spontanea. Sono esemplari di fauna che si avvistano con facilità, invece, sul Monte Cerreto insieme all'aquila reale. Ne fui testimone io stesso alcuni decenni fa quando, con gambe buone e voglia di scoperta, ne feci la scalata fino ai 1200 metri con vista sul Vesuvio in sonno, da un lato, e le Eolie in fiamme di lava e lapilli, dall'altro, nel nostro mediterraneo di acqua e fuoco, con il brontolio degli dei dei, miti crocifissi e ribelli nel ventre più profondo della terra.

Anche questa è Ravello, sconosciuta ai più, soprattutto agli "intellettuali" saccenti, fatte le debite e lodevoli eccezioni, che ne pontificano comodamente seduti ai tavoli dei bar di Piazza Duomo e ai turisti danarosi, italiani e stranieri, tenuti rigorosamente serrati nelle "carceri di benessere" degli alberghi a cinque stelle, perchè nulla della loro ricchezza contagi la plebe. Non conoscono le vertigini di bellezza della frazione Monte Brusara, che ha grandi possibilità inespresse di ospitalità diffusa tra case che ricamano orti che paion giardini, vigneti che ostentano con naturale disinvoltura pergolati che sono baldacchini di religione e culto al lavoro e limoneti, atti d'amore alla bellezza di contadini che non hanno mai messo piede a Villa Rufolo ed avrebbero soggezione a farlo, perchè quella è "la città dei signori", non la loro. E, forse, sarebbero in grado di offrire ospitalità calda, con prodotti di qualità a chilometro zero ed hanno sensibilità per apprezzare anche un "concerto" se qualcuno che conta lo organizzasse in uno qualsiasi degli spazi ariosi di cui la contrada dispone.

Qualche centinaio di metri più su c'è la strada che caracolla giù verso Sambuco, la più popolosa frazione di Ravello. Io ci sono stato diverse volte. Ho memoria struggente di nostalgia di un primo maggio lontano: Mi ci portò Oliviero, padre dell'attuale sindaco, per la festa della Madonna della Pomice. Fu uno spettacolo di musica, canti, fuochi pirotecnici la processione. Ma soprattutto di calore umano il bagno della folla. Ci tornai qualche anno dopo ma sempre in tempi lontani con il Maestro Mario Schiavo che mi parlava con entusiasmo della sua bella composizione "Savucanella", cavallo di battaglia di "Pantaloncino" e dei tarantellisti. Altre stagioni, quando Ravello organizzava anche la popolare "festa dell'uva" e non solo i concerti.

C'era la civiltà contadina con nel DNA la disponibilità all'accoglienza di buongusto, di signorilità, di eleganza e di classe e i vecchi albergatori che avevano accolto con innata signorilità e professionalità ospiti di rango della politica, della cultura e dell'arte italiani e stranieri. Mi fermo sul parapetto della strada e l'occhio spazia giù fino a fondo valle, dove pigola il Reginna Minor, che man mano si ingrossa fino a diventare fiume, che azionò le macchine della protoindustria:mulini, pastifici e cartiere. Quante opportunità sprecate! Quante e quali possibilità di sviluppo, se i sindaci di Ravello e Minori firmassero un Protocollo d'Intesa per immettere sui mercati Sambuco e le case sparse dell'Ariola, dove vivono gli ultimi contadini/ pastori, a margine di storia, e i manufatti quasi cadenti della protoindustria! Sarebbero una straordinaria ricchezza se i privati decidessero di diventare imprenditori seri, mettendo il silenziatore a contenziosi familiari e investendo con progettualità di ampio respiro e i sindaci la smettessero di fare gli equilibristi, onorando, quello di Ravello, la memoria del padre, socialista della prima ora, con il quale consumammo felici pasti poveri alla tavola di contadini generosi e l'altro, quello di Minori, se mette ali all'intelligenza, che non gli manca, e fa del suo paese un motore di sviluppo.

Il VETTORE MECCANICO tra i due paesi è una bella intuizione. Ci scommettano e chiamino a raccolta tutti gli abitanti delle due collettività, mettendo in risalto che urge un processo di osmosi e di interscambio tra mare e monti ed attivare, così, uno sviluppo virtuoso in grado di immettere sui mercati l'offerta del mare della costa, la vivibilità del fiume e del territorio a mezzacosta, il visibilio dell'arte, della nobile storia e dello spettacolo di caratura internazionale di Ravello e se ne "fottano", mi passino la parola, delle elucubrazioni degli intellettuali di turno che pontificano fino a notte fonda ai bar di Piazza Duomo, ipotizzando lo sviluppo di un territorio che manco conoscono. Se ne fottano e cerchino il consenso più ampio delle loro collettività che il territorio lo vivono, lo conoscono e vanno orgogliosi della sua bellezza, così come soffrono delle sue deficienze.

Il tema mi appassiona e ci tornerò, anche perchè mi piacerebbe che venissero allo scoperto gli amici che questo territorio lo hanno amministrato o continuano ad amministrarlo: Sorrentino, Di Martino, Amalfitano, Imperato. Mi piacerebbe sapere come prefigurano loro il futuro della città e se sono d'accordo di spalmare uno sviluppo equilibrato su tutto il territorio comunale e se si ribellano anche loro alla ricchezza che abbonda alle tavole dei pochi ricchi fortunati ed alle poche briciole che toccano, quando toccano, ai poveri cristi che hanno fatta bella e grande Ravello e che l'hanno conservata tale con il loro lavoro e che sono la stragrande maggioranza. E mi accusino pure di proto o veterosocialismo. Io presumo di conoscere Ravello e la sua gente e non appartengo alla piccola schiera di chi ne pontifica con saccenza e non è mai stato al di là della spianata dell'Auditorium.

Ci faccia una riflessione con la lucida intelligenza che non gli manca anche l'onorevole Brunetta che, come mi sembra di capire, ha in animo di candidarsi a rappresentare in Parlamento il nostro territorio. Da vecchio socialista, sa che i voti si conquistano conoscendo ed interpretando i bisogni, le speranze e le attese della gente, conquistandone la fiducia nel profondo.

g.liuccio@alicxe. it

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