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L'Editoriale

Chi De Masi ferisce... Di Mare perisce

Scritto da (Redazione), venerdì 13 aprile 2018 13:17:37

Ultimo aggiornamento venerdì 13 aprile 2018 13:22:32

di Antonio Schiavo

Pensavo di aver assistito a tutte le possibili varianti dello psicodramma "Auditorium-Fondazione-De Masi-Comune di Ravello" e chi più ne ha più ne metta.

Ma in questi giorni dopo l'improvviso (beato chi ci crede) articolo di Franco Di Mare su Il Corriere del Mezzogiorno, si va confermando il detto antico che "al peggio non c'è mai fine".

Preso da una non richiesta e incomprensibile - per tempi e forma - smania apologetica in conto terzi, il Nostro si ripropone, simile ad un'abbondante peperonata, come censore dell'attività (o inattività) amministrativa e della supposta inettitudine dei ravellesi a valorizzare e riconoscere gli immensi meriti del Sociologo della Provvidenza.

Autopromuovendo a scoppio ritardato un suo romanzo di un paio di anni fa nel quale, come sotto dettatura, sputtanava un paesino di nome Bauci e i suoi abitanti (nessuno escluso), stigmatizza quella che lui (o l'altro?) ritiene le occasioni perdute da Ravello ripetendo la trita querelle della primogenitura dell'idea di creare questa benedetta Fondazione e di chi fosse il destinatario del regalo da parte di Niemeyer di un progetto di auditorium, peraltro accolto con sufficienza e spocchia da parte di quei "trogloditi" di indigeni guidati da politici incompetenti e poco lungimiranti oggi appellati addirittura da De Masi come "rozzi" e "incolti".

Apriti cielo! Qui comincia un frenetico valzer di rivendicazioni e repliche piccate dove non si capisce chi difende cosa, perché lo fa e a che titolo viste posizioni e giudizi esattamente antitetici assunti ed espressi in tempi manco tanto lontani.

Chi ha voluto, osannato e gratificato De Masi (addirittura con una nomina ad Assessore o col conferimento di una cittadinanza onoraria) oggi sembra disconoscerne le intuizioni o le minimizza. Erano rozzi e incolti gli amministratori cittadini anche allora?

Eppure, lo ricordiamo tutti, avevano sfilato a braccetto in Villa Rufolo, avevano fatto viaggi intercontinentali per cantare serenate napoletane allo stalinista Niemeyer, anzi Oscar (manco fosse loro fratello) e al suo degno compagno di merende Lula oggi salito al disonore della cronaca giudiziaria accusato di corruzione e riciclaggio.

Chi difendeva strenuamente il munifico omaggio architettonico (fotocopia di altri progettati dalla stessa archistar) oggi è pappa e ciccia con quelli che ne avevano, a ragione, osteggiato la realizzazione in quel luogo. Gli stessi che poi, secondo quanto letto su un altro giornale on line della Costiera si erano intestarditi ad inaugurarlo insieme a chi lo aveva finanziato con una paccata di denaro pubblico e che, allora, veniva magnificato da chi, oggi, glielo rinfaccia.

E quale sarebbe stata la sparuta minoranza (letto sempre sul giornale di cui sopra) di nostalgici Amministratori sonoramente bocciati dal popolo che non volevano l'auditorium: i nemici di ieri, amici fraterni di oggi? I figliocci di ieri visti oggi come il fumo negli occhi?

Per non parlare dei sospetti via stampa degni di una lite di cortile su presunte aggiudicazione di gare a favore di compagne di vita o su legami sentimentali alla base di benevola concessione di spazi sul Corriere usati come pulpito per l'esternazione estemporanea del giornalista RAI.

Confesso che ho perso il filo e stento a trovare il bandolo di una matassa che si dipana fra contraddizioni e gigantesche incoerenze incomprensibili ai più.

Mi sfuggono (a meno che non si vogliano assecondare retropensieri e malevoli pregiudizi) i motivi di tutti questi giri di valzer al limite dell'impudenza.

Tutto ciò fa solo rabbia perché fa sembrare noi ravellesi imbelli, ondivaghi, cerchiobottisti o, peggio, incapaci di scelte autonome e originali tanto da aver bisogno sempre di qualche unto del Signore (sociologo, giornalista, filosofo) che ci insegni cosa fare, perché e come farlo.

Insomma, per rimanere in tema, qualcuno che ci propini, in maniera più o meno interessata, un amarissimo "caffè dei miracoli".

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