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Economia & Turismo

Il turismo religioso nelle chiese di Tramonti: Gete, Pucara e Figlino

Scritto da (Redazione), sabato 8 ottobre 2016 11:40:53

Ultimo aggiornamento sabato 8 ottobre 2016 15:03:03

di Giuseppe Liuccio

Tramonti è la capitale della "montiera", come con un efficace neologismo molti, me compreso, chiamano il vasto territorio delle zone alte della Costa d'Amalfi. Ed è certamente di montagna quello di Tramonti, che, fedele al suo toponimo, è una conca/pianoro, "tra i monti", in dolce declivio verso il mare di Maiori. Da uno qualsiasi dei punti di osservazione, con il Castello e la Torre del Chiunzi a far da quinta, l'anfiteatro di colline e vallate, forre e pianori è testimonianza di una comunità antica, articolata in villaggi disseminati tra il verde delle vallate coltivate a raggiera intorno a chiese e campanili luminosi. Sono tredici i villaggi e, a scandirli, i nomi hanno suoni ancestrali: Polvica, Pietre, Corsano, Capitignano, Figlino, Cesarano, Gete, Campinola, Novella, Pucara, Paterno Sant'Arcangelo, Paterno Sant'Elia, Ponte. Fu territorio della Repubblica di Amalfi, estremo e strategico presidio contro le non improbabili incursioni delle genti bellicose della Piana del Sarno.

Forse il periodo più idoneo a fare il pieno delle emozioni tra vigneti con i tralci già ramati e cantine che trasudano acre sapore di mosto e promettono sorsate pastose di novello è quello autunnale. Se hai la fortuna di disporre di una guida (ce ne sono di ottime ed esaustive) scoprirai sapienza di antichi mestieri tra cartiere e ferriere di Pucara, miracoli di mani nelle case/botteghe dei "cestai" (gli ultimi) di Corsano, Figlino, Capitignano e Cesarano a perpetuare l'arte dei padri e tirar fuori da teneri virgulti di castagno sporte, panieri, cofani, borse. E ti inebrierai di profumi di vecchi sapori tra conservatori e conventi, dove le monache pestavano "concerti" da erbe aromatiche. E ti incanterai all'abilità dei "casari", che, con la faccia di luna piena ed il sorriso contagioso, ricamano trecce e rassodano provole, frutto di sapiente cagliatura di latte di pascoli di altura.

Gusterai, in uno dei tanti ristoranti accoglienti, porcini ed ovuli, monete, chiodini e prataioli raccolti nei boschi di Gete, tra i monti confinanti con Cava, o le mitragliate delle caldarroste dei castagneti di Cesarano, dove già si aprono i ricci tra tappeti di ciclamini lungo la strada verso Ravello che ti regala, a tratti, scaglie di mare lontano. Sono tredici i villaggi ed ognuno ha una sua parrocchia con chiesa madre e santo protettore. Se hai tempo e voglia di passarci un weekend, la cittadina tra i monti ti apre, generosa, lo scrigno dei suoi tesori: ville romane, case patrizie, castelli, torri e chiese, tante queste ultime, e tutte belle nell'alternarsi degli stili: romanico, bizantino, gotico, barocco. Ognuna meriterebbe una visita perché ognuna è uno scrigno di storia ed arte e riserva sorprese straordinarie. Pertanto per chi è praticante è possibile adempiere al precetto della messa domenicale e, nello stesso tempo, fare una escursione storico/culturale sul campo. Volendo nel corso di due o tre mesi si possono visitarle tutte.

Ma io, nell'immediato, mi sento di consigliarne almeno tre. La prima escursione è da fare a Gete, dove sorgono l'antichissima Cappella rupestre e la monumentale Parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo. La prima risale all'VIII secolo e fu fondata da monaci eremiti, la seconda fu costruita nel 1743, in sostituzione di quell'antica del XII secolo, andata completamente distrutta nell'alluvione del 1743. La prima è ricca di suggestione nell'umbralità del torrente Caro, la seconda è un terrazzo di luce spalancato sulla vallata festante di limoneti e vigneti, in cui si frantuma e spegne l'eco dei campanacci delle mandrie alla pastura brada Assolutamente da non perdesi la visita alla Cappella rupestre, che narra una bella pagina di storia del monachesimo italo greco durante il periodo della persecuzione iconoclasta .Conteneva interessanti urne cinerarie conservate nella vicina Parrocchiale.

La seconda è quella di Pucara, all'interno del Conservatorio d San Giuseppe e Teresa costruito nel 1662, molto frequentato, da indigeni e turisti, perché, pare, vi fu creato dalle monache il "concerto", il tipico liquore di Tramonti, conosciuto in Italia e all'estero, ricavato dall'infusione di 15 erbe aromatiche che crescono spontaneamente nel territorio. Le religiose, avendo a disposizione ogni varietà di erbe e spezie (liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, stella alpina, mentuccia) idearono questo infuso, che ancora oggi si è tramandato in molte famiglie, grazie anche alla ricetta gelosamente custodita dalle farmacie locali. E certamente, rappresenta, come la "sfogliatella" per Conca Dei Marini, un marketing territoriale dall'indiscutibile valore turistico. I locali, per espressa volontà testamentaria del donatore, Francesco Antonio Ricca, furono destinati ad un "conservatorio di donne vergini in Tramonti". All'interno è degna di una visita la piccola chiesetta con impianto a croce greca direttamente collegata alla struttura monastica. I piloni della crociera accolgono al loro interno delle nicchie che si concludono in una decorazione di stucco a forma di conchiglia. I quattro archi di sostegno della cupola sono decorati da fini rosoni. È importante ricordare la storia della presenza accertata in questo luogo di Sant'Alfonso de Liguori, che venne per la prima volta nel 1731, e regalò alle suore "una raccolta di 25 volumi, scelti per la meditazione", e poi vi ritornò nel 1733. Questa è storia vera, raccontata in questo luogo. E che sa di passato che esalta il presente, ma anche a proiezione di futuro. Forse anche per questo una escursione domenicale a Tramonti val bene una messa.

La terza è la Chiesa di San Pietro, Parrocchiale della frazione di Figlino, il cui nome etimologicamente lo si fa derivare, secondo la tradizione popolare, abbastanza attendibile, dal diminutivo di figlio, "figlino", poiché in questa borgata vi era un brefotrofio, che accoglieva i figli illegittimi, appena nati, i figlini, piccoli figli, anche in senso morale, perché indifesi. Fino alla prima metà del ‘600 il borgo veniva chiamato "Figline" e solo dalla seconda metà del secolo Figlino. Inizialmente la chiesa fu intitolata alla SS. Annunziata, la protettrice dei figli di nessuno, (‘e figlie ‘r'a Maronna), di proprietà dell'ente che gestiva il brefotrofio. Verso il secolo XIII o XIV si volle costruire una nuova chiesa più grande e più ricca di ornamenti che fu dedicata a San Pietro Apostolo.Verso la fine del 1500 e i primi anni del 1600 a Figlino fu edificata una terza chiesa, quella attuale, che nel ‘700, poi, fu arricchita con pregiati stucchi della scuola del Vaccai, con un pavimento decorativo di maioliche di Capodimonte, nonché con due tele di Domenico Ferrara e con una terza tela raffigurante l'Annunziata.

liucciogiuseppe@gmail.com

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