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Dai Comuni

Dai jeans dell'Assessore alle energie rinnovabili

Scritto da (Redazione), martedì 24 aprile 2012 09:13:58

Ultimo aggiornamento giovedì 26 aprile 2012 11:18:44

di Pasquale Antonio Palumbo* - Fra le mie preoccupazioni ci sono due vecchie scatole di latta, piene di bulloni, viti, lucchetti senza chiavi e chiavi senza serrature. Una me l'ha lasciata mio padre, sulla soglia dei cento anni, l'altra mio suocero, poco più che novantenne. Certo, queste scatole mi ricordano che vi sono stati periodi in cui buttare anche un solo chiodo, un tappo di bottiglia o un piatto scheggiato era considerato un sacrilegio per i nostri avi. Ma non è questa la principale causa dei miei assilli.

Ciò che decide se un oggetto debba essere considerato utile o meno, e, nel caso non lo fosse, se debba poi essere annoverato fra il surplus o le scorie, è il contesto culturale, sociale ed economico in cui è posto.

La trappola malthusiana - che costringeva la popolazione umana alla fame, in quanto ogni miglioramento delle tecniche di produzione agricola aveva come conseguenza l'aumento della popolazione che tornava così al disotto dei limiti di sostentamento sino a che la prima epidemia o guerra non rimetteva le cose a posto - è stata rotta solo nel momento in cui, a seguito di un rapido e continuo rinnovamento tecnologico, il "prodotto interno lordo" ha smesso di crescere più velocemente della crescita della popolazione.

Oggi, nel mondo occidentale con una crescita demografica anche negativa, il PIL può aumentare solo se aumenta la richiesta di beni e di alimenti da parte della singola persona: ovvero la lunghezza della cintura dei nostri pantaloni, se non compensata da sufficiente attività fisica, sarà inversamente proporzionale alla durata del televisore, dell'auto, del telefonino o della giaccone nel guardaroba.

Se si vogliono mantenere alti i profitti è quindi necessario convincere le persone che la loro colazione è sana anche se spalmano sul pane una crema che è più vicina alla margarina che allo zabaione, che per scrivere questi appunti è indispensabile utilizzare un computer con un processore da almeno 5 o 7 "cuori" la cui frequenza di lavoro si approssima sempre di più a quella del forno a microonde, e che non si può fare a meno di sostituire di volta in volta pantaloni dalla vita alta con quella bassa, quelli corti a quelli lunghi, quelli larghi con quelli attillati, pena il sentirsi al di fuori dal mondo.

Se non ricordo male i jeans che indosso dovrebbero avere circa dieci anni: evidentemente rispondono alle necessità per le quali furono inventati, ovvero l'essere robusti abiti da lavoro. Ormai prossimo ai cinquant'anni e con la speranza di emulare mio padre, mi sono accorto recentemente che nell'armadio se ne erano accumulati quasi il doppio di quanti potranno mai essere necessari. Così, per evitarmi altre preoccupazioni su chi destinarli, ho informato gli amici che, in quel giorno che chiamiamo compleanno, dove si contano le tacche incise (o ci si interroga su quante ancora ne restano a seconda del numero a cui si è giunti), è opportuno regalare solo buon vino rosso e niente capi di abbigliamento.

Comunque, nonostante i pressanti messaggi volti a farci credere di avere esigenze che non avremmo mai immaginato di avere, non riusciamo a utilizzare tutto quello che viene prodotto: anche se, come "oche consumistiche", ci infilano un imbuto in gola per farci ingozzare con ogni possibile bene, alimento o servizio, la limitata capacità dei portafogli e il diffuso e costante indebitamento della nostra società rappresentano ostacoli insormontabili, equivalenti agli stomaci di quelle povere bestie.
Qualche tempo fa, in attesa del treno a Napoli, passeggiavo nel mercatino vicino. Più che dal continuo ammiccante pressing a farmi comprare capi più o meno falsi, sono rimasto colpito da una montagna di scarpe, nuove, di ogni marca e tipo anche se chiaramente datate, con la quale con soli pochi spiccioli ci si poteva divertire a trovare una destra da accoppiare ad una sinistra, possibilmente nella stessa tinta. C'è da riflettere: quello è surplus di produzione, che man mano diventa invendibile più per degrado naturale che per l'eccentricità dei modelli.

Questo a Napoli su una bancarella, e questo per delle scarpe. Se lo immaginiamo su scala globale, diventa qualcosa di allucinante, non solo per l'impressionante esubero di produzione ma anche per la quantità di scorie generate durante tutto il ciclo di produzione e trasporto di oggetti che da lì a poco saranno a loro volta rifiuti, per naturale degrado dei materiali se non per l'improponibilità dei modelli.

Come dicevo all'inizio, un oggetto non può definirsi "scoria" o surplus in termini assoluti.

Ieri sera ero a casa di un caro amico. Un amico che potrebbe essere mio padre e mi conosce da quando ero un bambino. Come spesso capita, il discorso è andato ai "vecchi tempi", e ieri si è parlato delle "calcare". La cosa mi interessava perché il mese scorso in un incontro con i pastori di Ravello e Scala (mi piace sempre usare questo termine più che l'anonimo "allevatori"), il più attempato, lamentando la mancanza di zone adatte al pascolo, aveva concluso l'intervento con una nota nostalgica: "ma quando c'erano le calcare era tutta un altra cosa!"

Così ho approfittato della sapienza dei nonni per istruirmi sull'argomento. Che nelle calcare (edifici circolari che si trovano ancora numerosi nelle nostre zone) si cuocessero le pietre per giorni e giorni al fine di ottenerne calce, mi era noto. Quello che non sapevo è che utilizzavano come combustibile non i bei ceppi che mettiamo nei camini, ma le umili fascine, le balle di quelle legna minuta, proveniente dal sottobosco e dalla sfrondatura dei tronchi, calate giù sino a valle con delle teleferiche.

La montagna era così mantenuta pulita, il suolo vedeva la luce del sole, c'era erba in abbondanza e capre, pecore e mucche potevano pascolare, garantendo una produzione tale da dare il nome di Lattari a questi Monti.

Oggi questo tipo di combustibile è diventato un surplus, è disponibile, ma non serve a nessuno. All'epoca, invece, a raccogliere le sterpaglie o vegetazione per gli animali domestici nelle proprietà altrui si rischiava la denuncia, tant'è che chi non poteva fare altrimenti si arrangiava attaccandosi alle corde per ripulire i costoni dagli arbusti (e contemporaneamente dalle pietre in bilico).

Oggi la calce la si compra al deposito, le calcare sono in disuso e gran parte del patrimonio boschivo, anche demaniale, è inutilizzato perché ridotto ad un groviglio di sterpaglie e macchia mediterranea. Le pecore si sono da anni adattate ad una alimentazione non consona, fatta di bucce di pomodoro arricchite con i più aromatici scarti di finocchio (altro esempio di utilizzo, forse non proprio opportuno, di scorie) e i sentieri, persa la funzione storica di vere vie di trasporto e comunicazione, sopravvivono per le amene passeggiate di escursionisti.

Allora, mi domando, perché non pensare di riattivare il sistema?

Ovviamente non per cuocervi le pietre, ma per ospitare microimpianti di generazione elettrica e/o termica per l'utilizzo delle biomasse. Terremmo costantemente pulite le montagne dando, con la creazione di aree di pascolo, un sostegno alla produzione casearia ovo-caprina che potrebbe anche arrivare ad un disciplinare di produzione o un marchio di qualità come quello di un "Pecorino dei Monti Lattari".
E con la cenere?.... in un'ottica di riutilizzo, possiamo anche tornare a lavarci i panni.

Questo, ovviamente, nella speranza che la pluralità di enti a cui è demandata la tutela del territorio, non trovi da eccepire per un riutilizzo di strutture in chiave moderna ma pur sempre compatibile con la loro destinazione originaria, un utilizzo secolare di certo preesistente all'istituzione dei vincoli

La Costiera Amalfitana, inserita nella lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, è un territorio a vocazione turistica ad alto valore paesaggistico-culturale, per cui il principio di conservazione dell'ambiente locale - inteso come paesaggio e beni artistici - è spesso invocato per sfuggire a quello di conservazione dell'ambiente globale.

Un esempio?

La nostra amministrazione si è insediata proprio nel momento in cui era in corso il rifacimento del tetto della Casa Comunale. Qualche tempo prima avevo letto di una nuova tegola fotovoltaica che veniva realizzata in tinta ad imitazione di quelle preesistenti. Decido quindi di contattare la società che la produceva e che, allettata dalla ricaduta di immagine per un intervento a Ravello proprio al momento del lancio del prodotto, fa subito arrivare un tecnico con vari campioni ed una proposta di sponsorizzazione. Il nostro ingegnere li porta in visione a Salerno presso gli enti preposti ad autorizzare l'eventuale installazione, per un consulto. Il giorno dopo apprendo che ci davano per pazzi...

Probabilmente non pazzi, ma con ICI o IMU, imposta di soggiorno, tasse di occupazione di suolo pubblico, siamo di certo sufficientemente ricchi. A livello locale, risparmiare qualche migliaio di euro nei bilanci dei prossimi 20 o 30 anni, egoisticamente non fa tanta differenza ma, in una visione globale, l'aver perso l'occasione di contribuire a ridurre l'emissione di CO2 era e resta una questione di coscienza.

Mi dicono che ho le pale in testa perché sostengo che il micro eolico sia compatibile con i versanti più nascosti delle nostre montagne. Quando affronto l'argomento con i tecnici del mio comune l'ipotesi viene liquidata come improponibile. Eppure sono più che convinto che, nell'arco della durata dei mio parco jeans, quando la necessità della salvaguardia dell'ambiente e dall'indipendenza del petrolio sarà cosa scontata (se non nella nostra testa almeno in quelle dei nostri figli), quando un territorio che non utilizzi fonte energetiche alternative sarà da biasimare come oggi lo è chi non attua la raccolta differenziata, lo scandalo sarà non averle le pale, e non quello di averle installate. A meno che, come gli Stati Uniti, anche la Costiera Amalfitana si dichiari al di fuori del protocollo di Kyoto.

Quanta energia "pulita" è prodotta in Costiera Amalfitana? Qual è il nostro contributo alla conservazione del pianeta? Ritengo sia molto scarso: non solo non attingiamo alle fonti rinnovabili, ma la scarsa estensione della rete di distribuzione del metano costringe ancora molti utenti a ricorrere ai derivati del petrolio per il riscaldamento. E non va trascurata una riflessione sulla frazione umida dei rifiuti (tecnicamente "scarti cucine et mense" la cui produzione tocca impressionanti picchi estivi) considerato che per ogni caloria che assumiamo ce ne sono almeno altre nove derivanti dagli idrocarburi che vengono consumati in tutto il ciclo di produzione e trasporto.

Per questo con l'Ufficio Tecnico del Comune di Ravello ci si prepara ad organizzare una tavola rotonda sulle concrete possibilità per la Costiera Amalfitana di accedere ai benefici dell'ultimo conto energia e (ma anche indipendentemente da questo) di installare impianti per le energie rinnovabili. Un incontro dove sarà possibile un confronto con una pluralità di interlocutori sulla compatibilità di tali impianti con i vincoli paesaggistici.

Pensare di poter disporre all'infinito di energia, risorse ambientali (in particolare di quelle idriche, sulle quali torneremo più in là) solo perché si ha la capacità economica di acquistarle è da sprovveduti. Niente di più attuale di quello che la sapienza popolare ha da tempo sancito, ovvero che la botte si "scarsea" quando è ancora piena.

*Assessore all'Ambiente del Comune di Ravello

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