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Cronaca

Omicidio di Ravello, discordanti le deposizioni dei testi. Tutto (o quasi) da rivedere

Scritto da (Redazione), lunedì 7 novembre 2016 09:09:29

Ultimo aggiornamento lunedì 7 novembre 2016 09:12:39

Proseguono in rapida sequenza gli interrogatori ai testi nel processo a carico di Vincenza Dipino, accusata di omicidio volontario con l'aggravante della premeditazione nell'uccisione di Patrizia Attruia, il cui corpo venne rinvenuto nella cassapanca in un appartamento di Ravello il 27 marzo 2015. Dopo le deposizioni dei tossicologi sotto la lente d'ingrandimento la quantità di sedativi ansiolitici, il Benzodiazepine, rilevata nel sangue e nelle urine della vittima. La scorsa settimana, presso la Corte d'Assise di Salerno, sono state sentite le farmaciste di Amalfi e Ravello da cui il farmaco sarebbe stato acquistato. Perché c'è da capire chi lo avesse acquistato: Enza Dipino per sedare la sua rivale e poi ucciderla o la stessa vittima che, pare, ne facesse un uso sporadico.

In fase investigativa, la farmacista di Amalfi aveva raccontato di aver venduto a Vincenza Dipino un tranquillante che contiene benzocaina per poi raccontare ai giudici della Corte d'Assise una versione diversa: di non ricordare della donna, in quanto non sarebbe sua abituale cliente. Anche il video delle telecamere interne, che avrebbero ripreso la Dipino in farmacia, sarebbe stato distrutto come da prassi dopo un determinato periodo di tempo. Quindi nessuna prova.

La farmacista di Ravello, invece, ha dichiarato che tutti e tre i protagonisti della vicenda (la vittima, l'imputata e il suo compagno, Giuseppe Lima) spesso andavano ad acquistare, a turno, tranquillanti esibendo una ricetta bianca e non quella rossa del servizio sanitario locale.

Questa mattina, intanto, si tornerà nuovamente in aula. Il presidente della Corte, Massimo Palumbo, dovrà affidare a dei nuovi periti di sua scelta una serie di quesiti, per mettere d'accordo le tesi discordanti che, su alcuni punti, emergono dalle relazioni tecniche presentate dalle parti.

Tante le incompletezze e incongruenze emerse dalle deposizioni anche negli interrogatori delle scorse settimane. Il presidente della Corte aveva accolto le relazioni dei professionisti ascoltati: per il Pubblico Ministero Cristina Giusti il dottor Giovanni Zotti, autore dell'esame esterno della salma sulla scena del crimine e della successiva autopsia, il dottor Antonio Mirabella, direttore U.O.C. Anatomia Patologica dell'Asl Salerno e il tossicologo dell'Asl Luciano Pecoraro.

Per la difesa dei legali Marcello Giani e Stefania Forlani, il medico legale Aniello Maiese dell'Università "La Sapienza" di Roma e la tossicologa Maria Chiara David (tra le migliori d'Italia).

Che la vittima sia stata percossa prima di essere ammazzata nell'appartamento di via San Cosma non vi è alcun dubbio: le ecchimosi e le escoriazioni che il cadavere presentava su diverse parti, specie su braccia, volto e mani ne sono la prova evidente.

L'attenzione si è concentrata sui segni che la donna mostrava sul collo. Sono otto le lesioni rilevate: quatto a destra e le altre a sinistra con una lesione centrale. Per Zotti la morte della donna è stata provocata dalla pressione esercitata lateralmente da due mani con il pollice (o i pollici) a comprimere la trachea. Mani che per dimensioni, secondo Zotti, potevano essere soltanto quelle di Enza Dipino e non di Giuseppe Lima, per il quale il gup ha ipotizzato il concorso in omicidio volontario, molto più grandi e rudi.

Per il medico legale sul collo della Attruia, presa anteriormente, sarebbe stata esercitata una forte pressione. Sotto il cuoio capelluto della vittima trovato un piccolo ematoma che lascia presagire alla vittima in posizione orizzontale, distesa sul pavimento, durante l'atto dello strozzamento, col corpo dell'assassino a far da peso.«Per noi è strozzamento con le mani»sostiene Zotti con l'avallo di Mirabella.«Una morte non repentina- ha spiegato quest'ultimo -seguita a una fase di precolluttazione che ha portato a una diminuzione progressiva dell'ossigeno al cervello in non meno di un quarto d'ora».

Tra i dieci e i quindici minuti:questo il tempo di agonia della vittima condiviso anche da Zotti che nella sua relazione iniziale aveva immaginato un minutaggio decisamente inferiore, per poi correggersi - scusandosi - ieri mattina in aula.

Pareri decisamente contrastanti con quelli dei tecnici della difesa che sostengono l'ipotesi di strangolamento da avambraccio. Secondo Maise le escoriazioni lineari sul collo, a livello laterocervicali, potrebbero anche essere ricondotti all'azione escoriante provocata dalla catenina che la Attruia aveva al collo e che Giuseppe Lima, per sua stessa ammissione, anche in un'intervista rilasciata al Vescovado, avrebbe sfilato dalla sua compagna oramai cadavere. Per Maise non vi sono correlazioni tra le escoriazioni presenti sul collo della Attruia e le mani della Dipino. La teoria supportata dalla difesa è che la Attruia sia stata vittima di uno strangolamento atipico in cui l'aggressore, posto posteriormente alla donna, avrebbe utilizzato l'avambraccio sinistro per comprimere le vie respiratorie immobilizzandola col destro. Inoltre Maiese non crede all'ipotesi della vittima distesa e immobilizzata dal peso del dell'aggressore perché il cadavere non presentava lesioni o fratture alla gabbia toracica.

Tra le 22,40 del 25 marzo e le 6 del giorno successivo: in questo arco di tempo Zotti ha stabilito il momento della morte grazie all'analisi di campioni tessutali. Un range ancora troppo lungo e che non convince del tutto.

Altro punto di non poco conto la quantità di sedativi ansiolitici, il Benzodiazepine, rilevata nel sangue e nelle urine della vittima.

Secondo il tossicologo Pecoraro, che tiene in considerazione anche gli esami delle urine, si tratta di una concentrazione molto elevata, superiore a quella terapeutica, che avrebbe potuto indebolire e stordire la vittima. Non è dello stesso avviso la tossicologa romana David, sicura che il sangue sia l'unica matrice ad avere valore probatorio: per lei i 1200 nanogrammi per millilitro trovati nel sangue, infatti, restano nei livelli terapeutici.«Il metodo analitico utilizzato non consente l'identificazione clinica dell'Azoten»spiega la David che contesta l'interpretazione tossicologica, non convinta che quel quantitativo fosse capace di stordire la vittima.

Le tante anomalie dal punto di vista medico-legale emerse dalle deposizioni hanno indotto il presidente Palumbo a disporre nuove perizie. Ma i campioni di sangue e urina prelevati dal cadavere, dopo un anno, lo scorso maggio, sono andati distrutti«come previsto dalla legge»ha rivelato in aula Pecoraro.

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