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Chiesa

Ravello, arriva il Vescovo per la celebrazione di Santa Barbara

Scritto da Emiliano Amato (redazione), giovedì 4 dicembre 2008 09:49:53

Ultimo aggiornamento giovedì 4 dicembre 2008 09:49:53

Ravello festeggia Santa Barbara Vergine e Martire, compatrona della Città. Già dalle 16.30 ciaramelle e zampogne allieteranno le vie del centro storico con le dolci melodie pastorali tipiche della tradizione natalizia. Alle 18.00, la Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo di Amalfi—Cava de’ Tirreni, darà inizio alla Visita Pastorale nella Città di Ravello che si protrarrà fino al 21 di dicembre.

Alle 19.00 il corteo processionale accompagnerà la statua di Santa Barbara attraverso via Della Marra; come da tradizione, la delegazione dell’AMNI (Associazione Nazionale Marinai d’Italia) di Minori, prenderà parte alla celebrazione in onore della loro particolare protettrice. Una festa, questa di Santa Barbara, "ripresa" solo da qualche anno a questa parte ma che durante il medioevo era sentita a Ravello, specie presso il Rione Ponticeto dove, all’interno delle grotte di Santa Barbara, era presente un vero e proprio insediamento ecclesiale che ne venerava le effigi. Oggi, in quelle grotte, rimangono soltanto i resti, ancora visibili, di quel luogo sacro. Nel 2006, l’Associazione Culturale Rebellum, attraverso la passione e l’impegno di Giuseppe Palumbo, Cinzia Maniglia, Giulia Proto e Salvatore Amato, ha dato alle stampe un interessante volume ricostruttivo dell’intera area (disponibile per tutti coloro che ne facessero richiesta anche attraverso questo quotidiano o presso l’edicola di piazza Duomo). E proprio dalla chiesa di Santa Barbara alle Grotte doveva provenire il particolare busto reliquiario raffigurante la Santa originari di Nicomedia (la stessa terra da cui proveniva il nostro patrono San Pantalone)con testa in argento cinta da una corona con gemme d’imitazione. Conservata nel museo del Duomo di Ravello, l’ opera esprime un singolare contrasto tra la stilizzata e la severità della testa in argento e le tipiche forme della scultura in legno di un avanzato barocco. Con una mano protegge la torre mentre con la sinistra teneva una foglia di palma mancante. L’espressione del volto, molto allungato, è segnata soprattutto dal naso oltremodo sottile, dagli archi orbitali accentuati, dagli occhi a mandorla ma con la pupilla intera e marcata. Sottile la bocca ed acuto il mento. Chioma accuratamente disegnata. Notevole la divisione del capo in due sezioni: frontale ed occipitale. In questa sette fori circolari - chiusi da vetri ora mancanti- permettono di osservare la reliquia. La vita di Santa Barbara, come altri santi dei primi secoli cristiani, è avvolta nella leggenda. Secondo i racconti agiografici la fanciulla sarebbe stata rinchiusa in una torre dal padre Dioscoro, funzionario dell’Impero e fervente adoratore degli idoli pagani, che intendeva in tal modo sottrarre la splendida figlia allo sguardo dei numerosi pretendenti. Il battesimo di Barbara e la sua consacrazione al Signore trasformarono, però, l’amore del padre in cieco furore. Sfuggita in un primo tempo alle intenzioni omicide del genitore, grazie ad una roccia che, fendendosi, le aveva offerto rifugio, la giovane venne poi catturata e portata innanzi al prefetto Marciano. Il magistrato cercò in tutti i modi di convincerla all’abiura, le lusinghe e le speranze si trasformarono ben presto in minacce e in crudeli supplizi fino alla decapitazione, eseguita dallo stesso Dioscoro che, dopo aver vibrato il colpo fatale, fu incenerito da una saetta discesa dal cielo.
Le crudeltà e i tormenti più spietati, sopportati dalla fanciulla con eroica dignità, legarono il culto e la devozione verso la santa di Nicomedia ai lavori più pericolosi e duri, connessi all’utilizzo della polvere nera e del fuoco. Le motivazioni possono essere ricercate anche nelle due circostanze ricordate in precedenza (l’apertura della roccia e il fulmine che incenerì Dioscoro) in quanto l’azione di fendere la roccia era una prerogativa del minatore, avvezzo all’utilizzo di esplosivi, mentre l’intervento del fulmine indusse a pensare che la santa ne avesse il dominio. Nel cinquecento, con l’introduzione sistematica della polvere da sparo nella pratica militare, Santa Barbara divenne la patrona degli archibugieri, degli artificieri, dei minatori e degli artiglieri. Nella stiva delle navi, ove si conservavano le polveri, non mancava mai un ritratto della santa affinché il locale fosse protetto dai fulmini e dai colpi di cannone degli avversari, da cui il nome di "santabarbara" dato alla polveriera di bordo. Alla protezione della martire si sono sempre affidati anche i maestri pirotecnici, che nei secoli hanno animato, con esplosioni ed effetti incendiari, commedie dell’arte, naumachie e macchine da festa. Un teatro del fuoco meraviglioso ma anche assurdo, in grado di esaltare ma anche di uccidere attori e registi.
Questa festa ci riporta, quindi, ad un segno antico: il "fuoco", una delle quattro radici eterne o elementi naturali, un simbolo anche ambiguo, se vogliamo, in quanto forza creatrice, regolatrice dell’universo, ma anche fenomeno distruttore mai completamente asservito, da cui è nata una sfida con l’uomo mai definitivamente chiusa. Un "essere vivente", mutabile, che avrebbe accompagnato gli uomini non solo negli eventi più tumultuosi ma anche nei momenti di maggiore coralità e di tensione celebrativa sotto lo sguardo benevolo della splendida Barbara.

www.comitatofesteravello.blogspot.com

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