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Attualità

Riflessioni sulla crisi economico-finanziaria in corso

Scritto da (Redazione), lunedì 27 febbraio 2012 15:37:23

Ultimo aggiornamento venerdì 9 marzo 2012 12:01:18

di Alberto Quintiliani*- Dai, relativamente, pochi mesi in cui è esplosa con fragore la crisi che sta "mordendo" l'Europa, e soprattutto le Nazioni più fragili sul versante economico-finanziario, credo che sia importante fare una breve carrellata per fotografare l'attuale scenario tinto di "grigio tendente al nero" e le conseguenti difficoltà che, a cascata, coinvolgono più o meno tutti: dagli Stati, agli Enti territoriali, alle Aziende, ai comuni cittadini.

Siccome tutti i nodi (prima o poi) vengono al pettine, anche se con ritardo il mondo finanziario internazionale (che già da tempo l'aveva nel mirino) ha avuto la conferma diquanto l'Europa rappresenti un'unione fragile, soltanto formalmente unita, in quanto basata pressoché esclusivamente sulla moneta comune e quindi facilmente vulnerabile ed esposta agli attacchi della speculazione internazionale, senza che disponga (per colpevole scelta di alcuni membri) della "potenza di fuoco" necessaria per fronteggiare e respingere appunto gli attacchi speculativi.

Non esistono infatti, se non in maniera "impalpabile", politiche economiche, fiscali, sociali, comuni e coordinate che abbiano, tra gli altri obiettivi, anche quello dell'equilibrioeconomico-finanziario dei 27 stati membri, pre-requisito che giustifichi l'opportunità e la convenienza dello "stare insieme". La prova di quanto asserito è rappresentata dal fatto che, come noto, non tutti gli stati membri hanno adottato l'euro (Inghilterra, Svezia, Danimarca continuano infatti ad usare la loro moneta) e questa particolarità rappresenta già un'anomalia, che porta conseguenze differenziate, come vedremo tra poco.

Un'altra anomalia si è verificata laddove, senza alcun titolo, né deleghe conferite, la guida monetaria e finanziaria dell'Europa, fino a pochissimo tempo fa è stata "calamitata"dal tandem Germania-Francia, che agivano "motu proprio" in nome e per conto di tutti gli altri Stati membri, tenendo tuttavia ben presenti i loro interessi particolari. Soltanto in questi ultimi tempi cerca di fare "capolino" l'Italia, che, pur essendo un paese fondatore dell'unione, non aveva finora avuto alcuna voce in capitolo in quanto "parente povero" (rating da serie B) nei confronti dell'esclusivo club dei membri operativi, che beneficiavano di un "rating" (una sorta di pagella) di tripla A: Francia e Germania appunto, prima che anche la Francia perdesse questo nobile "status".

Fatta questa breve premessa, che non rappresenta certo una critica all'euro, ma soltanto un'annotazione della sua limitatezza come principale "strumento di gestione" di una realtà complessa come quella europea, cerchiamo di capire le motivazioni principali che sono alla base di questa difficile situazione, definita in Italia con "iperbole" varie: drammatica, tragica, disastrosa, epocale, sull'orlo del precipizio ecc. e cercare di capirne le cause ed il
ventaglio delle responsabilità.

Cominciamo con una domanda relativa al nostro Paese, l'Italia: che cosa è cambiato in maniera dirompente e traumatica, a livello di sistema, in questi ultimi mesi, cioè da quando è esplosa appunto la crisi? La situazione economico-finanziaria di 6 mesi fa, un anno fa, due anni fa a livello "macro" era così profondamente diversa da quella attuale? Analisi tecniche direbbero proprio di no: infatti anche sei mesi fa/un anno fa il debito pubblico italiano (bersaglio prediletto degli speculatori) in valori assoluti ed in rapporto al PIL (prodotto interno lordo) era elevato e (euro più, euro meno) sui livelli attuali (ma anche gli USA ed il Giappone sono in analoga condizione, e non sono stati oggetto di un' "offensiva nucleare finanziaria" come i paesi europei).

Lo stesso vale per le altre problematiche che "attanagliavano" e continuano ad "attanagliare", con pochissime modeste eccezioni, quasi tutti i paesi dell'eurozona: diagramma pressoché piatto sul fronte crescita economica, disoccupazione - in larga parte giovanile - difficoltà delle aziende e delle famiglie, e per l'Italia anche inefficienzepolitiche, sprechi, soffocante burocrazia ed elevatissima incidenza della spesa pubblica.

E allora di chi è la colpa ? a chi attribuire la responsabilità di questa grave crisi? "In primis", naturalmente e come sempre, alla politica, per questo motivo: premesso che l'ansia perenne di primeggiare a livello elettorale, ha colpevolmente precluso per le forze di governo, che si sono nel tempo succedute, la possibilità di "prendere il toro per le corna" ed imporre le misure drastiche ed impopolari necessarie in materia economica-finanziaria-organizzativa, che avrebbero potuto, anche se non certamente annullare, perlomeno gradualmente attenuare i fattori critici consolidatisi nel tempo. Questa situazione di "stallo negativo", protrattasi nel tempo, rappresentava pertanto una immensa ed appetibile "prateria" su cui la speculazione internazionale non avrebbe - come è infatti avvenuto - tardato a scorrazzare.

Sui mercati internazionali girano infatti "montagne enormi" di dollari ed euro, perennemente in caccia della preda debole da "azzannare" per realizzare immensi profitti. Contro questa "mostruosa massa monetaria", che rappresenta un'entità di gran lunga superiore alle intere riserve delle nazioni del pianeta, e che in un mondo globalizzato opera 24 ore su 24, esistono pochi argini. Ricordiamoci che nel settembre del1992 il finanziere statunitense George Soros in un colpo solo riuscì a far svalutare le monete di due Stati sovrani: la lira italiana e la sterlina inglese ( Per far capire l'aggressività e la potenza distruttiva, sotto certi versi incontenibile, della speculazione internazionale, ricordo che nel settembre 1992 - quando ero Direttore del Gruppo di Bari del Monte dei Paschi di Siena - all'inaugurazione della "Fiera del Levante" sentii con le mie orecchie l'assicurazione da parte dell'allora Presidente del Consiglio Amato che la lira (sotto attacco della speculazione internazionale) non sarebbe stata svalutata: era sabato mattina ed il lunedì successivo (nonostante le decise assicurazioni!) la lira fu puntualmente svalutata).

Questa efficientissima "macchina da guerra" rappresentata dalla finanza internazionale per essere (fino ad oggi) imbattibile si avvale (ed è questo il punto nodale) anche della "incestuosa collaborazione" delle famigerate "società di rating": è infatti sufficiente che gruppi di finanzieri internazionali abbiano (molto spesso) in anteprima la notizia (o anche soltanto "rumors") di un possibile declassamento, o soltanto di una prossima revisione al ribasso della valutazione internazionale - operata dalle "tre sorelle padrone dei ratings" (S&PMoody's-Fitch) - di Paesi o Aziende, che provvedano immediatamente ad inondare il mercato di titoli della specie, con lo scopo di far crollare le quotazioni, per un successivo riacquisto a prezzi più bassi, lucrando così la differenza, sfruttando anche (in negativo per il sistema, ma in positivo per loro) il panico generato da queste improvvise "mosse al ribasso" nei confronti dei risparmiatori meno esperti, che temono, con il crollo delle quotazioni, la possibile erosione dei loro risparmi, provocando conseguenti altrettante vendite "prima che sia troppo tardi" e con l'amplificazione ulteriore della caduta delle quotazioni.

E il bello (si fa per dire) è che per influenzare (con le vendite) la discesa delle quotazioni di mercato non è necessaria la proprietà dei titoli (Titoli di stato o Azioni). All'occorrenza intervengono le Banche con il prestito titoli, per il periodo che dura la speculazione dei protagonisti: acquisizione (oltre ai propri) del prestito titoli /vendita a valori di mercato, sempre più calanti/riacquisto a prezzi più bassi per effetto dei volumi di vendite che deprimono le quotazioni/ riconsegna dei titoli alle Banche (ciclo concluso!). Le società di rating fungono pertanto in molti casi da detonatore" per far esplodere "selettivamente" la dinamite in possesso della speculazione.

Questo meccanismo - naturalmente tra altre motivazioni - concorre anche a spiegare il differenziale che esiste (spread) tra il rendimento dei titoli dei Paesi più fragili
dell'eurozona - e quelli tedeschi che rappresentano il "benchmark" (parametro) di riferimento.

Praticamente la speculazione aggredisce sempre la preda più debole (Paese), inondando il mercato con i suoi "Titoli del debito pubblico", determinando così la caduta delle quotazioni, l'ampliamento dello "spread" rispetto a quelli del debito pubblico tedesco ( Bund ) ed il conseguente incremento dei tassi di interesse, e quindi degli oneri finanziari, per il malcapitato Paese nel mirino. Ricordiamoci a questo proposito che i "Titoli di Stato" non sono altro che una sorta di "cambiale" che un Paese firma e colloca sul mercato: è evidente che più sale il rischio (rating negativo) che il Paese non onori la "cambiale a scadenza" e più gli acquirenti pretendono un maggiore interesse e più si amplia la differenza di tasso (spread) con altri emittenti di Titoli di Stato, ma più "virtuosi", e quindi con minori rischi di "default", come è la Germania, nel nostro caso.

In ultima analisi possiamo affermare che il "tasso di interesse" corrisposto dal debitore (Stato, Azienda e anche Privato cittadino) al proprio creditore congloba, oltre alla remunerazione del prestito, anche "il fluttuante prezzo del rischio".

Quanto fin qui detto spiega il motivo per il quale la speculazione internazionale trascura completamente, non considerandole "prede appetibili", in quanto ben difficilmente
aggredibili, i "Paesi Emergenti", i cosiddetti "Paesi B.R.I.C.-Brasile-Russia-India-Cina" le cui economie viaggiano con il "vento in poppa", rispetto ai "sonnacchiosi paesi della "vecchia" Europa".

Le Società di rating costituiscono nell'attualità il "male assoluto", in quanto - avendo ormai da tempo perduto quella loro connotazione originaria di "suggerimento e valutazione dei rischi" ad uso degli investitori - ormai dominano praticamente il mercato: si mettono in cattedra e distribuiscono le pagelle, con la colpevole compiacenza degli Stati, che subiscono tutto in nome della libertà del mercato, che, in campo finanziario, è praticamente senza regole. Per molto tempo nessuno ha denunciato questa situazione anomala, che ha contribuito a condurre alcuni Paesi, fra cui il nostro, nella crisi che stiamo vivendo.

Infatti un'attribuzione improvvisa di un rating basso da parte delle "famigerate società" crea panico ed innesca una spirale recessiva perversa che si riflette su tutti gli "attori" della filiera economica: Stato/Aziende -fra cui le Banche/Cittadini. Soltanto in questi giorni, dopo mesi e mesi di "letargo" - a parte la Chiesa che da qualche tempo ha per prima preso posizione contro lo strapotere della finanza - si sente qualche timida voce di censura da parte dei "mass media".

A questo proposito è pertanto da considerare da "applauso" l'iniziativa del PM di Trani che, di fronte all'inerzia generale, ha finalmente messo ( giustamente ) nel mirino e sta indagando il censurabile comportamento e l'operatività, ai limiti del (quasi certo) conflitto di interessi, di queste "dispensatrici di (insindacabili) voti in pagella", che fanno le fortune o meno di una nazione o di un'azienda.

Un'unione monetaria, quale è quella europea, per arginare questi "nauseabondi" attacchi speculativi dovrebbe avere almeno due efficienti frecce a sua disposizione:
l'emissione di Eurobond europei (titoli comuni europei e quindi non di ogni singola nazione) che eliminerebbero qualsiasi spread di riferimento, livellando sul basso i tassi di interesse) ed una BCE, che come le altre Banche centrali sia pronta a fronteggiare la speculazione anche "stampando moneta", come ha correttamente praticato la FED americana nel 2008, quando scoppiò lo scandalo dei mutui "subprime", scandalo che, se non tempestivamente bloccato, avrebbe potuto avere conseguenze disastrose. Il tutto "condito" dall'introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie speculative (short selling): la "Tobin Tax" (dal nome del premio Nobel James Tobin, che per primo l'ha ideata nel lontano 1972, ed i cui cospicui introiti sarebbero stati destinati - almeno nelle sue intenzioni - a combattere la fame nel mondo).

A tutto questo si oppone, per egoismo di parte (e per le prime due variabili), la nazione più forte dell'eurozona, cioè la Germania, trascurando che l'Europa rappresenta per essa il più grande mercato di sbocco per le sue esportazioni e che la crisi di qualche membro della comunità è direttamente o indirettamente destinata a ripercuotersi inevitabilmente anche sulla sua stessa economia. Su un altro versante è fiera oppositrice della "Tobin Tax - anche qui per esclusivo egoismo di parte - l'Inghilterra, perché teme, con la sua eventuale introduzione, la penalizzazione, o perlomeno la riduzione, degli affari della City. Infine, non certo in ordine di importanza, è assolutamente indispensabile che l'Europa implementi rapidamente una "Società di rating europea" che bilanci e fronteggi lo strapotere delle "famigerate tre sorelle".

Poi domandiamoci il motivo per il quale, se non per il fatto di avere tra l'altro una Banca centrale autonoma, ha consentito alla Gran Bretagna, Svezia, Danimarca (pur facenti parte dell'eurozona, con la prima che non brilla certo dal punto di vista economico-produttivo) di non essere stati minimamente attaccati dalla speculazione internazionale. Comunque la speculazione, come sempre quando può, e forte dei suoi "micidiali arsenali bellici monetari", gioca in grande, poiché il vero obiettivo finale sarebbe l'attacco all'euro (business di ben altre dimensioni), e allora - se non si corre tempestivamente ai ripari - sarebbero veramente dolori, e l'Europa, con i suoi interessi di parte, veti e divisioni, andrebbe incontro al rischio di fare la fine dei "polli di Renzo".

Per far capire l'importanza e la forza smisurata che hanno assunto nel tempo questi "dittatori della finanza" ricordiamoci che "Standard & Poor's" (pur con clamorosi errori tecnici) è arrivata al punto di declassare il rating della prima nazione del mondo (gli USA), facendogli perdere la tripla A e subire le "bacchettate" della Cina (larga detentrice dei titoli del debito pubblico americano), così che, nel panorama internazionale, per un periodo di tempo (cosa semplicemente ridicola) la Francia (fino a che non è stata declassata a sua volta) ha avuto un rating superiore a quello degli USA. Ricordiamoci infine che questa stessa agenzia aveva in precedenza "benevolmente" attribuito un rating di massima affidabilità a Società andate poi in "default" come la "Lehman Brothers".

Sull'argomento poniamoci poi qualche altra domanda, dopo la seguente premessa: E' noto che è prassi usuale corredare le emissioni obbligazionarie internazionali di società di elevato "standing" con un "rating". Le Società emittenti, prima del collocamento dei titoli, commissionano l'attribuzione del proprio rating ad una società specializzata, per il "confezionamento" di queste pagelle, che influenzano in maniera determinante i tassi di interesse ed i conseguenti oneri finanziari (in larga parte, se di dimensioni adeguate, l'incarico va naturalmente attribuito alle "famigerate sorelle" ). A questo punto si impongono due domande naturalmente "retoriche": 1) chi corrisponde la parcella per il servizio reso? 2) esiste un conflitto di interessi tra il "valutante" ed il "valutato"?" Come diceva il Manzoni: "Ai posteri l'ardua sentenza!"

Non potendo utilizzare gli opportuni strumenti sopra indicati le nazioni più fragili dell'eurozona: essenzialmente Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna ( i cd. P.I.G.S.), con
l'aggiunta ultima (in ordine di tempo) dell'Italia, per cercare di arginare la speculazione e difendere lo spread, sono state costrette a varare singolarmente "in ordine sparso" (e l'Unione Europea?) una politica di "lacrime e sangue" che relativamente all'Italia ha fatto impennare la già elevatissima tassazione, elemento questo assolutamente negativo, che deprime e rende oltremodo difficoltose le possibilità di crescita, amplifica i timori ed il disorientamento della popolazione, con conseguente "stallo" degli investimenti e dei consumi e ridimensiona gli effetti benefici che deriveranno dalle economie di spesa intraprese, dalle liberalizzazioni in atto, ed altre meritevoli iniziative e che, come ci insegna l'economista americano "Arthur Laffer" con il suo famoso diagramma, può favorire se non addirittura incentivare l'ulteriore incremento della già elevata "evasione fiscale".

Infine questo scenario coinvolge anche le Banche - importantissimo ed insostituibile anello della filiera economica - che, tra l'altro, sono anch'esse nel mirino della speculazione: queste ultime hanno già da tempo iniziato a lesinare il credito alle aziende, sia per il crescere delle insolvenze, sia per le limitate risorse finanziarie a disposizione (nonostante il recente supporto della BCE), innescando un circuito perverso di mancati pagamenti a vicenda, che coinvolgono tutti gli attori della catena operativa.

Considerando le scene di questo "film", le cui immagini più interessanti sono state sopra proiettate, è veramente difficile ipotizzare una ripresa dell'economia, delle aziende,dell'occupazione ed un miglioramento della qualità della vita delle famiglie, una ripresa che gli esperti delle previsioni (che come noto - analogamente ai maghi, sciamani, stregoni e fattucchiere - dispongono della necessaria sfera di cristallo, attraverso la quale leggono il futuro!) "sentenziano", se tutto va bene, ed in percentuali modeste soltanto a partire dal 2013.

*Dirigente Centrale Monte dei Paschi di Siena attualmente in pensione

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