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Attualità

Auditorium di Ravello

Scritto da Rino Mele (redazione), lunedì 1 febbraio 2010 10:25:29

Ultimo aggiornamento lunedì 1 febbraio 2010 10:25:29

L’Auditorium di Ravello dà immediatamente un’immagine drammatica, immane bocca spalancata di un tunnel (evoca la guerra e l’urgenza di rifugiarsi) poi entri e lì dentro trovi una grande pedana articolatissima, sorprendente palcoscenico, i posti degli spettatori, 400, messi a scalea ripida fanno ricordare un addolcito Teatro anatomico (tagliato a metà nel senso dell’altezza) come quello dell’Università di Padova in cui la visione era perfetta, e le lezioni di anatomia nella cruda dissezione dei cadaveri sembravano rivolgersi a ognuno degli studenti di cinquecento anni fa.

L’Auditorium è sorto sui vecchi terrazzamenti di Ravello (se guardi in alto, vedi la strada antica delle grandi famiglie, ora gli alberghi maggiori, Caruso, Sasso, Palumbo, poi Villa Episcopio): la Soprintendenza s’era opposta quando il proprietario aveva chiesto di realizzarvi un garage -e giustamente per non turbare il lineare digradare del paesaggio- poi ha permesso di porvi quest’immane tunnel allo scoperto. Dal paese non puoi vedere, da nessun punto prospettico, l’intera struttura ma se, tornando a Salerno, ti fermi nell’ultimo lembo di Maiori, davanti all’Hotel Splendid, e voltandoti guardi quella vela dei monti Lattari su cui sorge Ravello t’accorgi subito di come il bianco e allegro grande scafo capovolto esorbiti su tutto, è lui il centro del paesaggio, ne divora le linee, le riconduce alla sua compatta possanza.

La curva d’ingresso dell’Auditorium è leggera, appartiene al disegno, la bocca aperta della pietra nel sogno della matita di Niemeyer che sa quanto difficile sia disegnare la realtà quando ancora non c’è, la passione pensata, figurarne la necessità, il progetto-sorgiva. Così, dieci anni fa, consegnò a Domenico De Masi la sua viva proposta, e in quel disegno tutto appariva lieve, ma quei segni erano solo il suono di un manufatto che sarebbe diventato inevitabilmente pesante, doveva gravare sulla montagna e premerne l’antico equilibrio: la stessa parete di destra, quella che s’oppone all’ingresso e che l’attento ingegnere Gerardo Trillo ci ricorda che è "modulabile", a vederla dall’esterno sembra tagliata, priva di ogni comunicazione.

E anche la curva parete di fondo, che all’esterno è rivolta al mare ed è parallela allo scendere del monte, esprime una gloriosa pesantezza come se l’auditorium fosse fermo in attesa. L’interno invece (e giustamente Gerardo Trillo parlava ieri, nel presentare l’Auditorium ai primi visitatori, dello stretto legame tra funzionalità e tecnica) è un’opera che risponde con compiutezza allo sguardo dello spettatore che l’interroga, cominciando dalla volta, "una cupola di calcestruzzo alleggerito" (dovremo solo immergerci, al più presto, nel suono dei suoi concerti). L’impressione che ne ho ricavato è doppia: la leggerezza dell’idea-disegno che ancora traspare nel grande arco e la troppo concreta possanza dell’opera, anche forse per la difficoltà di realizzare una struttura così complessa e compiutamente funzionale libera dal suo pesare nello spazio.

Tutto è partito da quel segno, poi, il lavoro dello strutturista l’ing. Sussekind e di altri ingegneri e architetti del gruppo ADHOC, costretti a decodificarlo, nella contraddizione di uno scavo, archeologia di un linguaggio futuro. In un libretto molto utile di Domenico De Masi ("Ravello", ed. Avagliano) l’autore riporta un brano pungente di "L’immoralista" di Gide: "Vicino a Salerno, lasciando la costa, avevamo raggiunto Ravello. L’aria più pungente, la seduzione delle rocce piene di anfratti e sorprese, la profondità misteriosa dei precipizi, accrescendo le mie forze e la mia gioia, favorirono nuovi slanci. Più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva, Ravello sorge su una balza scoscesa di fronte alla riva piatta e lontana di Paestum".

Era questo lo spazio che Niemeyer avrebbe dovuto direttamente studiare, analizzare, per rendere credibile la comunione tra il sogno della sua matita e la terra che doveva accoglierlo. Non è stato possibile e la progettazione ha trovato vita in una faticosa e studiata operazione in cui la forma esterna dell’Auditorium (nel comunicare la rappresentazione del suono) e il complesso apparato tecnologico per sostenere quel lieve segno d’aria che Niemeyer aveva disegnato, hanno dovuto imparare a coesistere. Difficile dare un giudizio: il disegno-progetto di Niemeyer era bello, un "dono", non c’è stato compenso, quella forma poi s’è appesantita, è diventata invasiva nell’ambiente, mentre la struttura interna appare funzionale (ascolteremo presto i primi concerti).

La mano quand’è chiusa ospita lo spazio costretto che la forma del dorso già prevede. E’ così per il Niemeyer di Ravello?

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