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Pasquale Mirra, storia di musica e di successo /VIDEO

Scritto da (Redazione), sabato 28 maggio 2011 08:58:20

Ultimo aggiornamento lunedì 30 maggio 2011 18:57:32

Pubblichiamo intervista a Pasquale Mirra, musicista originario di Ravello realizzata da Vincenzo Roggero per il sito "All About Jazz"

Pasquale Mirra e il vibrafono. Una storia che parte da pentole, tegami e tamburi di latta, prende forma nei corridoi del conservatorio, incomincia a concretizzarsi nelle serate estive di Ravello, e spicca il volo grazie all'ascolto di alcuni dischi. Ma è una storia che è solo agli inizi perché il vibrafono è uno strumento relativamente giovane e c'è ancora molto da sperimentare e da inventare. Non ha ancora inciso da leader ma vanta un sodalizio con il grande Hamid Drake che dura da quattro anni e va ben al di là del momento musicale, e collaborazioni eccellenti, da far letteralmente tremare i polsi, come ci racconta in questa chiacchierata.

All About Jazz: Partiamo dallo strumento che suoni. Il vibrafono non è certamente tra i più inflazionati per chi si avvicina alla musica in generale e al jazz in particolare. Come è avvenuto il tuo incontro con questo strumento?

Pasquale Mirra: All'età di quattro anni mia madre, esasperata dal continuo rumoreggiare su pentole e tegami, mi regalò un tamburo di latta. Il mio amore verso questo giocattolo portò i miei genitori a far di tutto affinché continuassi a coltivare questo interesse, così dopo un po' mi regalarono il primo rullante. Iniziai così a studiare solfeggio e a far parte, alla tenera età di sei anni, della banda del mio paese. Più tardi mi iscrissi al conservatorio di Salerno. Ricordo ancora il mio primo giorno: percorrendo il lungo corridoio dell'istituto avvertivo un suono magico che mi riportava alla mente le fiabe che mia madre mi raccontava per farmi addormentare. Il mio desiderio era che quel suono provenisse proprio dall'aula delle percussioni. Una volta entrato scoprii con grande entusiasmo la presenza imponente e affascinante del vibrafono. Cominciarono così i miei primi ascolti, tra i quali Lionel Hampton, Milt Jackson, Red Norvo.

AAJ: Questi ascolti ti sollecitarono ad approfondire lo studio dello strumento ?

P.M.: Certamente! Terminati gli studi della scuola superiore decisi di frequentare dei corsi di specializzazione, trasferendomi a Roma. Nei periodi estivi, durante le vacanze, facevo rientro in costiera amalfitana a Ravello (mio paese natale), dove iniziarono le mie prime esibizioni da vibrafonista. Spesso si suonava per turisti americani e questo permetteva a noi musicisti di ampliare ogni volta il nostro repertorio mainstream.

AAJ: Poi un disco cambiò per la prima volta il corso della tua storia...

P.M.: Proprio in quel periodo mi capitò tra le mani un disco intitolato Porciville dello Specchio Ensemble registrato per l'etichetta Bassesfere, collettivo di musicisti riuniti nell'intento comune di sviluppare e divulgare il linguaggio della musica improvvisata, divenuto negli anni '90 il principale riferimento per il jazz d'avanguardia bolognese (...ma non solo!). Il forte interesse verso la loro musica mi spinse a trasferirmi a Bologna. Qui incontrai alcuni musicisti del collettivo tra cui il sassofonista Edoardo Marraffa che dopo qualche suonata casalinga in duo mi propose di far parte del suo trio "Mrafi" formato da Antonio Borghini al contrabbasso e Cristiano Calcagnile alla batteria. Ricordo che in quei mesi dovevano esibirsi in concerto per la trasmissione Battiti di Radio Rai 3 presso gli studi di via Asiago e si decise di andare in quartetto.

Furono giorni intensi di prove, il mio primo approccio con una scrittura diversa da quella che fino ad allora avevo praticato, ovvero un insieme di linee, dove i temi avevano un ruolo cardine, un'idea più contrappuntistica rispetto a quella che avevo praticato fino a quel momento. Anche se oggi mi sembra abbastanza scontato, allora per me rappresentava un mondo totalmente nuovo. Mi risultava davvero difficile l'idea che i brani venissero trattati sottoforma di suite con l'improvvisazione a fungere da filo conduttore, e senza decidere a priori l'ordine di esecuzione dei brani (non era prevista la cosiddetta scaletta).

Il ricordo di quel concerto è ancora forte, per fortuna andò tutto per il verso giusto e il buon Pino Saulo decise di pubblicare quella registrazione nel 2006 per la collana Tracce di Rai Trade con il titolo La terra di Giubba. Sono passati cinque anni e si continua a lavorare in quartetto, c'è una forte coesione tanto che l'anno scorso abbiamo sentito l'esigenza di registrare Desertificati, il nostro secondo disco. In quegli stessi anni diventai membro del Collettivo Bassesfere. Poter suonare e parlare di musica con quei musicisti era davvero affascinante perché liberava una quantità di stimoli infinita e mi fece conoscere via internet artisti nuovi che non avevo mai sentito nominare. Senza dimenticare l'entusiasmo con il quale riuscimmo a organizzare rassegne e concerti in città. Abbiamo da poco registrato il nuovo disco del Collettivo e credo che per il prossimo autunno riusciremo a pubblicare questo nuovo lavoro, ovviamente con la nostra etichetta!

AAJ: E poi irruppero nei tuoi ascolti Out to Lunch di Eric Dolphy e Looking Ahead di Cecil Taylor...

P.M.: Ne rimasi folgorato! E il mio stile subì un vero e proprio cambiamento. Quegli ascolti mi fecero capire quale era il suono del vibrafono che era nascosto nel mio pensiero e nel mio corpo. Provo a spiegarmi meglio. Adoro infinitamente il suono di vibrafonisti quali Lionel Hampton, Milt Jackson, Walt Dickerson, Earl Griffith... tutti musicisti che suonano con due battenti e intendono il vibrafono principalmente come strumento melodico. Ascoltandoli mi sembrava che il suono prodotto, anche se in maniera diversa tra loro, fosse alquanto aggressivo, pungente, spigoloso e, nel caso di Milt Jackson, ricco di blues. Negli anni nacque però la necessità di ampliare le possibilità dello strumento e la più grande evoluzione fu quella di introdurre l'utilizzo dei quattro battenti (quella che oggi utilizziamo tutti, per intenderci). Ciò ha certamente aumentato a dismisura le possibilità armoniche, ma ai danni di un suono "sdolcinato e ammiccante," che ricorda in qualche modo la musica trasmessa dagli ascensori degli alberghi (che non amo affatto!). Credo che la causa sia da ricercare in qualche metodo molto utilizzato in fase di studio...

Ovviamente il problema non è nel numero di battenti che vengono utilizzati, ma piuttosto nel tipo di ricerca e di idea che si ha del suono. Bobby Hutcherson, ad esempio, pur servendosi dei quattro battenti ha sempre prestato molta attenzione nel conservare le peculiarità citate in precedenza cercando e riuscendo comunque ad apportare nuove forme evolutive. Ecco, per me il suono (ma anche il ruolo) del vibrafono è precisamente quello dei due dischi che hai menzionato, ma spesso ci si confonde tra perfezione ed evoluzione, che non hanno lo stesso significato e non sono necessariamente correlate.

AAJ: Nel 2006 l'incontro con Butch Morris, un mostro sacro dell'improvvisazione e della tecnica denominata conduction. Come fu l'impatto con quell'approccio del tutto particolare? Cosa hai conservato di quella esperienza?

P.M.: ...Eh si, Butch Morris è un vero mostro sacro. Quando vado con il pensiero a quella esperienza sorrido perchè i ricordi sono molteplici e di vario tipo. Ricordo che Butch inviò tramite l'organizzazione del Festival una mail in cui vi era una scheda con le spiegazioni dei segni che avrebbe utilizzato durante la Conduction e che andava studiata in maniera approfondita. Cercai di ripassarli più volte ma erano davvero molti da ricordare anche perché avevamo solo tre giorni di prove prima del concerto commissionato dall'Angelica Festival di Bologna.

Il primo giorno ci accorgemmo di avere di fronte una persona molto severa e con poca pazienza, non amava scherzare ed era piuttosto rigido. Già dai primi minuti pretendeva che noi riuscissimo a capire i suoi segni e tradurli immediatamente in musica, ma ti assicuro che non è tutto così immediato. Ai primissimi errori si innervosiva, gridava e addirittura offendeva, tra i musicisti si respirava aria di tensione e di insoddisfazione espressa da frasi del tipo: "Ma chi me l'ha fatto fare di venire..." "Se avessi saputo...!". Qualcuno si arrese e non si presentò più.

Poi però il concerto fu fantastico, suonammo tutti benissimo, applicammo i suoi segni alla perfezione e Morris dopo il concerto si dimostrò una persona tenerissima, completamente diversa da quella conosciuta alle prove. Oggi ritengo che sia stata un'esperienza unica e quando riascolto il disco resto meravigliato della bellezza della musica, sembra un gruppo che suona insieme da tanti anni e questo grazie alla sua severità e intransigenza in fase preparatoria.

AAJ: Fred Frith ed il suo progetto Tessitura ti hanno invece portato nei territori dell'elettronica applicata ad uno strumento acustico per eccellenza come il vibrafono. Come hai lavorato su questo nuovo aspetto? Pensi che possa portare il vibrafono verso una nuova dimensione?

P.M.: Il progetto Tessitura consisteva in un connubio tra strumenti elettronici e strumenti acustici, ma vedere da vicino come Fred Frith lavorava sulla sua chitarra mi ha invogliato a trovare un modo per poter applicare l'elettronica al mio strumento. A dire il vero già stavo pensando a qualcosa di simile, infatti avevo da poco comprato un vibrafono midi, dapprima pensando che potessi risparmiarmi la fatica nel trasporto di quello acustico e quindi come sostituto di quest'ultimo, ma dopo qualche tempo mi arresi per l'inefficacia dei risultati.
Quindi installai dei programmi musicali sul computer e provai ad utilizzarlo come strumento da affiancare a quello acustico come un modulo, una fonte di suoni, ma neanche questo passaggio mi convinse tantissimo, evidentemente non avevo un feeling particolare con i pad di gomma.
Decisi quindi di trovare un modo per applicare l'elettronica ad un vibrafono acustico e così comprai un sistema di amplificazione che prevedeva un microfono a contatto sotto ogni singola nota del vibrafono. A questo nel tempo ho aggiunto degli effetti - un distorsore, un octaver, un reverbero, un delay etc. - che ne modificano il suono rendendolo a dir poco straordinario.

AAJ: Nei tuoi concerti utilizzi l'archetto per sfregare le lamelle, panni per coprirle, insomma una serie di oggetti che possono aumentare la gamma espressiva dello strumento. Pensi che ci sia ancora tanto da inventare sulle sue potenzialità?

P.M.: Sfregare le singole note con l'arco di un contrabbasso avendo il distorsore attivato produce un suono simile a quello di una chitarra distorta, insomma è un po' come sentirsi il Jimi Hendrix del vibrafono! L'archetto sul vibrafono viene utilizzato da tantissimo tempo, per esempio i primi vibrafoni con sustain avevano la tastiera posizionata in maniera leggermente obliqua, e le note non venivano percosse da battenti ma sfregate con l'archetto. Mi piace sperimentare sul vibrafono oggetti che mi incuriosiscono, qualcuno funziona qualcun altro no ma in questo modo ho la possibilità di trovare colori nuovi e interessanti. Costruisco per esempio bacchette di diverso tipo, guanti preparati da indossare per poi sfregare e/o percuotere sullo strumento, utilizzo rotoli di carta alluminio, alcune penne dal suono meraviglioso, pezzi di legno a cui sono affezionato. Suono uno strumento relativamente giovane e sono fermamente convinto che ci sia ancora tanto da inventare e sperimentare, anche in maniera divertente!

AAJ: Quattro anni fa inizia l'avventura più longeva e significativa del tuo percorso artistico, quella con il batterista e percussionista Hamid Drake.

P.M.: Collaborare con Hamid per me ha un significato che va oltre la musica e lo stile. Ogni concerto in duo non è limitato al momento (seppur immenso) dell'esibizione ma è un qualcosa che va ben oltre, una sensazione così emozionante che è impossibile trovare le parole giuste per poterla descrivere. La sua infinita esperienza musicale, i suoi racconti durante i nostri viaggi e i nostri trasferimenti, la sua grande umanità e la sua profonda dimensione mistica rappresentano per me una continua fonte di ispirazione.

Nei nostri primi concerti la musica partiva dalla totale improvvisazione ed io avevo la possibilità, suonando l'unico strumento armonico e melodico, di spaziare a mio piacimento e di riunire per esempio brani diversi in forma di suite. Il nostro modo di procedere mi ricordava il lavoro di un artigiano intento a modellare e dar forma ad un vaso di argilla, fino al prodotto finale.
Poi sono arrivati i suoi racconti sulla lunga collaborazione con Don Cherry e così ci venne l'idea di suonare qualche brano di questo straordinario trombettista, e poi altri racconti ed altri brani da inserire nel repertorio tra cui qualche mia composizione originale scritta appositamente per il duo.

Son ormai passati quattro anni fantastici ed ogni volta che si suona assieme la musica assume una forma diversa e questo è un elemento che ci diverte tantissimo. L'estate scorsa Hamid mi ha coinvolto in altri progetti, formazioni più grandi che richiedono esperienze e approcci diversi, nuovi stimoli e nuove emozioni. Tutto molto bello. Proprio come essere su una giostra e ad ogni giro avere la possibilità di crescere... che dire!

AAJ: L'ultima tua fatica discografica, ancora un duo, ma questa volta con il chitarrista Domenico Caliri, è uscita per la Palomar di Giovanni Maier e si intitola Tutto Normale. Tutto normale mica tanto visto che il contenuto del CD si discosta parecchio dalle cose fatte in precedenza. Ci puoi dire come è nato questo sodalizio?

P.M.: Con Domenico c'è un rapporto molto particolare che va ben oltre la musica. Mi venne presentato da altri musicisti quando nacque in me l'esigenza di approfondire argomenti legati all'armonia e al linguaggio musicale in generale. Così cominciai a studiare con lui. Dopo qualche anno ci ritrovammo a far parte dello stesso gruppo e da quel momento le collaborazioni si sono ampliate.
Per un lungo periodo abbiamo abitato quasi uno di fronte all'altro e questo ha permesso di incontrarci frequentemente e di consolidare la nostra amicizia. Quasi per gioco abbiamo cominciato a suonare in duo e ci divertiva molto l'idea di metter su un progetto comune. Abbiamo lavorato intensamente per un anno, qualche arrangiamento è stato studiato a tavolino, qualche altro è stato suggerito dalle tante suonate casalinghe, qualche altro ancora durante i nostri viaggi in autostrada.
Tra le varie frasi scritte nelle note di copertina (sempre da Domenico) quella che più mi ha colpito è la seguente: "Normale è tutto quello che può essere cambiato in qualcosa di diverso".

AAJ: E la svolta verso sonorità quasi cool presente nell'album?

P.M.: Non ho mai amato classificare la musica in generi musicali, credo che questo sia più un'esigenza dei critici. Quando penso al mio lavoro, alla mia passione immagino ad una persona che si occupa di una musica la cui origine è afroamericana, ma collocata in un periodo e in un contesto sociale particolare. La mia formazione è avvenuta attraverso lo studio degli standard e il mio amore verso questi è sempre vivo. La nostra idea era il recupero di brani poco suonati, rielaborati attraverso la nostra personalità e le nostre esperienze musicali. Abbiamo arrangiato e registrato anche due brani del repertorio classico, ovvero "Airs à Faire Fruirer" tratto da i Pièces Froide composti da Erik Satie e il Preludio XX di J.S.Bach. Insomma abbiamo scelto quanto più ci piaceva e ci divertiva suonare. Il titolo Tutto Normale è la diretta conseguenza di qualcosa di importante che ha colpito entrambi nel periodo della registrazione, qualcosa che ha lasciato in noi un segno indelebile e profondo.

AAJ: Collabori spesso con i musicisti de El Gallo Rojo. Pensi che a Verona si stia ripetendo quello che anni fa accadde a Bologna con l'esperienza Bassesfere?

P.M.: Vorrei saper rispondere a questa domanda, ma non sono in grado di farlo. Non ero ancora arrivato a Bologna quando nacque il Collettivo Bassesfere e quanto accadeva in città mi è stato raccontato, di conseguenza posso solo immaginarlo. Sicuramente ciò che accomuna i due collettivi e l'intento di unire musicisti tra loro affini per permettere di divulgare il più possibile la propria musica. Collaboro molto con i musicisti de El Gallo Rojo e ho registrato diversi dischi pubblicati dalla loro etichetta e questo mi rende felicissimo; è un collettivo fantastico formato da musicisti che hanno in comune non solo un background jazzistico ma anche una forte curiosità verso tutte le altre forme musicali, cosa in cui mi rispecchio totalmente. Credo di avere quasi tutti i dischi che nel tempo hanno pubblicato e non ricordo di avere ascoltato qualcosa che non mi piacesse.
Occuparsi di un'etichetta discografica, visto lo stato attuale del nostro paese non è cosa semplice, ma loro attraverso l'autofinanziamento ed enormi sacrifici ci riescono benissimo, merito della profonda passione che mettono in quel che fanno.

AAJ: Un musicista per il quale faresti qualunque cosa pur di suonare insieme?

P.M.: Non ho mai avuto il tempo per pormi questa domanda. Faccio e avrei fatto qualsiasi cosa pur di suonare con i musicisti con cui ho collaborato e/o collaboro. Non riesco a capire invece, il motivo per il quale con un certo tipo di progetti risulta più difficile "circuitare". Ad esempio, abbiamo appena terminato la registrazione del nuovo disco di Piero Bittolo Bon Jump the Shark, adoro quel gruppo e ritengo che Piero sia un musicista ed un compositore straordinario, ma i larghi consensi e le ottime recensioni ottenute dal primo lavoro non hanno purtroppo prodotto un'adeguata attività concertistica.

In Italia abbiamo un numero smisurato di Festival, con ampie programmazioni dove però suonano sempre gli stessi dieci al massimo quindici musicisti. Direttori artistici poco curiosi rispetto a quello accade sul nostro territorio, dove tanti musicisti eccellenti fanno enorme fatica a farsi conoscere e a divulgare la propria musica. Viviamo in uno Stato che non aiuta chi si occupa d'arte e dove la cultura non è per nulla considerata, come invece accade nei paesi del nord Europa, oppure in Francia, in Germania. Credo di essermi allontanato dalla tua domanda ma è una situazione che mi preoccupa molto, soprattutto in quest'ultimo periodo, e ho sentito la necessità di esternarla. Nel frattempo mi è venuto in mente con chi collaborerei più che volentieri: il sassofonista e flautista Henry Threadgill ed il vibrafonista Jason Adasiewicz.

AAJ: Progetti presenti e futuri?

P.M.: A maggio mi esibirò, in qualità di xilofonista, con l'Orchestra Mozart di Bologna per uno spettacolo al Teatro dell'Antoniano. Non ti nascondo che sono orgoglioso di questa collaborazione ma anche abbastanza teso. Mi interessa molto collaborare con artisti che si occupano di altre forme espressive. Ho un progetto con un ballerino indiano, con il quale l'anno scorso ci siamo esibiti in diversi Festival d'Arte e spero che quest'anno si riesca ancora a lavorare.
Altro progetto che cerco sempre di portare avanti è il mio solo, dove suono vibrafono, xilofono, glockenspiel, utilizzo una serie di megafoni con i quali creo dei loop analogici, attraverso un sistema abbastanza inusuale, diversi strumenti a percussione e qualche giocattolo con cui interagire. Il nome del progetto è "Moderatamente Solo". E poi a giugno una collaborazione per me straordinaria della quale però preferisco ancora non parlare. Progetti futuri? Sicuramente l'idea di registrare un disco da leader e assumermi tutte le responsabilità!

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