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Personaggi

Peppino, naturale e strafottente

Per chi non ha mai voglia di dormire

Scritto da (Redazione), venerdì 10 novembre 2017 11:28:16

Ultimo aggiornamento venerdì 10 novembre 2017 11:28:16

di Paolo Spirito

Giuseppe Patroni Griffi (Napoli 1921-Roma 2005) amava definirsi scrittore (oltre ad alcuni racconti ha pubblicato i romanzi "Scende giù per Toledo", "La morte della bellezza", "Del metallo e della carne" e "Allium"), ma la sua attività artistica, sin dal 1957, s'è concentrata sul teatro: come commediografo ("Metti, una sera a cena" è il suo testo principe), e come regista (dal 1965 al 2005 ha allestito oltre sessanta tra commedie, tragedie e opere liriche). È stato inoltre autore di film di successo. Per la televisione, colossali le dirette in mondovisione dell'opera pucciniana Tosca, nei luoghi e nelle ore diTosca (1992) e della Traviata di Verdi da Parigi (2000), che ricevettero entrambe i prestigiosi Emmy Award.

Di Giuseppe Patroni Griffi si conoscono i romanzi, le commedie, le sceneggiature e i film. Di recente, in "Metti una sera a cena con Peppino", Antonio Castaldo e Giuseppe Patroni Griffi junior, pronipote dell'artista, in un film elegante e mai stancamente celebrativo, hanno riproposto la vita e l'arte di PeppinoPatroni Griffi, un vero signore che sapeva scrivere delle persone e dei sentimenti, anche quelli sporchi perché reali. Peppino stesso è una delle persone naturali e strafottenti, per citare una sua commedia teatrale. Intellettuale poliedrico, scrittore, drammaturgo e regista, nasce a Napoli il 27 febbraio del 1921 da un'aristocratica famiglia di origine pugliese. Dal ‘44 fa parte di un gruppo di giovani tutti legati dalla passione per la letteratura che poi si chiameranno i ragazzi di via Chiaia, tra i quali Francesco Rosi, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, Maurizio Barendson, Francesco Compagna, e, di soli due anni più giovane, anche Giorgio Napolitano. E' invece scivolata nel dimenticatoio la lunga collaborazione giornalistica che il commediografo di "Metti, una sera a cena", "D'amore si muore", "Anima nera" sino all'ultimo "Prima del silenzio", scritto e dedicato a Romolo Valli, ultimo testo rappresentato dal grande attore prima della sua tragica scomparsa nel 1980, ebbe con "Il Messaggero" (tra il 1963 e il 1974) e il "Corriere della Sera"(5 articoli nel 1984). A scovare gli articoli è stato Fausto Nicolini, amico e assistente teatrale del regista, che li ha raccolti nel volume "Peppino naturale e strafottente" Editoriale Scientifica. "L'attività giornalistica era per lui un esercizio di scrittura, una specie di ginnastica" ricorda nella presentazione Raffaele La Capria, ex compagno di studi, provando ad esprimersi con non minore creatività che nei racconti. Come nell'ampio reportage dall'Unione Sovietica degli anni '60, dove "Mosca è una vecchia massaia" e "Leningrado un fanciullo discolo". Le pagine sono ricche di immagini, situazioni, incontri, imbarazzi, sorprese e interrogativi di fronte "a una serietà di vita ammirevole e allo stesso tempo asfissiante", a stupende professionalità artistiche profuse "ad arti non liberalizzate, al muro di paura ingiustificata, che i dirigenti sovietici nutrono, di dare ossigeno alla loro classe intellettuale". Spicca solo il profilo alto del poeta Evtushenko, "il siberiano, alto, solido, robusto, impenetrabile come il suo inverno". La scrittura liquida e immediata dell'elzeviro di Patroni Griffi produce, pertanto, divagazioni, slittamenti tematici e piccole-grandi epifanie visionarie, che sono già sequenze cinematografiche "in nuce": Roma sotto un'improvvisa nevicata, oppure invasa dagli abominevoli bus a due piani, o il declino di Via Veneto sul finire degli anni '60, "con troppa gente qualunque".

Gli articoli, che rivelano ai lettori un talento insospettato, toccano gli argomenti più svariati, mostrando uno spaccato storico della nostra società dell'epoca. Si aggiungono, poi, alcuni diari di viaggio, come quello già ricordato nell'Unione Sovietica del 1963, in piena guerra fredda. Ma per il suo curatore la raccolta è anche l'occasione di far emergere lati poco o per nulla conosciuti dell'amico Peppino, intellettuale impegnato ma anticonformista, emblema di una Napoli nobilissima di cui incarnava l'anima estetica e decadente. Oggi, purtroppo, di Patroni Griffi non si ricordano in molti, troppo pochi ne parlano. Tra le personalità più versatili ed innovative del panorama culturale italiano del secondo Novecento, provocatore in un'epoca in cui non conveniva esserlo, Patroni Griffi è stato un artista libero nel raccontare le ipocrisie borghesi, i "travestimenti" dell'anima. Il libro, tra i suoi meriti, ha quello di riaccendere l'attenzione sul regista che amava la scrittura ("Voglio sentirmi superiore ai registi, loro non sanno scrivere", diceva). Non esiste una vasta bibliografia critica sull'opera di Giuseppe Patroni Griffi. L'ultimo studio, di autori vari, risale al 1998, e fu curato da Alberto Bentiglio, certo più approfondito di quello pubblicato da Curcio nel 1980, in un cofanetto in cui c'era anche una monografia dedicata a Franco Parenti. Ci piace ricordare Mariano D'Amora, che per il suo volume dedicato all'autore napoletano, "Gli amici dei miei amici sono miei amici - La letteratura e il teatro di Giuseppe Patroni Griffi", Bulzoni Editore, ha lavorato su materiali in parte inediti, posseduti da Fausto Nicolini, aiuto regista di Patroni Griffi, ovvero su manoscritti originali, filmati, fotografie oltre che su un ricco apparato di recensioni che hanno reso più viva la sua trattazione. Ben venga, quindi, questa riproposizione degli articoli di Patroni Griffi pubblicati su "Il Messaggero" e il "Corriere della Sera" realizzata da Fausto Nicolini, che ci restituiscono il fascino, il coraggio, e anche la verace sfrontatezza di uno tra gli intellettuali più veri che il Paese abbia mai avuto, anche se non possiamo non concordare con Raffaele La Capria quando scrive che "Patroni Griffi ha avuto una notorietà più spettacolare che sostanziale, e non ha visto riconosciuti i suoi meriti di scrittore, come gli sarebbe dovuto." E per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e apprezzarlo, ciò rende la sua assenza ancora più sofferta.

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