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La Magna Grecia della Campania: dagli Osci ai Romani

Scritto da Giuseppe Gargano (Redazione), venerdì 20 luglio 2012 08:25:00

Ultimo aggiornamento domenica 22 luglio 2012 11:33:57

di Giuseppe Gargano - Quinto Ennio, nativo di Rudiae, affermava di possedere tria corda, cioè tre cuori: uno osco, un altro greco e il terzo latino. Parlava, quindi, le tre lingue maggiormente diffuse, insieme all'etrusco, sulla penisola italica nell'antichità.

Il territorio dove visse la fanciullezza era stato occupato dagli osci, una popolazione indoeuropea che si era estesa tra la Campania, la Puglia settentrionale e la Lucania e che si distingueva in alcune tribù, le quali avevano in comune la lingua, nonché usi, costumi e religione.

I greci, che giunsero nella parte meridionale dell'Italia, da loro denominata Esperia, cioè "terra del tramonto", in quanto posta ad occidente della Grecia, individuarono quattro distinte popolazioni italiche in qualche modo associabili agli osci: gli ausoni, gli enotri, i bruzi, gli japigi; a questi occorre aggiungere anche i lucani.

Gli osci della Campania fondarono alcune città, destinate a diventare famose in particolare al tempo del primo secolo dell'impero romano.

Forse una delle più antiche dovette essere Stabiae, dove è accertata una necropoli dell'VIII secolo. Ma ancor più suggestiva è di certo un'altra necropoli, individuata nel casale Bomerano di Agerola sin dagli anni '70 del secolo appena trascorso. Purtroppo la fretta di giocare a calcio la fece riseppellire al di sotto del tappeto verde di gioco. Ad ogni modo, alcuni reperti furono riportati alla luce: si tratta di recipienti in terracotta in parte colorata, attribibili ad un'epoca oscillante tra il IX e l'VIII secolo a.C. L'esistenza di una necropoli in quel sito prova indirettamente la costituzione di un antichissimo villaggio, probabilmente uno dei primi agglomerati umani alquanto stabili sui Monti Lattari, a ridosso della Costa d'Amalfi.

Quel luogo dovette, inoltre, essere frequentato con una certa assiduità per secoli, come prova il toponimo "Bomerano", trasformazione linguistica dell'altomedievale Mommeranum, a sua volta legato ad un praedium romano, individuato anche nel territorio di Gaeta. Un analogo fenomeno è riscontrabile nel casale Polvica di Tramonti, dall'altro versante dei Lattari, dove nel 1986 furono rinvenuti un insediamento dell'età del bronzo composto da capanne, un secondo di epoca ellenistica, una villa romana del I e un'altra del II secolo d.C.

Altri centri abitati fondati dagli osci furono Pompei ed Ercolano, che aveva la funzione di fortificazione lungo la costa classica.

Stabiae, Ercolano e Pompei subirono una sovrapposizione etrusca e poi la conquista sannitica intorno al 425.

Un figura mitica della tradizione osca fu Liparo, figlio di Ausone, a sua volta procreato da Ulisse e Circe e capostipite della tribù omonima. Secondo la leggenda, Liparo avrebbe governato Sorrento; cacciato dai suoi fratelli, avrebbe trovato riparo sull'isola siciliana che da lui avrebbe tratto il nome: Lipari. Lì, in seguito, sarebbe sbarcato Eolo, figlio di Poseidone e di Arne, proveniente dalla Grecia, in fuga per sfuggire una persecuzione, insieme al gemello Beozio, che scelse, invece, la via nordorientale, raggiungendo la Tessaglia e abitando la regione che da lui avrebbe tratto la denominazione.

Eolo sposò Ciane, figlia di Liparo, e regnò serenamente sulle isole Eolie, diventando il signore dei venti e molto caro agli dei. Il suocero Liparo intanto faceva ritorno a Sorrento, dove avrebbe regnato saggiamente. Quale nucleo di realtà storica si nasconde dietro questo mito? Noi crediamo una migrazione osco-ausone del XIII secolo verso meridione, associabile alla discesa di un altro ceppo indoeuropeo, i siculi, nella Sicilia orientale, dove dovettero misurarsi con gli autoctoni sicani.

Sporadiche tracce di presenza e frequentazione greca, nell'accezione achea, è possibile rinvenire in alcune località costiere dello Ionio, ma pure del Tirreno meridionale. D'altronde a scambi marittimo-mercantili proposti da popolazioni acheo-micenee sulla scorta dell'eredità cretese devono giocoforza collegarsi gli episodi dell'Odissea relativi a tentativi di navigazione occidentale da parte del protagonista.

Queste esplorazioni, tese più ad instaurare condizioni di "business" economico che a soddisfare sete di conoscenza, contrariamente all'asserzione dantesca del canto XXVI dell'Inferno, furono ostacolate da improvvisi fortunali estivi, attribuiti alla persecuzione di Poseidone, o dalla feroce risposta di arretrate tribù italiche, vedi lestrigoni e ciclopi.

Quei piccoli fuscelli di legno erano spinti da una sola vela quadra, come la "zattera" di Calipso, governata da Ulisse per far ritorno in patria dall'isola di Ogigia, riconosciuta dalla studiosa nipponica Takako Niwa in Gozo presso Malta; l'imbarcazione avrebbe navigato lungo il 38° parallelo, orientandosi mediante la rotta stellare suggerita dalla ninfa al laerziade: «E, seduto al timone, reggea vegliando/ il corso del suo legno, con lo sguardo/ alle Pleiadi or volto e a Boote/ girando, mira ad Orion, la sola/ che in grembo al mare di tuffarsi è schiva:/ l'Orsa, che per consiglio della Ninfa/ egli a manca lasciar sempre dovea». E così Eracle spostava le sue colonne dalla Trinacria alla Sardinia e in ultimo a Gibilterra, sulla scorta dei progressi marinari degli achei prima e dei greci poi.

Questi ultimi procedettero ad una vera e propria colonizzazione delle terre meridionali dell'Italia. Stranamente le ricerche archeologiche hanno evidenziato che i greci non crearono le loro prime colonie sulle coste ioniche praticamente frontali alla loro patria, bensì dall'altra sponda, quella tirrenica. Pertanto, nell'VIII secolo essi si stabilirono sui litorali della Campania.

Aristotele afferma che i greci che diedero vita alla Magna Grecia incontrarono popolazioni autoctone che avevano ormai abbandonato la loro economia pastorale per passare ad una di tipo agricolo. Quindi le popolazioni italiche da nomadi si trasformarono in stazionarie, da pastori diventarono agricoltori.

Ancora una volta ci viene incontro il mito con le sue fantasiose storie. Così Eracle avrebbe fondato Baia, Ercolano e Pompei, in realtà, come abbiamo appena detto, edificate dagli osci poco prima dell'arrivo dei greci. Il mito di Eracle fondatore rappresenta la lotta tra la geniale urbanizzazione umana, osca e greca, e gli agenti della locale natura, contrassegnata da scosse sismiche, alterni bradisismi, eruzioni improvvise.

L'ombra mitologica, questa volta del romano Ercole, si estese a località marine lontane da agglomerati urbani: è il caso di Erchie, sulla Costa d'Amalfi, toponimo richiamante l'eroe ellenico associato alla grotta Cauche, che ricorda il mostro da lui vinto; identica situazione toponomastica è presente nel territorio gaetano.
Il mito di Ercole fondatore fu ripreso tra Umanesimo e Rinascimento quando, presso le corti delle duchesse di Amalfi Eleonora d'Aragona e Costanza d'Avalos, nacque la leggenda della ninfa Amalphis, in onore della quale il semidio avrebbe fondato una città, affranto dal dolore per l'improvvisa morte di quella creatura marina di cui s'era follemente innamorato.

I greci stabilirono di costruire le loro città in ampi spazi pianeggianti, magari circondanti piccole alture o colline, dove poter insediare l'acropoli, in modo da applicare il reticolato di cardini e decumani ideato da Ippodamo di Mileto. Così tutte le città della Magna Grecia furono interessate da questo schema urbanistico.
Le più antiche colonie greche della Magna Grecia accertate furono Cuma e Pithecusa sull'isola d'Ischia, rispettivamente fondate dai calcidesi e da questi ultimi insieme agli eretresi nell'VIII secolo.

I loro abitanti credettero di essere prossimi alla bocca degli Inferi, collocata nei Campi Flegrei e presso il lago Averno. Così a Cuma la sibilla dal suo antro faceva volare su foglie le sue sentenze, tra cui il celebre verdetto «Ibis redibis non morieris in bello» dal sapore contraddittorio, in quanto, a secondo del posizionamento di una non a caso mancante virgola, poteva essere propizio o fatale.

I rodi, intanto, partendo dall'isola di Megaris (nel Medioevo di S. Salvatore ed ora Castel dell'Ovo), realizzavano, in onore della sirena Partenope, la città omonima sulla collina di Pizzofalcone. Le esplorazioni archeologiche sembrano, comunque, attestare la sua fondazione al secolo successivo da parte dei cumani, forse sui ruderi di un primitivo insediamento dei rodi. La città fu distrutta dagli etruschi verso il 524.

La presenza dei greci arrecava fastidio di carattere economico agli etruschi, che si accingevano a scendere verso sud, e ai punici, i quali avevano occupato la Sicilia occidentale e la Sardegna. Allora essi, alleati con i latini e altri italici, tentarono di annientare l'ingerenza greca in Campania. Ma nel 474 la flotta greca, capeggiata da Siracusa e appoggiata dall'emergente repubblica di Roma, inflisse una sonora sconfitta alla lega etrusco-italica.

A seguito di tale fondamentale vittoria, i cumani decidevano di fondare una nuova città nella zona bassa rispetto all'antica Partenope, che mutava la sua denominazione in Palepoli (città vecchia): questa nuova entità urbana si chiamò Neapolis, cioè "città nuova"; tra i suoi primi abitanti vi furono siracusani di Pithecusa ed ateniesi. A seguito della conquista sannita di Cuma, Neapolis sarebbe diventata la più potente città greca della Campania.

Le continue conquiste di centri greci da parte di questa popolazione interna della regione favorì la sua crescita sociale e culturale, come prova l'affresco paestano dei cavalieri sanniti, le cui armature risultano essere all'avanguardia, insieme alla raffinatezza degli abiti e delle insegne.

Neapolis fu agli esordi una città marittima, dedita al commercio via mare. Ma dagli inizi del IV secolo la sua importanza marinara andò scemando, per far posto ad una politica economica rivolta all'entroterra, quindi d'impronta decisamente agricola. A questo punto la città si apre ai sanniti, fondendo elementi si tale civiltà con la base greca d'origine.

«Vi è, fra le note mura della città che prende il nome dalle Sirene e le rocce su cui poggia il tempio di Minerva Tirrena, un'alta villa che spia le profondità del mare dicearcheo, là dove si estende una campagna cara a Bromio e sulle elevate colline si matura un'uva che nulla ha da invidiare a quella pigiata dai torchi falerni». Con tali versi il poeta napoletano Stazio ricorda, verso il 90 d.C., la derivazione del nome di Sorrento dalle Sirene, l'esistenza del tempio di Minerva Tirrena sulla Punta della Campanella e, di conseguenza, una signoria etrusca sulla città, la colonizzazione greca ad opera di Dicearco, la bontà del vino sorrentino, che faceva concorrenza al Falerno, bontà confermata da Marziale mediante l'epigramma "che vino, il Sorrento!".

«La nave/ che avea in poppa il vento, in picciol tempo/ delle Sirene all'isola pervenne./ Là il vento cadde, ed agguagliossi il mare,/ e l'onde assonnò un demone». Con questi versi Omero racchiudeva nel mito delle Sirene, il cui sito per tradizione fu visto negli isolotti delle Sirenuse, posti davanti a Positano, le tragiche esperienze dei navigatori dell'antichità che, come Odisseo, si spingevano nei mari occidentali.

Spesso le navi, che da Partenope a Sorrento, a Poseidonia, ad Elea solcavano un mare decisamente greco, incontravano grosse difficoltà alle bocche di Capri, cioè in quel tratto di mare che va dall'isola e dal Capo Minerva alle Sirenuse: lì, infatti, il mare, anche quando è calmo, è quasi sempre permeato da un flusso intenso, che in quell'epoca in cui le imbarcazioni erano piccole e di legno poteva facilmente spingerle contro le rocce a strapiombo della costa divina e provocar naufragi. Una paurosa esperienza del genere stette per vivere Goethe, quando, passando per quel tratto di mare nel 1787, la forte corrente, nonostante la bonaccia, gli rammentò quanto fosse periglioso andar per mare.

Partenope, Leucosia e Ligea erano le tre sirene, divinità rodie, dalla testa di donna e dal corpo di uccello che, vinte da Odisseo, si annegarono nelle acque marine e i loro corpi arenarono sulla spiaggia napoletana, alla punta poi detta Licosa e presso Paestum.

Sorrento, sorta intorno al VI secolo, fu anch'essa presa dai sanniti nel 420.

Un altro mito greco fu presente nel mare della Campania: gli Argonauti sarebbero giunti fin qui ed avrebbero edificato il tempio di Hera Argiva presso Paestum; ma gli storici sono piuttosto inclini a credere che furono genti provenienti dalla Tessaglia a compiere l'opera. Quindi nel VI secolo profughi di Sibari, distrutta dai crotoniati, passando da un mare all'altro lungo la via di terra, fondarono Poseidonia, che negli ultimi decenni del V secolo fu conquistata dai lucani scesi dai monti retrostanti, i quali la chiamarono Paistom, vocabolo che i romani trasformarono in Paestum. La città, dai grandi templi dorici e provvista di un porto adeguato ai traffici marittimi fino a quando non rimase impaludato, fu cara appunto al dio del mare Poseidone.

Nello stesso secolo in cui sorgeva Poseidonia giungeva nel Tirreno un gruppo di focesi. Questi si fermarono ad Alalia, nel nord della Sardegna, ma furono decisamente combattuti da cartaginesi ed etruschi, che mal tolleravano una colonia greca in quel luogo. A seguito di una grande battaglia navale vinta da questi focesi, essi, comunque, decimati, decisero di spostarsi sulla costa italica, dove nel 540 costruirono la città di Ελέα, cioè Elea, chiamata Velia dai romani, che rafforzarono il digamma in "v". La città sorse a 200 stadi a sud di Poseidonia; il suo nome derivava da Hyele, la ninfa protettrice delle sorgenti ivi presenti.

Nel V secolo fu sede della celebre Scuola Eleatica, creata da Parmenide e Zenone. In quel tempo si concretizzò ivi un raro esempio a livello storico di democrazia compiuta, rappresentato dalla cultura al potere; infatti Parmenide fu guida politica della città-Stato, fedele alleata di Atene. L'indimenticabile filosofo Vincenzo Ferrazzano, nel suo saggio "Parmenide: la porta del tempo", evidenzia una sorta di socialdemocrazia ante litteram istituita ad Elea, rappresentata dall'industria di Stato della produzione dei blocchi in pietra per l'edilizia, sui quali era inciso il simbolo delta-eta dal significato di "demos" o "democrazia"; il perdurare di tale simbolo sui mattoni di età romana prova che la città, entrata pacificamente nell'orbita di Roma, godette di libertà e di riconoscimenti.

Elea ebbe due porti ed entrò in concorrenza con Poseidonia, per cui dovette battersi in alcune occasioni in difesa della propria identità; gli eleati, inoltre, riuscirono a respingere un tentativo di invasione da parte dei lucani. La loro stazione termale fu attiva per secoli, frequentata persino da Cicerone; le loro conoscenze mediche furono alla base della cultura salernitana che fu poi ereditata dalla celebre scuola medievale.

Afferma Strabone, geografo greco del I secolo a.C.: «Tra le Sirenuse e Poseidonia si trova Marcìna, fondata dai Tirreni e abitata dai Sanniti. Di là fino a Pompei, attraverso Nuceria, l'istmo non misura più di 120 stadi».

Così i tirreni, cioè gli etruschi, partendo dal loro caposaldo di Nuceria Alfaterna (l'odierna Nocera Superiore), s'inserirono tra i possedimenti greci, al fine di spezzare i progetti di totale occupazione della Campania da parte di questi ultimi. Forse il lucumone eponimo Marcìna edificò la città marittima che da lui prese il nome. Allo stato attuale non è ancora chiara la sua effettiva ubicazione. Amedeo Maiuri propendeva per Cava de' Tirreni, Sestieri e Napoli per Fratte di Salerno, Beloch addirittura per Maiori. Ora, abbandonate definitivamente la prima e la terza ipotesi, ne restano in campo soltanto due: quella di Fratte e un'altra, proposta dai fratelli Matteo e Alfonso Fresa, il primo archeologo e il secondo astronomo, relativa a Vietri sul Mare.

Questi ultimi, in particolare, si basavano per l'identificazione del sito proprio sulla misura di distanza di Marcìna da Pompei indicata da Strabone: infatti i 120 stadi, corrispondenti a circa 24 km., risultano essere molto vicini ai 25 misurabili con i mezzi odierni. In appoggio a tale tesi vi è il ritrovamento, avvenuto nel 1968, di tombe del VII secolo a Vietri. I romani chiamarono la città Marcìna Veteris, cioè "la vecchia Marcìna", che sarebbe stata distrutta nel 455 d.C., in occasione dell'incursione dei vandali, gli unici popoli germanici che attaccarono l'Italia dal mare, provenendo dall'Africa. Nell'ultimo quarto del X secolo alcuni documenti salernitani menzionano la civitas Veteri, corrispondente con la parte alta di Vietri sul Mare.

Il richiamo ad una civitas associato con quello che potrebbe essere l'aggettivo sostantivizzato veteris, potrebbe costituire un'ulteriore prova a sostegno della coincidenza di Marcìna con Vietri. D'altro canto il fenomeno linguistico della sostantivizzazione di aggettivi, conseguente alla scomparsa dell'antico nome collegato, è stato accertato pure nella Costa d'Amalfi a riguardo di Reginna Maior e Reginna Minor, trasformatisi nel corso del XIII secolo in Maiori e Minori.

In aggiunta, è plausibile che gli etruschi abbiano realizzato una città in un sito bassocollinare e poco pianeggiante come Vietri, a differenza dei greci che cercavano, al contrario, ampie pianure per impiegare il reticolato ippodameo.

La scoperta di una necropoli etrusca attiva tra il VII e il V secolo a Fratte fece credere a Panebianco, sulla scorta dell'interpretazione di alcune monete, all'esistenza in quel luogo della città di Irna, che avrebbe preso il nome dal fiume che tuttora scorre lì. La sua tesi è stata confutata a seguito di studi più approfonditi, inerenti anche alla filologia. Pertanto, alcuni studiosi oggi ritengono che proprio a Fratte bisogna cercare l'etrusca Marcìna.

Plinio il Vecchio sostiene che da Sorrento al fiume Sele si estendeva, prima della conquista romana, una vasta area etrusca. La giurisdizione della Costiera amalfitana ivi compresa apparteneva nella zona collinare e montana a Nuceria, mentre in quella marittima a Marcìna. Inoltre la necropoli individuata a Pontecagnano ed attiva dal IX al IV secolo costituirebbe una sezione rilevante della città etrusca di Amina, che nel III secolo fu occupata dai picentini, spinti dai romani in quell'area dall'Adriatico, i quali la ribattezzarono col nome di Picentia. In seguito, avendo parteggiato per Annibale, i picentini furono dispersi sui monti dell'entroterra, costretti a vivere in isolati villaggi e servendo la repubblica romana come corrieri. Una tradizione storiografica rinascimentale sostiene che alcuni picentini si sarebbero spinti sui Monti Lattari, dove avrebbero edificato Cama, in seguito detta Scala.

Gli esiti delle guerre sannitiche e del secondo conflitto punico favorirono la totale occupazione romana della Campania. Così le città greche e quelle etrusche furono completamente romanizzate. Stabiae divenne, ad esempio, un luogo raccomandato dai medici romani, tra cui principalmente Galeno, per la cura di malattie allo stomaco, in quanto le mucche del vicino Mons Lactarius, mangiando particolari erbe, producevano un latte adatto allo scopo.
Il primo secolo dell'impero vide l'urbanizzazione di ampie aree interne e rivierasche della Campania, al punto tale che le città si susseguivano una dietro l'altra, quasi senza soluzione di continuità.

«Stanco di municipii e di colonie e di ogni altra terra del continente, l'imperatore Tiberio si chiuse nell'isola di Capri, discosta tre miglia di mare dall'ultima punta del promontorio di Sorrento. Molto gli piacque quella solitudine, perchè laggiù non ha porti, ma solo ripari per piccoli navigli e nessuno potrebbe mettervi piede se non per una svista delle guardie». Così Tacito descrive, nel IV libro degli Annali, la scelta di Tiberio di trascorrere gli ultimi anni del suo impero sull'isola di Capri e da lì governare le sorti del mondo intero. In tal modo egli ivi edificò il suo palazzo, seguito in breve tempo dai suoi nobili e ricchi cortigiani, che andavano ad occupare ben dodici ville da lui realizzate sull'isola. Una specie di piccola Versailles si organizzava, quindi, in quei luoghi ameni.

«Mite è il clima in inverno a Capri, protetta com'è dal monte contro le furie dei venti, e dolcissima l'estate, esposta alle brezze di ponente con quel gran mare aperto all'intorno». Continua ancora Tacito, passando il testimone a Stazio, il quale nelle Silvae celebra la villa che Pollio Felice aveva edificato sulla costa fronteggiante, domando una divina ma impervia natura e rendendola ancor più graziosa mercè splendide architetture, terrazzamenti, vigneti, con un tranquillo approdo a mezza luna, protetto da Nettuno, uguagliato da Ercole per la difesa della terraferma.

Sull'onda di questa moda ricche famiglie del patriziato senatorio ed equestre fecero spuntare come funghi ville lungo le rive del Sinus Neapolitanus e del Sinus Paestanus, gli odierni golfi di Napoli e di Salerno.

L'ex-liberto Posides Spado, arricchitosi all'ombra dell'imperatore Claudio, costruiva la villa marittima di Positano, che doveva essere in comunicazione con le dimore capresi e con quella dell'isolotto del Gallo Lungo, il maggiore del minuscolo arcipelago delle Sirenuse, il quale possedeva un molo nella rada sud-occidentale, formato con archi e pilastri.

Una stirpe patrizia beneventana, la gens Amarfia, e l'illustre personaggio Ravelius fondavano nel contempo altre ville nella zona bassa di Amalfi e sul Toro di Ravello, contribuendo, in tal modo, alla nascita di una facies antroponomastica latina in Costiera amalfitana, imitata sull'altra sponda sorrentina.

La più maestosa delle ville romane compariva a Minori, prossima alla Regina, l'arteria principale che collegava le strutture costiere a Nuceria, passando per il territorio di Tramonti, dov'erano attive ville rustiche.

La costellazione di ville romane del I secolo d.C. della Costiera, che rappresentava una sorta di "turismo imperiale", doveva trovarsi sotto le giurisdizioni dei municipi di Surrentum e di Salernum, una crescente realtà urbana nata a seguito dell'abbandono del primitivo sito di Fratte.

«L'isola fronteggiava una costa di rara bellezza, fin quando il Vesuvio, deflagrando, ne stravolse l'aspetto». Così di nuovo Tacito, forte delle notizie fornitegli dall'amico Plinio il Giovane, sottolinea gli effetti sconvolgenti dell'eruzione del 79 e l'immediata catastrofe alluvionale che investirono la Costiera, depositando lungo le rive fluviali ben 4 milioni di metri cubi di piroclastiche, allungando il litorale davanti ad Amalfi di 400 metri e generando un'ininterrotta spiaggia refrattaria da Conca a Maiori: questi i risultati delle sofisticate investigazioni multibeam, che danno ragione alla tradizione popolare giunta sino a noi. La presenza umana sulla Costa continuò tramite pagi e ville durante i secoli del basso impero e nella tarda antichità.

Infine, tra il 568 e il 591, la politica di resistenza ai longobardi da parte dei basilei di Costantinopoli permise la fondazione, sui banchi piroclastici vesuviani della valle fluviale e lungo le pendici collinari di Amalfi, del Κάστρον Άμαλφης e del Castrum Salerni nel sito del famoso castello di Arechi, nonchè la fusione etnica tra i milites bizantini con gli autoctoni romanici, degni eredi della Romanitas, come vuole il cartiglio evidente nell'emblema della nobiltà amalfitana: " Descendit ex patribus Romanorum".

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