di Antonio Schiavo - Amico mio,
so già che mi potresti dire: "ma chi sei tu per farmi la predica, a che titolo e come ti permetti di rivolgerti a me, pensa agli affari tuoi!"
Forse è così, forse sarebbe il caso che questo mondo trovasse autonomamente la forza di rigenerare sé stesso senza bisogno di soloni che, da lontano, hanno la presunzione di ergersi a censori o la pretesa di aver capito tutto.
Però, penso, che se tutti ragionassero così, se ognuno di noi facesse finta (per comodità o convenienza) di non vedere, la china in cui ci siamo incamminati diventerebbe la strada maestra verso l'autodistruzione e l'annientamento del senso civico e morale di cui ci siamo, a torto o a ragione, sempre vantati.
Ravello è il tuo, il nostro mondo. Lo abbiamo sempre pensato come un isola felice, affrancato dagli errori e dagli orrori della società circostante.
Un'aura di altezzosa e supponente autoreferenzialità che, ci illudevamo, ne avrebbe costituito il tratto distintivo: sempre e comunque.
Forti, in questo caso, di un'eredità di cultura, buona educazione, moralità che i nostri nonni, i nostri padri ci avevano trasmesso. Gratis.
Sfortunatamente non è stato così o non è più così.
Leggo, con profondo rammarico, che a Ravello si è insinuata, perversa, la piaga della droga. Apprendo che la piazza Vescovado, che ci ha visti crescere e diventare uomini è, sempre più spesso, teatro di incivili gazzarre.
Non ti sfiora, amico mio, il pensiero che tu, che noi, autolesionisticamente stiamo polverizzando in poco tempo quel patrimonio che ci poteva evitare la deriva?
Ho due figli a cui ho cercato di trasmettere l'amore per la terra d'origine. Gli ho raccontato, credendoci fermamente, che Ravello (pur con tutte le sue storture, i conflitti, le miserie socio-politiche) rimaneva comunque un luogo, una comunità di cui ci si doveva sentire orgogliosi e onorati per il solo fatto di appartenervi.
Le cronache, squassanti nella loro evidenza indipendentemente dal maggiore o minore clamore medatico, narrano che tutto questo sta sfumando.
Nell'indifferenza o nel pettegolezzo, nell'accondiscendenza che non costa fatica o, peggio, nell'omertà.
Amico mio, sappi che nel fondo dell'animo di ogni ravellese c'è un angolo, più o meno grande, dove c'è sempre spazio per quel sussulto di orgoglio, per quella capacità atavica di comprendere che non è l'omologazione al peggio che ci deve attanagliare, ma la spinta alla più sana e vitale diversità.
Non hanno cittadinanza, in questo borgo meraviglioso, la violenza gratuita e l'annullamento psico-fisico regalato dagli stupefacenti.
Siamo gente fatta di un'altra pasta: migliore, buona, che non si fa plasmare da mani voraci e i cui artigli riuscirà a spuntare.
Se tutti insieme ci crediamo e facciamo la nostra parte.
A cominciare da te, amico mio!
Antonio Schiavo